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il giornale
Gli occhi della guerra

La diaspora

Foto e testi: Ivo Saglietti

Viaggio tra i rifugiati cristiani iracheni in Cappadocia (Turchia). Non vivono in campi come il resto dei fuggitivi dalla guerra. Vivono in appartamenti che affittano. Non possono lavorare e non mandano i figli a scuola perché temono l'islamizzazione. Attendono un visto di entrata o per gli Stati Uniti o per il Canada o per l'Australia che non arriverà mai. Meno che mai ora che la guerra con l'Isis è terminata. Forse torneranno a Mosul o nella piana di Ninive dove attendere la prossima guerra.

Comunioni, matrimoni, estreme unzioni si celebrano nelle case dei cristiani iracheni rifugiati. Ma vanno in scena anche litigi famigliari che si risolvono solo grazie all'intervento di Frate Jihad, pacificatore calmo e paziente. Scene di vita quotidiana, con le sue piccolezze e con i suoi riti intimi, a volte fatti di sorrisi e speranze, a volte disperati e tragici. In ogni caso sempre umani, troppo umani.

La vita va avanti, anche quando si è costretti ad abbandonare la propria terra e a cercare la speranza altrove. E allora i visi non rinunciano a sorridere, i fidanzati si sposano, i bambini si annoiano a feste che non sembrano finire mai e gli adulti tracannano scotch, fumano, ridono. Scacciano la paura di un futuro incerto nell'unico modo possibile: vivendo.
Quattro bambini addormentati. I fratelli maggiori sul divano, le piccole su materassi buttati a terra. La loro stanza è occupata dallo “straniero”, il fotografo, amico di Frate Jihad, il monaco che è andato a visitarli. L'ospitalità era sacra per gli antichi greci. Ancora di più forse per chi non ha più una terra.