diSuvvia, e che sarà mai!? Autodistruggersi con la masturbazione, consumare ripetuti rapporti occasionali, mercenari e meccanici, sperimentare orge e fellatio omosex, compulsare i siti porno dal computer dell'ufficio per poi ricollegarsi con il pc di casa, condurre chat con pornostar alla ricerca di stimoli inediti, sodomizzare prostitute alla finestra di un hotel newyorchese «è una storia di ordinaria virilità». Massì dài: lo fanno tutti, il tuo avvocato, tuo fratello, forse tu stesso. Siamo tutti «ossexionati»: che bel gioco di parole se «sex» lo scrivi in rosso come fa Repubblica. «Ai tempi di Internet, del moltiplicarsi delle disponibilità e delle potenzialità, Shame non è un film su un caso limite». Per Gabriele Romagnoli, Brandon, il trentenne single che lavora nella finanza a Manhattan, in realtà un drogato di sesso interpretato da Michael Fassbender, è uno di noi. Uno qualsiasi. Perch´ stupirsi. Non c'è stato un presidente degli Usa che «si è fatto soddisfare oralmente da una stagista paffuta mentre discuteva la politica estera in una telefonata intercontinentale»? E non c'è stato il caso del potentissimo presidente del Fondo Monetario Internazionale? E non ci sono le star di Hollywood che finiscono nelle cliniche di disintossicazione del sesso? Suvvia. Provare con una donna, poi con un'altra, poi con due insieme, poi con un uomo in una progressione autodistruttiva è come mangiare patatine fino alla nausea, «cominci con una, poi un'altra, sempre più ravvicinate». Su Vanity Fair Chiara Gamberale esemplifica con i biscotti, uno dietro l'altro, con foga crescente (ma almeno Gamberale parla di «guasto» e di «dipendenza»). Il film-scandalo diretto da Steve McQueen, regista nero di Londra, uscito venerdì con il divieto ai minori di 14 anni sarà con assoluta certezza il più frainteso della stagione. Come un'esibizione alla Rocco Siffredi un tantino più ambiziosa. Oppure come un'esercitazione «erotico-intellettualoide», come ha previsto Marco Giusti (che invece a parlato di «martirio corporale»). Certo, basta far finta di non vedere che di mezzo c'è una persona, e c'è una sorella disperata quanto il protagonista. Che l'unico rapporto con una donna in cui spunta un barlume di sentimento è quello in cui il nostro infallibile sessodipendente fallisce clamorosamente. Basta rimuovere la scena in cui si contorce disperato sotto la pioggia e gridando al cielo, dopo aver toccato il punto più basso della propria discesa agli inferi. Basta censurare il fatto che shame sia la parola più usata dai pazienti delle cliniche per la disintossicazione. E basta sottovalutare le intenzioni del regista: «Metto in scena gli orgasmi più disperati del mondo». Se Shame è un film sul maschio contemporaneo, «un serial killer che ha sostituito gli amplessi agli omicidi», chissà perch´ il protagonista dovrebbe avvertire la vergogna del titolo. Dovrebbe girare baldanzoso e senza vergogna: shameless. Che però è il titolo di una serie tv americana. Ed è tutta un'altra storia.