Nel frattempo per Zaccheroni domani ci sarà proprio la Lazio e tempo per troppe elucubrazioni non ce n'è. Serviranno buon senso e chiarezza di idee, oltre a una discreta dose di fortuna che permetta alla Juve di recuperare in fretta alcuni infortunati. La speranza del popolo bianconero - scettico su questa nomina - è che Zaccheroni non sia già un ex che vive di ricordi. Lo scudetto vinto con il Milan è datato 1999 e, nelle ultime sette stagioni, il romagnolo ha allenato soltanto due squadre: l'Inter, subentrando a Cuper a campionato in corso nel 2003-04, e il Torino, prendendo il posto di De Biasi una settimana prima dell'inizio del campionato 2006-07 ma venendo esonerato a metà stagione. «Uno che ama il calcio come lo amo io, pagherebbe per allenare la Juve - ha esordito ieri Zac, che porta con sé il vice Stefano Agresti e il preparatore atletico Eugenio Albarella -. E comunque non mi sono arrugginito: ho continuato a vedere partite sia dal vivo che in tv e ho studiato calcio. Inizio una nuova sfida e sono convinto di vincerla. Voglio far voltare pagina a questa squadra e riportarla tra le prime quattro: qui c'è tanto talento, ma nessuno ha reso finora come era lecito attendersi. Dobbiamo tornare a essere, nel più breve tempo possibile, la Juve di inizio stagione: quella era una squadra che proponeva davvero un bel gioco. Ho a disposizione un organico quasi unico: non so quante squadre, sulla carta, possano ritenersi superiori alla Juve. Tempo ne abbiamo: il mio compito non sarà quello di inventare, ma trovare la maniera di riportare i giocatori a un buon livello medio di rendimento. Nel calcio la differenza la fa la testa: pretendo la disponibilità, il talento non basta».
Aggressivo, quasi cattivo: «Se i giocatori avranno la mia stessa determinazione, non potremo non uscire da questa situazione. Infortuni permettendo, ovvio: la fortuna di un tecnico è tutta nella salute dei giocatori e nella capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto». Per uno che è stato dipinto come un fanatico del modulo e del 3-4-3, pare poco: «Il sistema è un vestito da abbinare ai giocatori che si hanno a disposizione, non un dogma da seguire a prescindere. Con l'Inter, per esempio, abbiamo vinto tante partite sia con la difesa a tre che a quattro. E comunque, se c'è un reparto che fa la differenza, questo è il centrocampo». Dove c'è Felipe Melo, però.
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