L'ultimo film, invece, anche se molto molto ben interpretato da Leonardo DiCaprio nel ruolo del capo dell'Fbi John Edgar Hoover, non farà gridare nessuno al capolavoro. Cupo, claustrofobico e pieno di chiaroscuri necessari a tratteggiare il controverso profilo dell'uomo a lungo più temuto d'America, J. Edgar è una biografia che si sofferma troppo sulle indagini per il rapimento di Baby Lindbergh e che indugia sul rapporto omosessuale tra il protagonista e il suo segretario Clyde Tolson. Un film meno asciutto dei migliori di Eastwood (Million Dollar Baby, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino). Ma altrettanto tosto nella descrizione del cuore nero dell'America. Hoover rivoluziona le tecniche investigative, trasforma il bureau dell'Fbi, raccoglie e usa come arma di ricatto un archivio sterminato sui potenti, presidenti compresi, e introduce le intercettazioni. Ma Eastwood lo narra come un poliziotto carrierista e ossessionato dalla sicurezza degli Stati Uniti minacciata da bolscevichi, radicali, gangster e Pantere nere. E lo narra soprattutto come una persona scissa: inflessibile e ambigua nella lotta ai nemici d'America, labile e balbuziente nel privato, quando è davanti alla mamma o sfiorato dalle donne. Come in Changeling, dove una madre (Angelina Jolie) era costretta dall'ottusità degli investigatori a indagare da sola sulla sparizione del figlio, anche qui, tra inefficienze e spietatezze, quella polizia che l'ispettore Callaghan in qualche modo difendeva esce a pezzi.
Così l'ex sindaco conservatore di Carmel (California) prosegue nell'opera di demolizione dei totem della destra repubblicana. Ma quello di Eastwood non è controcorrentismo programmatico o l'applicazione di una formula politico-cinematografica. È il suo modo di essere. «Ho la febbre del nuovo», ha confidato di recente, «Mi divorerà fino alla fine la voglia di continuare a imparare, com'è stato per John Huston, che ha girato il suo ultimo, meraviglioso film, The Dead, su una sedia a rotelle e con la bombola d'ossigeno». Probabilmente noi italiani, condizionati dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone, continuiamo a vederlo sempre nei panni di quel pistolero taciturno e flemmatico che «arrivava da chissà dove», ma gli bastavano tre proiettili e due parole per rimettere le cose a posto. Altrettanto scorbutico e misantropo è Walt Kovalski, l'ultimo personaggio interpretato da Eastwood in Gran Torino. Kovalski è un reduce della guerra di Corea, vedovo e xenofobo. Ma di fronte alle ingiustizie subite dai vicini di casa asiatici, il suo razzismo declina e si trasforma in complicità. Ale velate accuse di buonismo rivoltegli in patria, Eastwood ha replicato: «Gran Torino è un film su che cosa insegnare ai giovani. E il protagonista doveva essere sia vecchio che chiuso. Per poi aprirsi. Il punto centrale della storia è che si apprende a ogni età». Coraggio, stupiscici ancora, vecchio Clint.
Ingrandisci immagine
