Tramava con Napolitano. Il conto del tradimento arriva dopo sette anni

L'ex leader Fli graziato dalle procure finché Re Giorgio lo ha usato per far cadere Berlusconi

Eppure c'è stato un tempo in cui Gianfranco Fini era considerato un intoccabile, l'asso su cui puntava un'alleanza di poteri (primo tra tutti, l'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano) per far fuori il nemico Berlusconi. Un ruolo che avrebbe contemplato una sorta di salvacondotto, che in effetti più volte è sembrato materializzarsi nella (breve) storia di Fini candidato salvatore della Patria (la parabola del traditore, invece, per il centrodestra). Svanito il progetto, sepolte dall'insuccesso le velleità dell'ex delfino senza più esercito né utilità, il fianco è tornato vulnerabile dai pm. Proprio sulla stessa vicenda che invece nel 2010, cioè all'apice del piano politico che vedeva Fini protagonista, era stata archiviata dalla Procura di Roma con la velocità di un lampo, addirittura con l'inedita cortesia di rendere nota l'indagine sulla casa di Montecarlo solo per far sapere dell'archiviazione di Fini, impegnato in un duello feroce con Berlusconi. Le pressioni su un dirigente della Rai (azienda pubblica) convocato nell'ufficio del presidente della Camera per assicurare «un minimo garantito» in Rai al cognato Giancarlo Tulliani, non hanno mai configurato neppure l'ombra della concussione. Semmai, il sospetto di un trattamento di riguardo per un leader investito di una grande responsabilità politica, chiudere la stagione berlusconiana.

Le tracce di una manovra a tenaglia con la magistratura, che nel frattempo martellava il Cavaliere, si era già presentato nel 2009, ben prima della scissione nel Pdl, con il fuorionda di un dialogo tra Fini e il procuratore Nicola Trifuoggi, a cui l'ex leader di An confidava le proprie speranze: «Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza (il pentito di mafia che aveva tirato in ballo il leader di Forza Italia, ndr)... speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perché è una bomba atomica... Lui, l'uomo (Berlusconi, ndr) confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo».

Altro tassello più tardi, nel 2011, quando Fini ha già affondato il colpo portando via una quarantina di parlamentari dal Pdl per far nascere «Futuro e libertà». Alla prima convention di Fli, Fini chiede le dimissioni di Berlusconi («La sua condotta è moralmente inaccettabile»), scommettendo sulla linea dura della Procura di Milano sulla vicenda Ruby, che sembrava destinata a sgonfiarsi. E invece la previsione di Fini puntualmente si conferma, una manciata di giorni più tardi, con l'iscrizione del Cavaliere nel registro degli indagati.

Un nuovo fronte indispensabile nella battaglia, visto che in quel dicembre l'attacco finale si era risolto nel nulla, con il clamoroso flop della sfiducia al premier Berlusconi promossa proprio da Gianfranco Fini. La regia ultima, però, è di Napolitano, come testimoniano i finiani di allora. Il braccio destro Fabio Granata: «La sua vicinanza a Napolitano è stata la sua distruzione politica. Fini è stato usato (da Napolitano, ndr) per far nascere il governo Monti e poi non è più servito». Versione confermata dall'ex fedelissimo Amedeo Laboccetta, che ha rivelato quel che gli disse Fini: «Credi che mi muoverei così se non avessi un accordo forte con Napolitano?». Accordo che si palesò con una telefonata, messa in vivavoce da Fini coi suoi, in cui Napolitano lo invitava ad andare avanti nell'operazione di tradimento del governo Berlusconi, raccomandandosi di farlo «con la tua ben nota scaltrezza». Un'occasione unica, che Fini ha perso. Ora gli restano i Tullianos, e gli avvisi di garanzia.