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Ribelli siriani

Barbara Schiavulli

REPORTAGE

di Barbara Schiavulli


REHYHANLI - Camminano per le strade, affittano case e stanze di albergacci da pochi soldi. Sono negli ospedali o in cliniche clandestine. Bevono tè e caffè nei bar, fumano una sigaretta dietro l'altra sbuffando le loro storie. Qualcuno di loro attraversa il confine turco proveniente dalla Siria per comprare ricariche telefoniche, altri per fare rifornimenti che vanno dagli abiti alle munizioni, qualcun altro respira qualche ora di vita per riemmergersi in una Siria che ogni giorno lascia meno scampo.

I ribelli siriani, quelli della prima ora, dell'esercito di liberazione, quelli che tre anni fa, si sono opposti al regime di Bashar al Assad perché sentivano di non avere altra scelta, si raccontano storie di guerra, cercano di avere notizie delle proprie famiglie, magari vedono i figli che hanno ripiegato in Turchia per stare più al sicuro. I ribelli hanno le facce di ragazzi giovani e già segnati, hanno sorrisi tristi e sguardi scavati.

Fanno battute che accendono i loro visi per un attimo e poi tornano in guerra, perché non basta passare un confine per dimenticare il dolore, la paura, la follia che li circonda. Indossano jeans e magliette, scarponcini da montagna, hanno lasciato le loro uniformi dentro, mentre qui cercano di confondersi con la vita consci che puzzano di morte.

I combattenti venuti da fuori invece, i radicali estremisti, europei, ma anche afghani, ceceni, nord africani, sauditi che vorrebbero imporre un emirato arabo, invece non si mischiano con i ribelli, non si piacciono affatto: le loro barbe lunghe all'islamica, il loro imporsi con prepotenza, i rapimenti, le sevizie, il reclutamento di giovani ragazzi pronti a farsi ingannare in nome di un Islam interpretato per quel che serve, non ha il sapore della rivoluzione che combattono i ribelli.

Tutti sono passati per quella frontiera porosa, che grazie ai trafficanti che sanno dove sono piazzate le mine, è diventato il punto di passaggio di tutto quello che serve per non smettere di combattere e di aiutare un popolo in ginocchio. Ci sono le vite di un milione di persone, sistemate in campi profughi, gente costretta ad abbandonare le proprie case, i propri mestieri, le proprie abitudini per aggrapparsi al limbo dei rifugiati, ci sono gli aiuti umanitari che ufficialmente sono incapaci di ottenere corridoi per aiutare chi ha bisogno dentro, ma attraversano di nascosto per portare medicine, cibo, giochi per i bambini. Ci sono medici, armi, esseri umani, giornalisti.

Antakya che una volta attirava pellegrini cristiani, ora è meta di pellegrinaggio per chi vuole passare dall'altra parte. Pochi metri, qualche bassa collina, e si è in quella Siria distrutta, basta allungare la mano per toccarla. Più di 3000 ragazzi europei hanno varcato il confine, 11 mila musulmani stranieri sono entrati in Siria. Ma i siriani non li vogliono. "Non abbiamo bisogno di loro, magari arrivano qua con le loro migliori intenzioni, ma vengono presi dagli estremisti, e combattono con loro contro di noi, fino a quando non li prendiamo prigionieri e scoprono di essere stati manipolati". Parla Abu Ammar, un siriano che prima della guerra faceva il preside di una scuola superiore, ora sta cercando una sistemazione in Turchia per la sua famiglia. Accanto a lui, c'è la sua guerra, tre uomini, di cui uno è il cugino, sono tutti combattenti appena arrivati per fare degli acquisti e ritornare dentro.

Abu Jarrah è quello che ha meno voglia di parlare. Ascolta gli altri. È un ragazzone con lo sguardo tagliente. Si solleva la manica. Ha tre cicatrici nel braccio, una nella schiena, una nel fianco, una nella gamba.

