Processo a Giovanni Allevi "La sua è subcultura". "No, è una novità"

Fenomeno o bluff? Dopo le critiche di Uto Ughi al musicista, abbiamo chiesto il parere degli esperti Il pianista Bahrami: "Tanto fumo, niente arrosto". Cennamo della Ricordi: "Gli farei un contratto"

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Milano - Giovanni Allevi compone, suona (il pianoforte), scrive libri. È il re Mida della musica classica: tutto ciò che tocca diventa oro. È uno di quelli che riempie le sale da concerto. Scrive libri che si vendono come il pane. Ha toccato un livello di notorietà che attraversa ogni fascia anagrafica e sociale. Che lo si ami, o no, una cosa è certa, Allevi non passa inosservato. Dopo il concerto natalizio di Allevi, promosso dal Senato della Repubblica, il violinista Uto Ughi ha rilasciato dichiarazioni al vetriolo a «La stampa». Del collega non salva nulla. Del tipo: Allevi «in altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio», «non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica», è «un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà». Sarà, ma i discografici si leccano i baffi. A partire dalla Universal, cioè il top nel settore, che in novembre ha pubblicato un cd di Allevi. «È già disco d’argento. Allevi si sa porre, è disponibile, suona ovunque, un ottimo mix fra bravura e capacità di promuoversi», assicura Giovanni Mazzucchelli, marketing manager della Divisione Classica dell’etichetta. Non è della stessa opinione Ramin Bahrami, proprio oggi 32enne, pianista anche lui da primati: il suo cd dedicato a un’opera di intelletto come l’Arte della fuga di Bach ha sfondato pure nelle classifiche pop. «C’è troppo fumo e niente arrosto in Allevi. Oggi, purtroppo non si fa differenza fra qualità e quantità, è facile arrivare al successo senza niente. E Allevi incarna questa tendenza. Conosce gli escamotage per ottenere il consenso, punta su melodie orecchiabili e si spaccia come il profeta della classica». Alberto Mattioli, giornalista musicale di riviste specializzate e della Stampa, ammette che la musica di Allevi «è piacevolmente inutile». Ma poi va oltre le discettazioni del «piccolo mondo antico della classica. Chi opera nella musica cosiddetta musica d’arte dovrebbe indagare questo fenomeno. Non ha senso limitarsi a dire che Allevi non è bravo, bisogna semmai capire perché nonostante ciò abbia successo. Alla fine, lui ha saputo intercettare la voglia di musica classica che c’è e che i colleghi non sanno soddisfare». Un personaggio che sa intrattenere, ci dice Angelo Curtolo, docente di Arte della comunicazione artistica alla Iulm di Milano e Ca’ Foscari di Venezia, nonché sovrintendente teatrale. Così scopriamo che Allevi sta pure diventando oggetto d’indagine universitaria per le sue capacità di comunicare. «Allevi sa catturare l’attenzione come pochi, comunica con la musica, intrattiene con la parola, si comporta in scena come un uomo dello spettacolo, diciamo come si usa nella leggera. È una voce nuova, sfugge a qualsiasi etichetta, non è musicista jazz, o pop, o classico. È una novità», dice ancora Curtolo. Anche il compositore Fabio Vacchi ammette che Allevi sfugge la categoria della classica. Salvo aggiungere: «Io proprio non lo considero, non riesco neppure ad avere opinioni su di lui. È solo una bieca operazione commerciale. Mi vien da ridere quando vedo che si spaccia per musicista di classica. La sua è un’operazione di sub cultura». Tino Cennamo, manager della secolare casa musicale Ricordi, invece confessa che «se potessi lo contrattualizzerei». Ma in quale area? «Nel filone della musica moderna, tra la contemporanea e la pop, un genere molto in voga nei Paesi anglosassoni. Dopo Einaudi, rappresenta il nuovo fenomeno della musica italiana». Più scettico Piero Maranghi, direttore di Sky Classica, «considero Allevi un’operazione di marketing. Non credo a quanti affermano che lui sia la risposta alla crisi della classica. Se così fosse, sarei preoccupato. Lui gioca molto sull’immagine di elfo, dell’artistoide e ingenuo, in realtà è un uomo molto concreto». Ospiterebbe Maranghi un documentario su Allevi nella sua programmazione? «Purché non implichi investimenti da parte mia. Preferirei produrre un documentario su un bel pianista italiano come Cabassi».
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COMMENTI

23 commenti su 1  2  3  4   5   pagine dal più vecchio | dal più recente
#3 CLINT (57) - lettore
il 27.12.08 alle ore 12:03 scrive:
Ogni tempo ha il suo "Mozart". Se Giovanni è figlio di questo tempo è già una grazia solo il fatto che ci sia. Grazie di esistere Giò.
#2 MAgo (229) - lettore
il 27.12.08 alle ore 10:48 scrive:
un po' di soldi veri, dal pubblico pagante, nel mondo della musica non guastano! magari qualche bambino trascinato lì da genitori snob e volgari si innamora di uno strumento e chiede di andare a scuola di musica...e rinasce un Uto Ughi (il quale non è un mostro di simpatia quando - anche lui - va in TV)
#1 Maria Skalinska (125) - lettore
il 27.12.08 alle ore 7:39 scrive:
Il tempo deciderà,se rimane qualcosa di Allevi.L'indice di popolarità non vuol dire niente specialmente in tempi d'oggi dove l'ignoranza, superficialità ed megalomania prevale.basta vedere qualsiasi clasifiche ,popolarita ed ascolto..... E se questo è il meglio di nostra cultura!!!!-poveri noi.
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