Dopo innumerevoli disavventure il pugile si vede costretto a tornare sul ring contro un avversario molto più giovane di lui. Il combattimento ha fasi drammatiche ed è una lotta all’ultimo sangue ma Billy, ricorrendo a tutto il suo coraggio e a una incredibile determinazione, alla fine manda l’avversario al tappeto e vince per ko. Ma lo sforzo sostenuto, unitamente ai colpi ricevuti, gli saranno fatali: portato a braccia nello spogliatoio, muore sotto gli occhi impotenti del suo allenatore e del figlio. In quella scena il bimbo (che aveva vinto un Golden Globe) si abbandona ad un pianto disperato non volendo accettare che il padre, il suo eroe, non ci sia più.
Secondo la rivista Smithsonian un gruppo di scienziati olandesi guidati dal professor Robert Levenson (insegnante di psicologia presso l’università di Berkley) nel 1988 avevano chiesto ai colleghi di tutto il mondo - agli appassionati di cinema ed alle cineteche - di suggerire loro pellicole ad alto contenuto di tristezza, per aiutare i malati mentali a «ritrovare» le proprie emozioni.
«Un processo di selezione difficilissimo - ha spiegato Levenson -. Poiché molti film contenevano scene sì tristi, ma al tempo stesso capaci di provocare rabbia o disgusto. Le emozioni si mescolavano e noi invece cercavano una sola, predominante emozione, la tristezza».
La selezione li ha tenuti impegnati fino al ’95: «Alla fine abbiamo mostrato ad un gruppo di pazienti i 78 finalisti e Il Campione è uscito vincitore».
Così il film di Zeffirelli è diventato un esperimento scientifico ed è stato usato in più di 300 cliniche, intorno al mondo, per far piangere. Seguono nella classifica dei film più tristi Bambi (la scena in cui muore la madre), Kramer contro Kramer (la scena finale) il momento di crisi ne Gente ordinaria, la scena di Dumbo che si separa dalla mamma e il Natale del film La vita è meravigliosa, con James Stewart che corre ovunque per augurare buone feste.
Quali sono stati i risultati della ricerca? Che la gente depressa non piange più degli altri, che la tristezza non ci spinge a fumare o mangiare di più, ma che uomini e donne spendono di più quando sono tristi e gli anziani sono più soggetti alla malinconia dei giovani.
«Quella scena finale de Il Campione - ha spiegato il professor Levenson - contiene tutti gli elementi della tragedia umana e non c’è paziente che, vedendola, non si lasci andare al pianto. Dobbiamo molto a Zeffirelli. Anni fa si ricorreva all’elettroshock per risvegliare le emozioni dei pazienti. Oggi bastano le lacrime del piccolo T.J.. Un minuto e 51 secondi di indimenticabile cinema».
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