Egregio dottor Cervi,
ho letto con attenzione, nella «Stanza» di martedì 12 gennaio, la lettera dello storico Romano Bracalini sulla ricorrenza del cinquantenario della morte di Albert Camus. Mi ha fatto riflettere su una cosa: vi sono due parole antitetiche, cariche di significati che hanno il potere di condizionare la vita delle persone, e tanto più fortemente se queste persone sono intellettuali. Queste parole sono «sinistra» e «destra». La prima è carica di significati soltanto positivi: progresso, democrazia, libertà, emancipazione dei popoli, superiorità morale, ecc. La seconda ha solo connotazioni negative: conservazione, reazione, dittatura, oppressione dei popoli, capitalismo, classismo, ecc. Non importa che in Europa la sinistra sia diventata terreno di manovra di un'ideologia che, dove ha preso il potere (mai con mezzi democratici!), dove si è misurata con la realtà ha creato regimi tirannici, sanguinari, oppressivi che sono la negazione dei principi su cui essa si vanta di fondarsi. Questa dimostrazione d'incoerenza, se non di ipocrisia, non è mai stata sufficiente a convincere anche i più coraggiosi ad abbandonare questo schieramento, per quanto delusi da esso. Perch´? Per il fascino mitico della parola che sembra vincere qualunque moto di rifiuto? Per la sua capacità intimidatoria e ricattatoria? Per il timore di essere etichettati, di riflesso, «di destra»? Perch´ Camus rimase di sinistra «malgrado - come ricorda lei nella sua riposta la sinistra e se stesso»? Perch´ una personalità coraggiosa e anticonformista come Oriana Fallaci, che negli ultimi anni assunse verso l'islamismo posizioni che si potrebbero definire di destra, ebbe così orrore di quest'accusa da volersene proteggere inserendo, ne «La rabbia e l'orgoglio», una filippica del tutto pretestuosa contro Berlusconi, basata su accuse risibili (del tipo «ama raccontare barzellette», o «ride sempre»)?
Cordiali saluti
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