Europa, Turchia, Hatay. Abu Jarrh, cecchino ribelle del fronte di Jabhat Al Asala, fotografato al hotel Alice a Reyhanli nella provincia Hatay. Combatte da due anni e mezzo ammette di aver ucciso 48 persone. ©Marco Gualazzini

Quante volte è stato colpito? "Non me lo ricordo più, so solo che Dio non vuole che muoia ancora". Fino a tre anni fa studiava in Qatar dove la sua famiglia si era trasferita e dove aveva fatto il servizio militare imparando a maneggiare le armi, ora è un cecchino. "Ho ucciso 48 persone, la maggior parte del regime, le altre delle organizzazioni estremiste che combattono contro di noi". Sono tre mesi che combattono solo contro i gruppi legati ad al Qaeda, Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante) o Jabhat al Nusra. "Noi siamo musulmani, ma loro non ci piacciono, per loro è tutto haram (proibito), noi fumiamo per esempio, sappiamo che fa male, ma non siamo perfetti e sarà Dio a giudicarci, non certo loro". Abu Jarrah si ricorda tutte le persone ha ucciso. "Non è certo questo che immaginavamo sarebbe stata la nostra vita, ma non ci è stata data scelta".

Europa, Turchia, Hatay. Abu Hassan, 40 anni, combattente ribelle del fronte di Jabhat Al Asala, mostra le ferite di guerra nella sua stanza al hotel Alice a Reyhanli nella provincia Hatay. ©Marco Gualazzini

Abu Hassan è il più anziano, ha 40 anni, una moglie, una bambina che non vede da un anno, se non attraverso le foto di Whatsapp. Da due anni e mezzo combatte, anche lui mostra i buchi nel braccio, quelle ferite di guerra che prima o poi si rimarginano, diversamente da quelle che hanno dentro. "A nessuno che non sia pazzo, piace uccidere, l'ho fatto e mi dispiace, le prime volte, pregavo Dio che non li facesse morire e ti assicuro che tutti noi abbiamo paura, ma ce l'ha data Assad e noi possiamo solo reagire. Non posso lasciare i miei compagni, non posso vedere i bambini morire, gli anziani piangere, all'inizio abbiamo chiesto aiuto e nessuno ci ha ascoltato, ora non abbiamo bisogno di nulla, solo di armi per continuare a combattere". Ha provato piacere quando due prigionieri del regime sono stati uccisi perché avevano violentato delle donne. Sperano che gli americani si decidano, ma non vogliono truppe, solo aiuto per continuare a combattere. Dicono che sono arrivati una ventina di missili per loro.

Europa, Turchia, Hatay. Abu Hassan, 40 anni, combattente ribelle del fronte di Jabhat Al Asala, mostra una sua foto sul telefonino dove è vestito in abiti da combattimento nella sua stanza all'hotel Alice di Reyhanli nella provincia Hatay. ©Marco Gualazzini

L'esercito di liberazione siriano viene sostenuto da alcuni paesi arabi, si va dal Qatar all'Arabia Saudita, ma vendono anche il loro petrolio per comprare munizioni. "Quello che vogliamo è solo la nostra libertà, poter scegliere, il risultato finale sarà che vinceremo o moriremo, ma non sarà invano, forse io non godrò di quello in cui credo, ma forse mia figlia sì ed è per loro che lo facciamo, per delle generazioni future libere, dove nessun dittatore possa dirci cosa possiamo dire o pensare".

Cercano di sorridere, di scherzare, stanno costantemente su Facebook con il cellulare, controllano i vivi e i morti. Gira la voce che un francese combattente sia stato ucciso, mostrano la foto di quel volto cadaverico impolverato in una strada in mezzo al nulla e poi un'altra foto di quando era un ragazzo sorridente con i capelli lunghi e un accenno di quella barba che un giorno sarebbe diventata islamica. Abu Yassin, si alza dal tavolo, stringe le mani dei suoi amici, si danno pacche sulle spalle. La guerra lo aspetta, ha trascorso due ore in Antakya e ora deve rientrare. Non ha ripensamenti, si scusa per la fretta e scompare oltre la porta del caffè.

Europa, Turchia, Hatay. Abu Obeida, 23 anni, di Homs, ferito da una scheggia che gli ha tranciato i tendini del braccio, e tre falangi delle dita nella battaglia di Qasr. Vive in una casa sicura a Reyhanli nella provincia Hatay con altri ribelli feriti. ©Marco Gualazzini

A pochi km di distanza una casa isolata nella periferia di Rehyhanli: ci sono un gruppo di ragazzi, sono tutti reduci con ferite molto gravi e che ora trascorrono le giornate a curarsi lontani da una guerra che vorrebbero continuare a combattere. Stanzoni grandi, materassi a terra, qualche coperta, e bollitori per il tè. Le ferite sono oggi la loro trincea. "Appena sarò in grado, tornerò a fare il mio dovere", dice Abu Bakr Al Tursi. I suoi compagni abbassano lo sguardo consci che non potrà mai più accadere. Abu Bakr è saltato su una mina, ha perso una gamba, un occhio, ha il volto sfigurato e il corpo ustionato.

