Le ombre su Napolitano presidente sotto ricatto: "Odia a morte Berlusconi"

Nei brogliacci finiti sul "Fatto" le allusioni allo spirito anti Cav di Re Giorgio e sugli affari del figlio Giulio. Che si difende e minaccia querele: "Mai stato favorito. Conversazioni da taverna"

RomaAllusioni, ombre e parole in libertà sulla presunta ricattibilità di Giorgio Napolitano. Le intercettazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano - la prima è una conversazione tra il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi e l'allora segretario del Pd Matteo Renzi, la seconda la registrazione ambientale di un pranzo tra Dario Nardella, lo stesso Adinolfi, il presidente dei medici sportivi, Maurizio Casasco e l'ex capo di Gabinetto del ministero dell'Economia, Vincenzo Fortunato - suscitano più di un imbarazzo tra i corridoi di Palazzo Chigi. E lasciano strascichi anche nella famiglia Napolitano, con l'ex capo dello Stato e soprattutto il figlio Giulio, professore di Diritto amministrativo a Roma Tre, colpiti da giudizi non certo lusinghieri.

I dialoghi sono incompleti e spezzettati. Di certo sono molto chiare le parole di Renzi che ad Adinolfi prima detta un giudizio molto duro su Enrico Letta, poi svela che Napolitano non è certo un sostenitore di Silvio Berlusconi. «E poi il numero uno (Napolitano ndr ) anche se mollasse...il numero uno ce l'ha a morte con Berlusconi».

Gli spunti più controversi arrivano, però, dal colloquio registrato da una cimice durante il pranzo alla Taverna Flavia di Roma. Adinolfi, attuale numero due della Guardia di Finanza, dice di Giulio, figlio di Giorgio Napolitano: «Oggi a Roma è potente, è tutto, o comunque molto». Poi sembra dire che l'ex capo dello Stato sarebbe ricattabile perché «l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro ed Enrico Letta ce l'hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio». E ancora: «Non è normale che tutti sappiano che bisogna passare da lui per arrivare». Non mancano altre successive allusioni su Napolitano jr.

La replica del figlio dell'ex presidente appare nel pomeriggio su Dagospia . « Il Fatto Quotidiano riferisce di una conversazione da taverna fra una serie di persone, da me mai frequentate, le quali, per spiegare il loro mancato ottenimento di vantaggi e nomine (quella sfumata di Michele Adinolfi a comandante generale della Finanza, ndr ) sostengono che ciò sarebbe dovuto al fatto, risibile e assurdo, che io sarei “ricattato” o “ricattabile”. Nei nove anni di presidenza di mio padre ho sempre assunto un profilo pubblico e professionale volutamente in disparte, rifiutando moltissimi incarichi che avrebbero potuto riverberarsi negativamente sull'attività e l'immagine del presidente della Repubblica. Tant'è che i commensali, nei cui confronti valuterò le azioni da intraprendere, non riescono ad evidenziare un solo evento o provvedimento che mi avrebbe favorito. Rimane una domanda: come sia possibile che conversazioni manifestamente irrilevanti siano potute entrare nella carte di un procedimento che riguarda tutt'altro e da qui diffuse ad arte. Si tratta di malattia antica che va ben oltre il maldestro tentativo di gettare fango sulla mia persona».

Nella conversazione, peraltro, Nardella racconta che anche Daniela Santanchè, parlando con lui, avrebbe fatto riferimento al ruolo giocato da Giulio Napolitano. L'interessata non smentisce. «In quel periodo del potere esercitato dal figlio del presidente si parlava molto in ambienti politici. Di certo quello che emerge una volta di più da queste intercettazioni è che Giorgio Napolitano in quella fase tutto è stato meno che un arbitro super partes e ha contribuito alla sospensione della democrazia avvenuta con il governo Monti. È un quadro chiaro - e preoccupante - di cui sempre più italiani stanno prendendo coscienza».