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il giornale
Gli occhi della guerra

Srebrenica

Foto: Marco Negri, Testi: Luigi Spera

Le nuvole, quasi a voler incupire l’atmosfera e appesantirla di grigio, coprono il sole sin dopo l’alba. La leggenda negli ultimi venti anni, vuole che sia sempre così nel giorno in cui Sarajevo è attraversata dall’infinito corteo di morte delle vittime dell’eccidio di Srebrenica. Il ritrovamento di nuovi corpi, tiene aperta la ferita del vecchio conflitto. Salme emerse dalle numerose fosse comuni che, ricomposte, attraversano in camion la capitale simbolo dell’assedio Serbo-bosniaco, in direzione di Srebrenica, lì dove il piano di sterminio dei musulmani di Bosnia ha conosciuto una delle pagine più nere. Centotrentasei bare si sono unite quest’anno alle quasi settemila già interrate nel cimitero di Potočari, divenuto ormai memoriale del genocidio epilogo della guerra nei Balcani. Il corteo è silenzioso. Il dolore che vent’anni fa è stato del mondo, diventa ora intimo. Schivo chi lo prova. Tra le preghiere degli anziani e la voglia di esserci dei più giovani. L’enorme carro funebre taglia in due la piccola folla e la città dove ancora oggi sono visibili i segni del conflitto. Invisibili restano dentro le persone. Chi ha vissuto in prima persona l’eccidio e chi ne ha ricevuto il dolore nei ricordi dei più grandi. Le due comunità in guerra hanno smesso di combattersi, ma le distanze sono rimaste. Le nuove generazioni, parlano poco della guerra, ma crescono in una cultura che ripercorre la linea di frattura lasciata dal conflitto. Lo stillicidio di ritrovamenti continui di corpi dilaniati in quei terribili anni, non facilita l’elaborazione del lutto collettivo.

Quando non sono le indagini, bastano pioggie più insistenti o scavi casuali perchè nuove fosse comuni vengano fuori in tutta l’ex Jugoslavia. Ridare un nome alla vittime, è uno degli obiettivi attuali delle autorità. Ad occuparsene sono gli scienziati dell’International Commission on Missing Persons, fondata nel 1996 per iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Team di esperti lavorano dal 1999 con l’obiettivo di risalire alle identità per ridare così dignità alle vittime della guerra civile bosniaca. In 6930 casi è andata già così. Ma è chiaro quanto non sia ancora finita. Nell’ufficio di Dragana Vučetić, antropologa forense del Podrinje Identification Project a Tuzla, arrivano resti quotidianamente. Quelli di oltre 300 persone non ancora identificati sono sistemati all’interno di un anonimo deposito. Sacchi bianchi con numeri confusi, contengono le spoglie mortali e gli oggetti di persone strappate con violenza alla vita. L’odore è di chiuso, terra umida e morte. Il lavoro degli antropologi forensi e degli anatomo patologi al Pip parte da quei sacchi, e ha poco o nulla di tecnologico. Sono l’esperienza, le conoscenze scientifiche applicate all’analisi biologica e all’osservazione a guidare gli scienziati nell’attività di ricomposizione. Così tibie, bacini, costole, crani vengono associati a un’unico scheletro. Viene poi prelevato un campione osseo dal quale sarà estratta la sequenza del Dna. Incrociare questo dato con quelli che compongono il database è il momento finale del processo. Quando dai numeri si spera venga fuori un nome. Il database è composto attualmente da 22,268 campioni ematici, di questi, 7,743 sono di familiari di vittime del genocidio che hanno donato il Dna nella speranza di poter dare pace ai resti dei propri cari.

Il 9 luglio di tutti gli anni da quel 1995, il funerale si ripete allo stesso modo. Chi può segue la lenta marcia per partecipare a Srebrenica alle commemorazioni dei tragici tre giorni nei quali diecimila musulmani, la metà della popolazione della piccola cittadina tra i boschi bosniaci, furono sommariamente eliminati. Il corteo triste attraversa Republika Srpska, entità regionale che nella costituzione bosniaca rappresenta la ‘vittoria’ territoriale serba sancita a Dayton. Qui, dove più violento è stato l’agire delle truppe di Ratko Mladić, dopo la guerra la presenza serba è andata aumentando. Lungo la strada bar, locande e ristoranti, hanno spesso nomi evocativi della storia e cultura serba, così da essere ‘riconoscibili’. Anche a Srebrenica i serbi sono molti di più rispetto a prima della guerra. Ogni anno le nuove salme vengono portate nel cimitero di Potočari, anche per sottolineare quanto le nuove proporzioni siano frutto dall’eliminazione fisica dell’altra parte. Fino a quando la terra del cimitero non possa smettere di essere aperta e smossa per ricevere ordinatamente i resti che altra terra continua a lasciare emergere, disordinati, poco più lontano.