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Conquisteremo l'Europa

Barbara Schiavulli

REPORTAGE

di Barbara Schiavulli


Londra - "Bin Laden è il nostro eroe. Purtroppo è morto, perché prima o poi tutti si muore, ma la lotta continua anche senza di lui". Le parole di Anjem Choudry sono dure come pietre. Non parla da una qualche grotta nel profondo Afghanistan, o da qualche paese dove si combatte da anni. Choudry, nato in Inghilterra e laureato in legge, sorseggia un cappuccino in un caffè della periferia ordinata di Londra. Oltre la strada c'è un negozio che vende alcolici, non lontano un supermercato e poco più in là, una trafficata stazione di treni e autobus. Choudry, uno dei più conosciuti e ascoltati predicatori radicali in Europa, indossa un camicione, ha una perfetta barba islamica e un tagliente sguardo gentile. Parla in fretta ma le sue parole precipitano come macigni. "Noi non vogliamo la democrazia, vogliamo la sharia (legge islamica). La democrazia è male. Solo Dio può decidere qual è la giusta strada da seguire". 47 anni, un passato burrascoso per i suoi discorsi che hanno infiammato il mondo musulmano europeo, vanta amicizie che chiunque denigrerebbe, dai due ragazzi che l'anno scorso uccisero un soldato inglese, al ragazzo nigeriano che nel 2008 salì un aereo con dell'esplosivo nelle mutande, ai tanti radicali che fanno riferimento a lui. Ha fondato movimenti come Sharia 4 Uk e al Muhajiroun entrambi banditi. Lì si organizzavano manifestazioni contro l'Occidente, contro i soldati, si faceva proselitismo e si cercava di dare un'organizzazione ai radicali europei creando legami e occasioni d'incontro.



Per anni il Regno Unito, in nome dei diritti umani e della libertà di parola, ha dato rifugio a dissidenti ed estremisti islamici ricercati nei loro paesi, a partire dai Fratelli musulmani ma anche pakistani che chiedevano la liberazione del Kashmir. Londra, fino agli attentati del luglio del 2007, nel tempo era diventata il quartier generale di gruppi come Tafkir wal Hijra, Hiz ut Tahir, il movimento per le riforme islamiche in Arabia, quello per la libertà del Bahrein, o il gruppo armato islamico algerino. Dopo gli attentati che sconvolsero Londra, tutto cambiò, vennero fatti controlli a tappeto, raid e arresti. Nonostante questo, Londra resta con la sua, ormai, terza generazione di immigrati, un paese particolarmente esposto. Secondo le autorità almeno 900 persone con passaporto inglese ogni anno vanno in Pakistan in qualche campo di addestramento. Circa l'1 per cento della comunità musulmana (un milione e 600 mila persone) è considerato radicale, il che non significa che compiranno necessariamente un atto violento. "Non è che noi siamo violenti, ma dobbiamo necessariamente difenderci dagli attacchi dell'Occidente. Non siamo come i cristiani, non porgiamo l'altra guancia, se ci attaccano rispondiamo". Con attentati? Uccidendo nelle metropolitane e per le strade persone innocenti? "L'islam dice di non uccidere donne e bambini, ma a volte ci sono dei danni collaterali, come hanno definito le nostre donne e i nostri bambini gli americani, siamo in guerra, anche una bomba che cade da un aereo americano uccide persone innocenti. L'Islam non è una religione è una ideologia, dove è permesso reagire. Una violenza a fin di bene, per un mondo migliore, anche fare un cesareo è violenza, ma è per la vita". La moschea di Finsbury a Londra è stata frequentata da Richard Reid, il kamikaze con l'esplosivo nelle scarpe che fallì la sua missione, da Kamel Rabat Bourlha, Osman Larussi e Yacine Benalia, tutti fedeli al signore della Guerra Shamil Basayev, responsabile per il rapimento e l'uccisione dei bambini di Beslan. Anche la moschea di Regent Park a Londra e quella di Stratford Street a Birghmingham sono state usate come teatro di reclutamento per la jihad globale. "Non ho dubbi che ci saranno attacchi in Europa – sospira Choudry, dove c'è causa, c'è effetto. Gli occidentali non vogliono morire, mentre noi grazie alla fede non abbiamo paura. Porteremo la Sharia ovunque anche a Roma, non necessariamente col sangue, basta sottomettersi a Dio, come hanno fatto la Malesia o l'Indonesia. Poi vi accorgerete che sarà una liberazione. Pensate a come sono sfruttate le donne occidentali, ai loro corpi, al lavoro, le donne che si convertono non sono oppresse, sono libere. La sharia è un sistema completo, che protegge chi si sottomette". In un ristorante tre ragazzi trentenni si abbuffano. Sono tutti stati in prigione, sono tutti estremisti islamici e non hanno paura di tornarci perché sono in guerra con l'Occidente. Mizanur Rahman ha scontato una pena di 6 anni, ridotta a 4 per istigazione all'omicidio dei soldati in guerra in nei paesi musulmani. "Sono loro i terroristi, devono morire", ripete. Le prigioni inglesi pullulano di estremisti, ma la preoccupazione più grande è che molti ragazzi che entrano, magari per crimini minori, vengono adescati, convertiti, manipolati e quando escono di prigione, sono più radicali che mai. Più di 2000 imam frequentano le prigioni nel tentativo di orientare le scelte religiose dei detenuti, anche perché i neo convertiti sono più esposti all'estremismo non conoscendo la religione islamica attraverso canali più autorevoli dei fanatici.



