Questo è Lippi terzo. Uno, due, tre: pensa a come fare, pensa a come uscire. È troppo sicuro per essere insicuro. Marcello sa quello che non sappiamo. Davvero è stato vittima della sindrome di Berlino? Possibile che soffra della riconoscenza verso chi l'ha fatto diventare campione del mondo? Lascia dire, lascia fare. Gli occhi non sono tristi, la voce non è amara. Ha la faccia di chi pensa: non avete capito niente. È tornato per vincere quello che gli altri non hanno vinto, è tornato per fare quello che non riuscì a Bearzot: vincere due volte il mondiale. Lo si legge in faccia che non può essere solo avidità, che non è soltanto vanità. Uno che si prende la coppa del mondo come ha fatto lui, ha la garanzia di essere immortale. Allora se è tornato è perch´ ha un'ambizione. Giusta? Sbagliata? Assurda? Legittima? Ce l'ha.
Berlino è un'ossessione: si rivede, Lippi. Ogni immagine: lui che prende gli occhiali dalla panchina come un impiegato che ha appena finito la partita al circolo tennis, lui col sigaro seduto per terra accanto alla coppa. La Germania lo insegue come insegue Cannavaro, Toni, Zambrotta, Grosso, Buffon, Pirlo. Travolto dal ricordo, infognato nel passato. L'eternità dell'eroe, del vincitore solitario, del comandante abbandonato prima del successo e tornato amato con una coppa in mano: è un vizio nostro, convinti sempre che ieri sia meglio di domani. Abbiamo creduto che i signori del mundial spagnolo fossero infiniti e quindi capaci di vincere ancora in Messico: ci ritrovammo fuori negli ottavi, bastonati e umiliati. La nostalgia, ancora. Il 2006 è stato odiato quando l'abbiamo conquistato e viene rivalutato col tempo. Così quelli che erano giovani e belli tre anni fa, sembrano giovani e belli anche oggi. Lippi non può non saperlo. Quindi Lippi lo sa. Lippi c'ha pensato. Lui è l'unico che si può salvare: la panchina dà la possibilità di ricredersi, di ripensare, di ridisegnare, di rivivere. Chi corre prima o poi smette, chi sta fermo prima o poi torna. Allora perch´? Marcello ha seguito ognuno dei calciatori che ha convocato per la Confederations Cup: sapeva della condizione fisica scarsa, sapeva dell'imbolsimento generale. Non è un paese per giovani, il suo. Non li ama, non l'ha mai fatto. L'Italia non li ha valorizzati se non a spizzichi e bocconi. La gerontocrazia al potere, nel campionato come in Nazionale, in campo come in panchina. Lippi non vuole neanche tutti i migliori, ma quelli che piacciono a lui: cocciuto e convinto di s´. Se vince, come ha vinto, ha ragione. Diviso tra il sogno di Berlino e l'incubo di Johannesburg. Guarda la lista dei potenziali convocabili e vede pochi nomi e tanta malinconia. Tre anni dopo c'è un movimento pro mondiali di Germania che nel 2006 non c'era.
Ha ragionato, pensato, deciso. Sa quello che non sappiamo, appunto. Lo sapeva prima e lo saprà ancora. Allora forse la resistenza alla novità, il gusto di circondarsi degli uomini di Germania ha un'altra spiegazione: e se avesse fatto tutto apposta? Non poteva non rendere omaggio agli eroi, in un Paese come il nostro. L'ha fatto: convocato in blocco il gruppo di Germania 2006, mostrato al mondo con l'orgoglio di chi può dire di essere campione per quattro anni. Li ha messi in mezzo a una strada: o ve la cavate oppure addio. Perfido? Magari soltanto cinico. Lippi sa che se salva se stesso salva anche l'Italia: è un'equazione, è logica, è ovvietà. Si può perdere la faccia nella Confederations Cup, in fondo. Cioè se uno deve farlo, lo fa a un anno dal mondiale. È come nella vita: chi è stato bravo, ma forse ha finito il suo giro, non può essere buttato senza metterlo alla prova l'ultima volta. Così gli si dà un'altra opportunità e pace: chi se la cava si conquista un altro pezzo di futuro, chi non ce la fa, lascia. Grazie e addio, come ha scritto qualcuno. Gli altri saranno i giovani, che magari tra un anno saranno meno giovani per l'Italia. Poi se si perde con loro, chi ti può dare addosso? Sarà colpa dell'inesperienza.
