José Mourinho sente ancora piangere e, insieme ridere, lacrime e urla di gioia, è la festa folle, è la liberazione finale, quarantacinque anni dopo, la memoria si riavvolge come nella bobina di un film, i fotogrammi scorrono velocissimi, è sempre Diego Armando Milito, è di nuovo Inter, è di nuovo la coppa, è di nuovo trionfo. Atteso, inseguito, sognato, infine conquistato.
Tre volte Inter, in Italia e in Europa nello stesso anno, due volte Mourinho nello stesso torneo, Ze Mario filosofo e condottiero, affabulatore e stratega, leader maximo anche se il Massimo leader, vero, unico si chiama Moratti. La notte di Madrid era la corsa pazza di Tardelli. La notte di Madrid adesso è la gioia libera di Massimo Moratti, stretto in tribuna tra due presidenti, Abete e Platini, ma lui padrone di questa notte indimenticabile.
Aveva vent’anni quella sera del Sessantacinque, suo padre alzò per la seconda volta la coppa al cielo, la fotografia sta nell’album di famiglia e nella sede sociale, nell’album dei tifosi, nei ritagli dei giornali del tempo: «Inter figlia di Dio» fu il titolo blasfemo del settimanale Milaninter uscito in edizione straordinaria quella sera e sventolato dalla folla dei tifosi in piazza Duomo. Il cardinale Colombo protestò con l’editore, Inter figlia di Moratti è il titolo di oggi, senza lamenti clericali e famigliari.
Mille flash illuminano il volto teso del presidente, stremato, le lenti umide degli occhiali, i capelli esplosi nella festa, come se avesse finito di correre lui sul prato del Bernabeu, come se avesse parato lui i palloni di Robben o avesse toccato lui i palloni d’oro per Diego Armando Milito. È un bambino di sessantacinque anni che finalmente può portarsi a casa il giocattolo più bello. Da giovane lo chiamavano Paperino per il suo fare e dire simpatico e sghembo, imprevedibile e un po’ ganassa, all’ombra di un padre imperioso e di una madre rigorosa e dolcissima, in mezzo a un parentado fitto di fratelli e sorelle. Ieri sera era davvero il Massimo dei Moratti ma di sicuro avrà ripercorso con la memoria quella notte del Sessantacinque, avrà ripensato alla gioia che era di Angelo e di Erminia ma anche sua e di Gianmarco e di Adriana e di Maria Rosa detta Bedi e di Gioia, ma non così forte, totale, quasi esclusiva come stavolta al Bernabeu.
Ha vinto la sua Inter, senza dire, per favore, contro tutti e contro tutto, ha vinto e basta, sul campo, nel gioco, nel risultato, superando roba tosta, il Chelsea, il Barcellona e, ultima stazione, il Bayern di Monaco, inglesi, spagnoli, tedeschi, che c’è di meglio in circolazione?
I suoi barili di petrolio si chiamano Julio Cesar e Maicon, Samuel e Chivu, Zanetti e Lucio, Diego Armando Milito e Sneijder, Pandev, Eto’o e Balotelli, l’oro nero di Moratti non ha prezzo di mercato, fino a ieri era cronaca, adesso entra nella storia, forse segna l’inizio di una nuova avventura sospesa per un lungo tempo. I tedeschi battuti in contropiede, sapore di un calcio messo in soffitta dai nuovi depositari della tattica. Oggi chiamasi transizione ma la sostanza è rimasta la stessa, palla lunga, pedalare e metterla dentro. Così è stato, così poteva essere in altre occasioni con la sturmtruppen di Van Gaal noiosa e slegata in difesa.
Adesso non è più il tempo di pensare al passato, di sfogliare i libri e gli almanacchi del tempo andato. Adesso la nostalgia serve soltanto ai romantici. Massimo Moratti è campione d’Europa, come sognava, come voleva, come doveva. Aggiungete una fotografia, a colori, a fianco di quella di Angelo con la coppa al cielo. Aggiungete e segnate la data: maggio, ventidue dell’anno duemila e dieci.
Madrid ha una luce bellissima. L’alba di Milano è ancora più bella. Non è stato un sogno. Sì: l’Inter è campione d’Europa.
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