Tangenti e camorra: l’affare sporco delle intercettazioni

Le rivelazioni dell’ex uomo di fiducia dei magistrati. Spuntano «favori» a politici e strani doppi giochi. <strong><a href="/a.pic1?ID=322769">Gola profonda confessa: &quot;Pagati per togliere le cimici che mettevamo&quot;</a></strong>

Luca Fazzo - Enrico Lagattolla

Milano - Tangenti a ufficiali dell’Arma. Tangenti agli investigatori della polizia giudiziaria, quelli che lavorano al fianco dei pubblici ministeri. Aziende di intercettazioni che fanno il doppio gioco, lavorando in contemporanea per inquisiti e inquisitori, e sfilando di giorno le microspie che montano di notte. Capitali sporchi della criminalità organizzata investiti nelle società di intercettazioni, quelle cui poi le Procure si affidano. Intercettazioni illegali compiute su ordini di esponenti politici.

Ecco come funziona il mercato delle intercettazioni in Italia. Sono rivelazioni sconvolgenti, quelle che il Giornale è oggi in grado di raccontare in esclusiva. Che ci fosse qualcosa che non andava, nel business arcimilionario del Grande Orecchio che tutti ascolta, lo si diceva da tempo. Allarmi anche gravi erano stati lanciati in un passato recente. Si parlava di traffici non chiari, di prezzi gonfiati, di amicizie, parentele, rapporti preferenziali. Ma erano accuse forzatamente generiche. Adesso, invece, c’è qualcuno che parla. Qualcuno che racconta dall’interno il grande imbroglio. Ed è uno che queste cose le conosce perfettamente. Uno che ha lavorato per vent’anni in questo settore, uomo di fiducia della Procura della Repubblica di Milano e di tanti altri uffici giudiziari. Oggi ha deciso di parlare.

Si chiama Vittorio Bosone, è nato a Milano nel marzo 1953. Il 7 aprile 1978 ha creato la Ies. «Sistemi di sicurezza e telecomunicazioni», dice neutralmente la ragione sociale. In realtà la Ies fa un lavoro diverso: affitta alle procure di tutta Italia microspie, satellitari, gps, tutte le diavolerie che servono a realizzare intercettazioni telefoniche e ambientali. Gli affari vanno bene. La piccola Srl nel tempo diventa un colosso. Il fatturato sale, sale, sale. Tredici milioni nel 2004. Dodici milioni nel 2005. Vittorio Bosone è una presenza fissa, quasi familiare, nel corridoio della Procura milanese, negli uffici dei pubblici ministeri, delle forze dell’ordine. Fa un lavoro delicato, ma tutti si fidano ciecamente di lui. La Ies apre uffici a Iesolo, a Lamezia, a Porto Torres, a Brindisi, a Roma, a Brindisi, a Palermo, a Genova. In tutta Italia le conversazioni più delicate e segrete delle inchieste sulla mafia e sulla corruzione passano per le microspie della Ies.

Poi, qualcosa nel giocattolo si rompe. Il fatturato inizia a scendere. Nel 2006 le perdite superano i ricavi. Nel 2007 su Bosone e sul suo socio Vittorio Magrini iniziano a piovere decreti ingiuntivi e istanze di fallimento. Il 13 dicembre 2007 la Ies viene dichiarata fallita dal tribunale di Milano. Al curatore fallimentare Silvano Cremonesi basta poco per capire che in questo crac c’è qualcosa di strano. Il curatore manda una relazione alla Procura della Repubblica. Bosone si ritrova indagato per bancarotta fraudolenta.

Come sia stato possibile che una macchina da soldi come la Ies andasse a gambe all’aria è qualcosa che ora stanno cercando di ricostruire il pubblico ministero Sandro Raimondi e gli investigatori della Guardia di finanza. Di certo c’è che in quel fascicolo sta affluendo qualcosa di molto più esplosivo di una semplice storia di insuccesso commerciale. Sono le accuse che lui, Bosone, travolto dai debiti, ha deciso di lanciare. Un atto disperato. Ma molto, molto dettagliato. Bosone squarcia il velo sul sistema di malaffare in cui l’indispensabile attività di intercettazione si è trasformata nel nostro Paese.

Neanche lui è una mammola. Dice che, fin quando ha potuto lavorare, si è sempre comportato correttamente. Ma anche lui è sotto inchiesta per corruzione, per avere foraggiato con decine di migliaia di euro il comandante del reparto operativo dei carabinieri di Imperia. Quando parla di corruzione in «sala ascolto» - il nome in gergo degli stanzoni dove approdano le chiacchiere degli inquisiti - parla di qualcosa che conosce da vicino. E questo lo rende ancora più credibile. Si potrà dire che per adesso lo squarcio di luce aperto dalle accuse di Bosone è limitato, ristretto a pochi nomi, poche realtà. Vero. Ma chi in questi anni ha seguito la parabola della Ies giura che di storie simili Bosone può averne sentite un po’ dappertutto. L’inchiesta è solo agli inizi, molti avrebbero interesse che si fermasse in fretta. Ma se invece andrà avanti? «Se Bosone dirà tutto quello che sa - dice una fonte che di queste cose se ne intende - verranno giù intere Procure».