Come accadde?
«Mi ero presentata per una particina. Barenboim mi chiese un’aria di Carmen, io cantai l’Habanera. Prima che me ne andassi, mi disse di cancellare il mio nome d’arte, Raveli, per adottare il cognome georgiano. Ebbi uno scatto patriottico. In autunno il sovrintendente Lissner mi comunicava la bella notizia».
In effetti, pronunciare Rachvelishvili non è semplice. Mettiamo che dopo questa Carmen lei diventi il fenomeno del momento, per il marketing questo cognome non funziona...
«Basta scorporare il termine. “Rachveli” è il nome di una regione della Georgia, mentre “shvili” sta per figlio. Forse questo può aiutare. No, ora non cambio niente».
Così lei è patriota.
«Da piccola mi divertivo a scrivere canzoni dedicate alla Georgia. Poi le cantavo all’infinito. È’ così che mio padre decise di farmi studiare musica».
Perché ha scelto l’Italia per gli studi?
«L’Accademia della Scala è un mito in Georgia. Poi, a un certo punto, la mia insegnante di Tbilisi mi confessò che le restava poco da vivere, non voleva che finissi in cattive mani. Così tentai il concorso in Accademia, era un investimento economico non indifferente, però...».
Ma in Accademia non siete borsisti?
«Sì, ero borsista anche in Georgia. Il punto è che mancavano i soldi per il biglietto aereo. I miei ipotecarono l’appartamento. Però sono riuscita a restituire i soldi».
E cosa farà con i primi «ricavi» scaligeri?
«Farò ristrutturare la casa dei miei, non c’è ancora l’impianto di riscaldamento, per dire».
È già stata contattata per altre produzioni?
«In gennaio sarò a Palermo per Nabucco, poi a Berlino e di nuovo alla Scala, per Carmen. Nel frattempo devo però sistemare la questione del permesso di soggiorno».
Cioè?
«Devo convertire il permesso di studio in lavoro, ma una legge del 2008 complica l’operazione. E la scadenza è proprio il mese prossimo. A fine dicembre andrò in Georgia per il visto».
Il problema non contribuisce alla tranquillità di una debuttante.
«Sì, mi inquieta. Però, un’infanzia di sofferenze come la mia ti rende forte come una roccia».
Sofferenze?
«È capitato spesso che non avessimo di che mangiare. Ci vestivamo come si poteva, indossando anche gli abiti dei nonni. Per sopravvivere i miei genitori hanno dovuto rinunciare alla loro professione, la mamma è parrucchiera ma sarebbe una ballerina, il papà è capocantiere ma sarebbe un compositore».
Questo passato cosa le ha insegnato?
«A distinguere il necessario dal superfluo. Per esempio credo che il divismo sia solo uno spreco di energie».
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