La trilogia di Theo sulla storia più recente del martoriato Paese mediterraneo, che partendo dalla presa del potere del dittatore Ioannis Metaxas, nell'ottobre del 1935, doveva arrivare ai giorni nostri, non avrà quindi il suo capitolo conclusivo. Da poeta elegiaco della cinematografia ellenica, lanciata nel mondo lungo una carriera quarantennale, Angelopoulos è stato investito mentre lavorava, con la stessa semplicità con cui la luce netta delle coincidenze investe molteplici connessioni. Con la perdita del suo artista più rappresentativo, sebbene di nicchia e amato più dalla critica che dal pubblico, un artista che ebbe fra l'altro molto a cuore l'Italia e tramutò Mastroianni in un apicoltore dell'Epiro (Il volo), la Grecia non solo oggi ci sembra ulteriormente impoverita, ma è come se le avessero tappato la bocca.
L'altro mare sarebbe diventato un film forte, di denuncia, di quelli cari al prestigioso autore europeo. E ci avrebbe mostrato come un pugno di speculatori globali, con la scusa dello spread, prostra e mortifica uomini e paesi. «Sarà un film sul destino degli uomini e sui loro sogni. Il XX secolo ci aveva fatto sperare nella realizzazione dei nostri sogni. Ma adesso il sogno è morto. Spetta alle giovani generazioni farsi avanti», spiegava questo figlio di commercianti che negli anni '70 avversò il regime dei colonnelli. Con Angelopoulos finisce anche quel modo di fare cinema, squisitamente europeo, esemplificato in L'eternità e un giorno (Palma d'Oro a Cannes nel '98), tratto da L'exil et le royaume di Albert Camus, con lo svizzero Bruno Ganz. Ma A ciascuno il suo cinema, come titolava il film collettivo cui prese parte Theo, che ebbe sempre la Grecia negli occhi. Tanto da dedicarle una trilogia, ormai sospesa tra La sorgente del fiume e La polvere del tempo.
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