È stato Barenboim a riportarla a Milano?
«Ha sicuramente inciso. Il sovrintendente Lissner mi ha poi telefonato dicendo. Ti vorremmo per un'inaugurazione».
Che teatro ha trovato?
«Un'altra Scala. Il merito è di Barenboim e della sua straordinaria capacità di sdrammatizzare, fa in modo che questo evento non ceda all'isteria. È preciso, ma non è pignolo fino a farti esaurire. Asseconda le esigenze del cantante, che ne so, chiede se ci vanno bene i tempi staccati, oppure è meglio rallentare o accelerare».
Che Don Ottavio ci dobbiamo aspettare?
«Un uomo rispettoso dei codici cavallereschi, l'opposto della libertà totale di Don Giovanni. Difende i valori della famiglia e della donna. Carsen lo vuole particolarmente riflessivo, molto attento a ogni mossa che fa. Il regista ha insistito sul fatto che pure Ottavio subisce la fascinazione esercitata da Don Giovanni, ed è così soggiogato da non poterlo credere omicida e seduttore. Il mio personaggio ha poi due delle più belle arie per tenore scritte da Mozart: eleganti esattamente come lui, Il mio tesoro e Dalla sua pace».
Come è possibile che non faccia una piega quando la fidanzata, Donna Anna, temporeggia dopo la proposta di matrimonio?
«Don Ottavio non prova rancore perch´ è un sentimento estraneo ai canoni cavallereschi. Bisogna riandare al Medioevo per capire questa figura».
Quanto a Lei. Risentito per il mancato Don Carlo?
«I fatti non si cancellano, però amo guardare avanti e non portare rancori. Da questa esperienza ho imparato che bisogna lavorare con persone che offrano garanzie. Poi certi ruoli non si fanno alla Scala».
Per esempio?
«Quelli verdiani: troppo legati ai grandi nomi del passato, fischiati pure loro, però dopo la morte si sa. Non farò mai Traviata».
Lei è di casa in un teatro come il Metropolitan di New York. In cosa consiste l'unicità della Scala?
«Nel suo pubblico: caldo, che non perdona niente. La Scala è il simbolo dello spettatore italiano, noto per essere molto passionale, istintivo, pronto a lanciarsi in giudizi con quell'inventiva che è capacità di salvarsi all'ultimo. Al Met la gente va per divertirsi, accetta quello che viene proposto e quando contesta lo fa con moderazione».
Perch´ canta sempre meno in Italia? A quando il prossimo ritorno?
«Ci sono progetti su Roma, ma è ancora tutto da definire. I nostri teatri ormai non hanno più soldi. Quelli di provincia, poi, invitano artisti giovanissimi, o estremamente sconosciuti, poich´ costano poco. Gli inviti, quando arrivano, vengono fatti all'ultimo».
E chi ha puntato tutto, o quasi, sull'Italia?
«Ho colleghi che hanno costruito una carriera anzitutto italiana, ora faticano».
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