Della nostalgia non dobbiamo avere paura, ha ribadito Spielberg, che tra Tintin e War Horse, presto serio competitore di The Artist in zona statuetta, insiste con la retromania. E anche il grande Scorsese, con il suo Hugo in 3D, ha inviato un messaggio d’amore al cinema dei tempi andati. Ma qui c’è voluto un gran coraggio a investire 13 milioni di dollari in un progetto, che rischiava la parodia, tra cappellini anni Venti e sontuose dimore stile Viale del tramonto e invece fila via dritta verso 100 minuti di piacere visivo. «L’idea è nata dal grande desiderio di fare un film muto, però la cosa più difficile è stata reperire i fondi. Per fortuna, Thomas Langmann ha avuto fiducia sia in me sia nell’idea. Il muto è eccitante, perché è una forma cinematografica pura: non ci sono dialoghi, né letteratura», spiega Hazanavicious, in Francia noto per le sue spy-parodie di OSS117 e da noi pressoché sconosciuto. Come poco nota è, da noi, la formidabile coppia di attori che anima la storia. Lui, George Valentin (il seducente Jean Dujardin, miglior attore a Cannes) è un divo del muto, che ricorda Douglas Fairbanks: sexy, narciso e sempre con un piccolo terrier Jack Russell appresso («far recitare il cane è stato facile: bastava dargli la fila di salsicce, che Dujardin teneva nel calzino»). Lei, Peppy Miller (la deliziosa Bérénice Bujo), è una stellina senza arte né parte, che baciando lui a favore di flash, ottiene un titolone su Variety: «Chi è questa ragazza?» (il tipico Who’s that girl? che lanciò Madonna). Siamo nel 1927 e George e Peppy si piacciono e provano ad essere in due nella giungla di Hollywood, mentre il sonoro si va affermando. Ma se lui resta indietro, vanesio e innamorato di sé, lei diventa una star ed entra subito nel business del cinema parlato. Ribaltamento dei ruoli e drammi conseguenti, ma lei non si scorderà di lui, che l’ha aiutato a salire in cima. In superficie, pare una commmedia romantica all’epoca del charleston, però sappiamo che la profondità è in superficie e chi si tratta d’altro. «Anch’io pensavo che il muto fosse roba vecchia, però il pubblico oggi ne ha riscoperto il valore emotivo e la bellezza cinematografica del bianco e nero», sottolinea Hazanavicious, che ha girato a Los Angeles nei mitici studi Warner e in 35 giorni soltanto. Atmosfere alla Billy Wilder, dunque, e citazioni continue: dalla casa di Mary Pickford, dove vive Peppy, alle ombre nere che si allungano, evocando Fritz Lang e Murnau, il gioco del cinema diventa illusione e paragone. «Per rendere l’atmosfera dei film muti, col loro ritmo e le loro luci, ho girato 22 immagini al secondo, imprimendo una leggera accelerazione», approfondisce il regista, che cominciò nel 1993 ad accarezzare l’idea del suo film muto, grazie a un collage di classici hollywoodiani assemblato per la rete tv Canal+. Naturalmente, l’operazione di The Artist non è ingenua e sentimentale, perseguendo la contrapposizione netta con la tecnologia imperante e la superiorità del concetto visivo su tutti gli altri. Proprio mentre ci avvolgono numeri e fragore.
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