Quel Dna democratico che rende boriosi i «venerati maestri»

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Caro Granzotto, più volte lei si riferisce a una sinistra antropologicamente diversa. Se ne capisce il concetto generale, che mi pare formulò per primo Luigi Berlinguer, ma in sostanza cosa distinguerebbe la sinistra «diversa» per natura antropologica dal resto della società? Se ne potrebbe avere una sintesi tanto per chiarirci le idee?
Milano

È doveroso premettere, caro Carretta, che nel dirsi antropologicamente diversi i «sinceri democratici» non scherzano. Ci credono. Sono fermamente convinti di essere una razza diversa e, inutile dirlo, migliore. Basta vederli, basta sentirli. Il loro borioso sussiego, l'atteggiamento - accompagnato generalmente da un sorrisino derisorio - di chi si rivolge a dei poveri imbecilli (noi) che non capiscono un tubo e dunque sono condannati a vivere nell'errore, riflette la loro granitica certezza d'avere in appalto la verità. Di essere i capistazione del treno della Storia che parte, si ferma e si dirige quando e dove loro decidono. Alterigia che è poi espressione dello spirito giacobino o, se vogliamo dirla un po' alla goliardica, della tracotanza ben rappresentata dal grande Giuseppe Gioacchino Belli nel sonetto Li soprani der monno vecchio («C'era una vorta un Re cche dar palazzo/ Mannò fora a li popoli st'editto/ “Io so io, e voi nun zete un...”»).
Dandoli per assiomatici, i «sinceri democratici» non stanno a perder tempo nel tracciare i contorni della loro superiorità morale e civile: da bravi giacobini preferiscono di gran lunga scuoiare la parte infame della società (noi) mettendone a nudo le magagne. Ed è quello che ha fatto, un nome a caso, Giorgio Bocca, Venerato Maestro. Non è esattamente quello che chiedeva, caro Carretta, ma lei proceda per esclusione: tutto quanto siamo noi popolo infame, non sono loro, i Bocca, popolo eletto. Afferma dunque il Venerato Maestro che noi, schifezza dell'umanità, siamo un «popolo di populisti condannati dal Dna». Pertanto non c'è speranza: non solo non voteremo mai Veltroni o Franceschini, faccenda già di per s´ imperdonabile, ma magari qualcuno di noi voterà Berlusconi, «L'homme fatal che si crede al centro del mondo» (luogo riservato ai «sinceri democratici». Ci hanno messo apposta il cappello) e questo è davvero troppo. Andiamo avanti: l'esecrato popolo di populisti si divide in due. Da un lato «quelli nati Giuda», traditori che «nei momenti topici si abbandonano alla loro vocazione per il peggio: preti spretati più eretici degli eretici, socialisti passati alla reazione più fascisti dei fascisti». Dall'altro lato ci sono «i revisionisti, i deboli e i paurosi, che, per invidia degli audaci e dei generosi, appena possono si dedicano a sminuirli e denigrarli, a costo di guardare la storia dal buco della serratura». Ovvio che di traditori, a sinistra manco l'ombra: per parafrasare quel monumento medesimo alla coerenza che si chiama Oscar Luigi Scalfaro, chi si è avvolto nella bandiera rossa non se la toglie più di dosso. Anche se son loro poi a dire che solo i cretini non cambiano idea. Ovvio altresì che non si trovi uno che è uno che denigri e sminuisca: tutti a rendere onori, a sinistra, Bocca in primis.
Questo è il quadro, caro Carretta, e non è certo esaltante. O traditori (nei momenti topici) o invidiosi (che sbirciano dal buco della serratura, come un D'Avanzo qualsiasi). E non c'è redenzione che tenga. Conclude infatti lo sconsolato Venerato Maestro che «la vita diventa molto difficile quando ci si rende conto che il fraterno prossimo (noi), il popolo sovrano del populismo (sempre noi) hanno il loro indelebile Dna morale e prima o poi si comportano come ordina il loro stampo ereditario». Cin cin.

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Alessandro Sallusti
Gli Stati Uniti lo salutano come il "salvatore d'Europa", lui elogia Berlusconi "statista" ma poi sale in cattedra  continua..
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