Emma Dante: "Zeffirelli mi attacca? È una cariatide"

La regista di Carmen risponde all’artista: "Meno male che critica. Lui è fermo, io continuo a crescere". E sul suo allestimento, accusato di blasfemia, dice: "Se qualcuno si scandalizza vuol dire che non ha vera fede"

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Milano - Lunedì, al termine dell’opera che ha aperto la stagione della Scala, il teatro s’è letteralmente spaccato in due. Fra ultrà della tradizione e quelli dell’innovazione, con bordate di fischi e “buuu” da un lato e incoraggianti “bravaaa” dall’altro. È stata la regia di questa Carmen, come da copione, a dividere gli spettatori. Come l’ha presa Emma Dante, la regista? Tanto per cominciare dice d’aver «dormito come un angioletto» la notte seguente.

Come si sentiva in mezzo ai due fuochi?
«Mi sentivo nel posto giusto, e comunque me l’aspettavo. Anche perché il 7 dicembre è la giornata in cui ci si può esibire. E la gente che vuole esibirsi non si risparmia. Per fortuna, ci sono anche persone che intendono invece seguire il percorso di un artista».

Tutto metabolizzato, insomma?
«La platea, notoriamente tradizionalista, non ha dissentito. In complesso, il 70% erano applausi e il 30% fischi, va bene così, è il giusto equilibrio».

Ha letto le critiche di Franco Zeffirelli?
«Questo suo attacco è per me benedetto, essendo lui una cariatide, significa che io sto procedendo. Buon segno».

Qualcuno sente che Lei abbia offeso la sensibilità religiosa.
«Chi è turbato da questo spettacolo vuol dire che non è in pace con la propria fede, in questa mia Carmen non trovo nessuna mancanza di rispetto nei confronti del Cattolicesimo. C’è una chiara presa di posizione nei confronti della Chiesa, d’accordo. Chiesa che è molto presente in Italia, un Paese laico dove ognuno dovrebbe avere la libertà di professare quello che crede. Il fatto che vi siano tanti simboli religiosi non vuol dire che io condanni chi ha fede assoluta».

Il Gesù Cristo che cadendo si spezza è stato letto come un atto blasfemo.
«Un Cristo di gesso si può rompere. Non è un gesto blasfemo. E poi in questa Carmen sono tanti i simboli che si rompono».

C’è chi ha trovato questa sua Carmen traboccante di simbolismi ed elementi in genere, un po’ come accade ai debuttanti...
«Forse hanno ragione, però ora non posso e non voglio ritoccare niente. È un primo approccio. Mi spiego. Ci sono dei personaggi che Micaela si porta dietro, i chierichetti, per esempio. Ebbene loro sono la sua proiezione e salvezza. I chierichetti devono sempre raccogliere qualcosa da terra, come i crocifissi. Mentre canta con Don José asciugano il pavimento con un panno. Sono simboli, è vero, però sono anche funzionali alla scena. I chierichetti sono i servitori del sacerdote, aiutano affinché la liturgia venga celebrata nel migliore dei modi. Spazzano via le impurità e al tempo stesso levano l’acqua che se rimanesse, in concreto, creerebbe problemi alle sigaraie: potrebbero scivolare, tanto per essere chiari».

Nessun ritocco, dunque?
«Non ora. È uno spettacolo dove una scena contiene l’altra. La costruzione delle scena è più importante della scena stessa. In questo credo di essere riuscita perfettamente».

In cosa sente di essere stata travisata?
«Questo spettacolo non vuole tradurre la festa spagnoleggiante di Carmen, nel quarto atto mancano lo sfarzo e la prosopopea che uno s’aspetta. Nel mio spettacolo c’è una sorta di agonia, di cupezza. È una passeggiata malinconica: come la vita. Non c’è il colore acceso, ma il grigiore, qualcosa di struggente. È questa la mia lettura».

È il suo debutto nell’opera. Prima di lavorarci, come percepiva questo mondo?
«Come un mondo misterioso, forse a volte inaccessibile. L’opera va frequentata, del resto. Lavorando con la musica ho imparato a distinguere i suoni, suoni che si perdono in questa nostra vita frenetica».