Europa, Turchia, Hatay. Abu Bakr Al Tartusi, 34 anni, ha perso una gamba, un occhio, ed è rimato sfigurato saltando su una mina mentre il suo compagno è morto. Vive in una casa sicura a Reyhanli nella provincia Hatay con altri ribelli feriti. ©Marco Gualazzini

L'unica cosa che non ha perso, è il suo buon umore, ma forse è solo la sua corazza. "Non permetto a nessuno di essere triste, scherzo, rido e faccio battute". Ha 34 anni e prima della guerra lavorava sulle navi cargo. "Sono stato a Catania, Palermo, Venezia, Trieste, in Italia si mangia così bene. Ma la guerra ci ha cambiati. Un giorno ho visto mio fratello e mia sorella morire davanti ai miei occhi e io deciso di combattere, non potevo salvare loro, ma avrei protetto gli altri".

La guerra ha cambiato tutto, per ognuno di loro c'è un prima e un dopo, come Abu Ali, che faceva il decoratore di interni, e un anno fa gli è esplosa un'autobomba vicino mentre "difendevo la mia città Homs. Mi sono rotto tutte le ossa, ora è la gamba sinistra che mi da più problemi. Ma appena sono apposto torno al fronte, e andremo avanti fino a quando saremo noi a morire o il regime".

Europa, Turchia, Hatay. Abu Ali, 31 anni di Homs, gli è esplosa un autobomba che gli ha spaccato tutte le ossa, mentre difendeva la città. Vive in una casa sicura a Reyhanli nella provincia Hatay con altri ribelli feriti. ©Marco Gualazzini

Il fronte copre loro le spese mediche, la riabilitazione, da una mano alle famiglie. "Non abbiamo uno stipendio – spiegano – "ci vengono date armi, munizioni, da mangiare, a volte riusciamo a mandare delle scorte a casa, ma abbiamo tutto quello che ci serve per ora". Arrivano donazioni di privati, fondazioni, Stati che sostengono la ribellione in Siria, ma come in tutti i conflitti, gli interessi esterni spesso non si sposano con quelli di combatte. Ahmad ha 30 anni ed è un barbiere, un civile che non ha mai combattuto, sta in una stanza diversa con il padre che lo accudisce, è stato soccorso dai ribelli quando un razzo lo ha colpito. La sua gamba di plastica è appoggiata al letto dentro ai jeans, lontano da lui, quasi non la volesse

Europa, Turchia, Hatay. Ahmad Shiahan, 30, di Aleppo, un civile che faceva il barbiere, è rimasto ferito perdendo la gamba sinistra su una bomba. Vive in una casa sicura a Reyhanli nella provincia Hatay con altri ribelli feriti. ©Marco Gualazzini

"E adesso? Spero solo di aver la forza di andare avanti". Accanto c'è un ragazzo al quale stringono la mano, è inconscio, è stato colpito alla testa, sembra in coma, ma ogni tanto apre gli occhi vitrei che risaltano sulla carnagione grigiastra.

Europa, Turchia, Hatay. Un combattente ferito alla testa ancora in stato di incoscienza viene accudito dagli altri ospiti della casa. È accolto in una luogo sicuro a Reyhanli nella provincia Hatay con altri ribelli feriti. ©Marco Gualazzini

"Ci sono voluti giorni a portarlo qui da Homs – dicono i ragazzi - non è stato affatto facile". La casa sicura non è lontano dal confine dalle loro finestre si vede la Siria, forse li aiuta a guarire, o forse prolunga le loro pene. Le parole di Abu Hassan rimbalzano sulla terra rocciosa puntellata di cespugli: "La sera sono così stanco che svengo, è un anno che non sogno più, ma quando apro gli occhi so di cosa abbiamo bisogno: della nostra libertà".

Gli occhi della Guerra

Barbara Schiavulli, war reporter
Ultimo libro: La Guerra Dentro (le emozioni dei soldati)
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