In pieno East End di Londra, invece, quattro donne velate di nero, con gli occhi appena visibili attraverso a una fessura, non hanno dubbi: l'Islam è tutto quello che serve. Basta seguire le sue regole e nel mondo non ci saranno più problemi. Umm Luqman ha 39 anni, una laurea in studi umanistici, un inglese perfetto ed è sempre vissuta in Inghilterra. "Ho frequentato le scuole inglesi, ma i miei figli vanno alla scuola islamica, voglio evitare loro l'esposizione che ho avuto io ai cattivi insegnamenti. Nelle scuole si parla di valori laici, come democrazia, evoluzione, uguaglianza, noi ne abbiamo altri. La democrazia è il governo della gente, noi crediamo nel governo di Dio, con lui non ci sarebbe droga, prostituzione, alcool, avremmo un sistema economico perfetto, perché nel Corano tutto è scritto".



Queste donne si dicono forti e felici, per loro portare il niqab (un velo che copre anche il viso), è una sfida. "Non siamo oppresse, come pretende l'Occidente, noi ci sottomettiamo a Dio non ai nostri uomini, non abbiamo bisogno di mostrare la nostra identità, Dio sa chi siamo. Forse una donna fa fatica all'inizio, ma appena prova, capisce che è la cosa giusta, Noi non crediamo nell'uguaglianza di genere, prendiamo la maternità, nel vostro mondo una donna che fa la mamma è degradata, bisogna lavorare, farsi una carriera, per noi invece è la cosa più importante, in noi ci sono le generazioni future". Per portare la Sharia che vogliono, però si usa la violenza: "A nessuno piace la violenza – interviene Umm Layba – ma siamo in guerra". E rapire delle ragazze da scuola, costringerle a convertirsi all'Islam, non è male? "Certo rapirle non è stato il massimo, ma chi vi dice che non abbiano capito – suggerisce Umm Lawman – e si siano convertite spontaneamente? – in due giorni? – conosco gente che si è convertita in un'ora. Voi notate solo che avevano il velo in testa, non certo, che non avevano lividi e che nessuno le aveva trattate male. Magari non aspettavano altro".

Gli occhi della Guerra

Barbara Schiavulli, war reporter
Ultimo libro: La Guerra Dentro (le emozioni dei soldati)
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