"Brotherhood". L’amore trionfa anche quando i gay sono nazisti

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«Non voglio parlare dei neonazisti. Il mio film non parla di questo, è una storia d’amore. Volevo raccontare l’amore in un contesto in cui non è accettato e dove può nascere comunque». Così il regista italo-danese ed ex fotografo di moda Nicolò Donato (35 anni) spiega il suo primo lungometraggio per il cinema, «Brotherhood», ispirato a una storia vera e, come racconta lui stesso, è nato dalla visione di un documentario su un neonazista morto di Aids, razzista e violento di giorno e omosessuale di notte. «Brotherhood», ambientato in Danimarca, è la storia di Lars, che aderisce un gruppo neonazi che organizza raid contro immigrati e gay.

L’apprendistato alla fratellanza che dà il titolo all’opera di Donato, è duro e Lars viene affiancato dal mentore Jimmy, che picchia gay e pachistani ma beve birra biologica perché bisogna rispettare la natura, e che viene incaricato di testare l’affidabilità del nuovo adepto e la sua preparazione sui testi fondamentali come il «Mein Kampf». Imprevedibilmente, tra i due scoppia la passione. Un amore vissuto in segreto, finché alla fine le regole razziste e violente del gruppo metteranno gli amanti di fronte all’inevitabile contraddizione: tradire i fratelli di ideologia o tradire l’altro e i propri sentimenti.

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Alessandro Sallusti
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