Cartelle gonfiate al San Pio X: sette indagati

Sotto accusa 6 medici e un sacerdote: dovrannno rispondere di falso e truffa

Seicento interventi di chirurgia estetica su pazienti affetti dal virus dell’Hiv nell’arco di tre anni. All’incirca, la metà di tutte le operazioni avvenute in Lombardia su sieropositivi. E tutte nella stessa clinica, la San Pio X. Una «concentrazione» che ha insospettito la Procura, secondo cui - proprio grazie a quegli interventi - la casa di cura avrebbe ottenuto dalla Regione indebiti rimborsi milionari attraverso la stesura di cartelle cliniche «alterate». Inoltre, gli inquirenti avanzano il dubbio che alcuni tra quei pazienti non fossero affetti da alcuna patologia retrovirale.
Nella casa di cura di via Nava, i carabinieri dei Nas hanno sequestrato oltre mille cartelle relative al periodo 2003-2006, mentre i pubblici ministeri Grazia Pradella e Tiziana Siciliano (titolari di diverse indagini sui presunti rimborsi gonfiati nell’ambito della sanità milanese) hanno iscritto nel registro degli indagati - tra dirigenti e medici - i vertici della clinica, con le accuse di falso e truffa aggravata al sistema sanitario nazionale. In sette finiscono sotto inchiesta: Antonio Maraschi (direttore generale), Giuseppe Rigamonti (direttore amministrativo), Giorgio Tarassi (direttore sanitario), Jacques Megevand Lucien (medico chirurgo responsabile del reparto di Chirurgia generale), Andrea Grisotti (medico chirurgo specializzato in chirurgia plastica ricostruttiva), Massimo Callegari (medico chirurgo specializzato in chirurgia plastica ricostruttiva). Tra gli indagati figura anche un religioso. Si tratta di don Virginio Bebber, sacerdote che all’interno della casa di cura è addetto agli Affari generali.
Nella documentazione acquisita dai Nas compaiono anche cartelle che riguardano banali interventi chirurgici che sarebbero stati fatti passare per operazioni più complicate, «gonfiando» in questo modo i rimborsi pubblici. Ma la gran parte sono relative a interventi su sieropositivi (e presunti tali), che si sono sottoposti - tra le altre cose - a iniezioni di acido polilattico (utilizzate anche per ottenere labbra più carnose), liposuzioni alla pancia, o interventi chirurgici estesi. Il più delle volte, stando ai registri della clinica, sarebbero subentrate delle complicazioni. E, a cascata, si rendeva necessario il ricovero e veniva prolungato il periodo di degenza. Almeno sulla carta. Veri, invece, i costi per la sanità pubblica, che lievitavano in maniera esponenziale. Per un’operazione codificata di chirurgia estensiva a un malato di Hiv, infatti, lo Stato versava all’ospedale fino a 13mila euro. Infine - elemento che ha insospettito gli inquirenti - nel periodo preso in esame, il 50 per cento del totale degli interventi di questo tipo effettuati «Hiv positivi» in Lombardia sarebbero avvenuti proprio alla San Pio X. Troppi, secondo la Procura, per non nascondere qualche irregolarità.