Quel camorrista del Pd e lo strano omicidio ignorati da Mr Gomorra

Iscritta al Pd, dirigente e consigliere comunale la vittima, Gino Tommasino. Iscritto al partito di Bersani uno dei suoi carnefici, il killer Catello Romano. E tutt’attorno il clima pestilenziale di rapporti malati tra politici di centrosinistra, imprenditoria e criminalità organizzata che i pm della Dda di Napoli oggi inizieranno a ricostruire all’apertura del processo per l’omicidio dell’esponente del partito democratico di Castellammare di Stabia, freddato a pistolettate il 3 febbraio 2009.

È il lato oscuro della «Gomorra rossa» di cui nessuno parla, men che meno il docente d’anticamorra Roberto Saviano che nel salotto televisivo di Vieni via con me finora è riuscito a evitare ogni riferimento alla sinistra collusa con le mafie inventandosi l’asse nordista ’ndrangheta-Lega ed evitando di fare i nomi dei nemici che Giovanni Falcone aveva a sinistra. Eppure un approfondimento sul sangue versato nell’ex Stalingrado del Sud sarebbe interessante, se non doveroso. Perché rappresenta uno spaccato ben più grave di quel breve «contatto» fra boss calabresi e l’esponente della Lega (mai indagato e mai arrestato) di cui il Predicatore casalese ha fornito ampi dettagli ai 9 milioni di italiani incollati al televisore. Magari, Saviano, potrebbe partire dall’inquietante retroscena che vede proprio Catello Romano partecipare alle primarie del Pd stabiese, nel 2009. Tesserato e candidato alle elezioni interne del partito di Bersani, nonostante la sua famiglia fosse organica al clan D’Alessandro (la cosca locale) e che a fargli da compare di cresima fosse stato Renato Cavaliere, malacarne con i galloni da capo, anche lui arrestato per il delitto di Tommasino.

Ce ne sarebbe già per un bel monologo ispirato, che potrebbe diventare una esibizione in stile one man show se si aggiungesse il particolare che, del consigliere comunale, i poliziotti della Squadra mobile napoletana tracciano un profilo inquietante: amico e frequentatore di camorristi, con la fissa di entrare nei servizi segreti e fare soldi con i termovalorizzatori.
Eppure, che il centrosinistra stabiese fosse tutt’altro che immune dal rischio di infiltrazioni criminali lo aveva inutilmente denunciato l’ex sindaco, Ersilia Salvato, che nel 2005 scrisse all’allora leader dei Ds, Piero Fassino, lanciando l’allarme sulla presenza di camorristi davanti ai seggi. E la stessa vedova Tommasino, Libera Vingiani, aveva rincarato la dose sottolineando come «l’omertà di alcune persone del Pd» fosse «responsabile della morte di Gino».

Il vero colpo di maglio alla «Gomorra rossa» di Castellammare arriva, però, dall’inchiesta che il 29 luglio scorso porta in galera l’imprenditrice Olga Acanfora, presidente del gruppo Piccola industria di Confindustria Napoli, accusata di aver chiesto l’intervento del clan D’Alessandro per ridurre la parcella del suo architetto. A fare da mediatore tra il professionista e i malavitosi sarebbe stato ancora una volta Tommasino, in combutta con un altro ex consigliere comunale del Pd, Carlo Nastelli (indagato a piede libero, nei suoi confronti la Procura antimafia ha chiesto invano l’arresto in carcere). Sia Tommasino che Nastelli vengono descritti dagli atti giudiziari come gestori occulti delle Terme di Stabia e «colletti bianchi» del clan D’Alessandro, cui assicurano favori e connivenze. Come quando fecero assumere cinque pregiudicati, per reati di criminalità e droga, nella società che si occupava della gestione dei parcheggi del Comune.

Erano tutti riconducibili alla cosca. Racconta il pentito Michele Spera a proposito dei rapporti tra mala e politica: «Nastelli, al quale io avevo chiesto perché Tommasino era stato ucciso, mi ha detto: “Quando mangi e fai mangiare stai tranquillo. Quando mangi solo tu, non stai mai tranquillo” ... Ricordo ancora che Salvatore Belviso (altro killer del clan, ndr) mi ha detto: “Quando vai a Napoli con Carlo Nastelli, mettiti la pistola addosso, perché Nastelli, essendo un consigliere comunale, non correva il rischio di essere fermato dalle forze di polizia”...». Dovevano, entrambi, far visita a un imprenditore sotto estorsione per chiedere una tangente. Basta e avanza per una puntata a tema? (ha collaborato Simone Di Meo)