Prossima regia d’opera?
«Non farò un’opera lirica così per farla. Quando il sovrintendente Stéphane Lissner mi telefonò, mi propose un progetto chiaro: Carmen. Lui riteneva che questa storia potesse essere consona alle mie corde. Non mi interessa fare regia di opera in astratto».

Come s’è trovata con i cantanti-attori?
«Bene, è stato facile lavorare con loro. Li ho trovati persone disponibili e fiduciose, un approccio che ha aiutato tutti. È una compagnia veramente speciale, fatta da talenti. Io ho portato il mio il teatro laddove mi era stato chiesto di portarlo. Ho portato un teatro che faccio da venti anni, se questa cosa, in Italia, vale ancora qualcosa. Un teatro di prosa, di ricerca, che non ha grandi proiettori su di sé rispetto a quello ufficiale. Non è considerato come si dovrebbe, si va avanti perché c’è gente che ancora fa riflessione».

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COMMENTI

8 commenti su  1  2   pagine dal più vecchio | dal più recente
#8 igna08 (611) - lettore
il 09.12.09 alle ore 19:11 scrive:
Non ho visto lo spettacolo, quindi non posso esprimermi con un giudizio, ma per quanto riguarda le risposte che Emma Dante da alla giornalista Franini, devo dire che le trovo sopra le righe in negativo, troppa supponenza , ma sopratutto mancanza di rispetto nei confronti del Maestro Zeffirelli. Un pò di modestia, please . Per il resto, auguri e un in bocca al lupo per la sua carriera da un suo corregionale.
#7 Dulcamara (1566) - lettore
il 09.12.09 alle ore 18:50 scrive:
Ma a Milano se li vanno a cercare gli antipatici, i supponenti, gli arroganti, i maleducati. Non bastava Mourinho, ora anche questa insolente e presuntuosa sedicente regista per completare il quadro. Parlare male di Zeffirelli, il più grande regista d'opera che sia mai esistito, poteva farlo solo questa odifreddiana che ha dissacrato Cristo, la Chiesa e il pubblico che ha rispetto della religione. E i sovrintendenti, che ingaggiano e lasciano fare questi tracotanti pseudoregisti che hanno a cuore soltanto di essere al centro dell'attenzione e se ne strafottono del futuro della Lirica e del parere del pubblico, andrebbero cacciati a pedate.
#6 blackqueen (2) - lettore
il 09.12.09 alle ore 18:37 scrive:
Come deve essere triste e spenta la vita della signora Dante se Carmen è, per lei, "....una sorta di agonia, di cupezza.Non c’è il colore acceso, ma il grigiore," Hèlas......
#5 fritz1996 (2337) - lettore
il 09.12.09 alle ore 17:23 scrive:
A parte tutto, questa signora mi sembra arrogante e maleducata: un maestro come Zeffirelli merita in ogni caso rispetto, soprattutto da parte di chi ancora è ben lontano dall'aver realizzato, quantitativamente e qualitativamente, anche un centesimo di quanto fatto da lui.
#4 Enrico Maria (747) - lettore
il 09.12.09 alle ore 13:54 scrive:
Gentile Signora ,le scrive una "cariatide" di 61 anni che -pensi un po'- ha apprezzato le regìe di Visconti ,di Strehler e di Zeffirelli. il problema non consiste in quanti abbiano dissentito o in quanti abbiano applaudito. Il problema consiste nel fatto che Lei ha rappresentato un guazzabuglio che ben poco ha a che fare con l'opera. Un guazzabuglio - ci sarebbe un'altra parola ben più efficace- che snatura l'opera lirica, le toglie quel quantum di magìa e ne allontana il pubblico. Sono sempre e sarò sempre contrario all'idea di trasformare il Teatro in una palestra per registi , per le loro idee strampalate, per le loro inqualificabili trovate. Ho proposto ,da tempo, di togliere il regista dall'opera lirica. Non serve a nulla. Un esempio: Nel giugno 1955, la RAI mise in onda una straordinaria Norma di Bellini con Callas, Del Monaco, Stignani ,diretta da Serafin, in forma di concerto, quindi senza regista. Memorabile, stupenda, srtellare. E, ripeto, non c'era regista.
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