<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/adalberto-signore/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Thu, 23 Jul 2026 16:08:33 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Alta tensione in maggioranza anche sulle intercettazioni]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/alta-tensione-maggioranza-anche-sulle-intercettazioni-2696956.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/alta-tensione-maggioranza-anche-sulle-intercettazioni-2696956.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Sisto dice no a Palazzo Chigi. Legge elettorale: disaccordo tra Donzelli e Tajani]]></description><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 10:32:29 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tutto si stringe, come in un imbuto. E, inevitabilmente, i dossier si vanno accavallando contribuendo ad alzare il termometro delle tensioni all’interno della maggioranza. Dalla vicenda del gioielliere piemontese Mario Roggero, alla morte a Bologna di Aderrahim Fakir, passando per i provvedimenti legislativi, ultimo in ordine di tempo il Dl Giustizia-Migranti, con un vero e proprio scontro sulle intercettazioni (che Fdi vorrebbe estendere, con Forza Italia che ha invece alzato le barricate). Un muro contro muro che ieri ha portato al fallimento dell’ultimo tentativo di mediazione, con il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto che ha rifiutato la proposta di modifica recapitata direttamente da Palazzo Chigi. Insomma, l’ennesimo braccio di ferro che Giorgia Meloni dovrà dirimere di persona.</p><p>La riforma della legge elettorale, dunque, è solo la cartina di tornasole di quanto il quadro si vada complicando. Come inevitabilmente accade quando in Parlamento si respira aria di elezioni e la campagna elettorale è di fatto già iniziata. Per giunta, con una variabile in più per la maggioranza, visto che la corsa a destra di Futuro nazionale agita - per ragioni diverse - i sonni di Fratelli d’Italia, Lega e pure Forza Italia. E poco importa che Giorgia Meloni abbia ripetuto ai suoi che un’alleanza elettorale con Roberto Vannacci non è pensabile perché tenere dentro l’ex generale significherebbe legittimare l’elettorato di centrodestra a votarlo, mentre restando fuori dalla coalizione si può fare sempre leva sul voto utile.</p><p>Tutte tensioni, dicevamo, che nei corridoi di Camera e Senato si sfogano sopratutto sulla riforma della legge elettorale, lo strumento che decide il destino di deputati e senatori, spaventati chi dall’introduzione delle preferenze (per quando con un meccanismo soft) chi dall’alternanza di genere. Ieri, la questione è stata oggetto di discussione in Affari costituzionali al Senato, dove si è registrato un vero e proprio braccio di ferro sui tempi tra maggioranza e opposizione. Il problema, però, resta quello delle preferenze. Su cui si continuano a registrare sensibilità molto diverse. Meloni è intenzionata a riproporre l’emendamento, tanto che il responsabile organizzazione di Fdi Giovanni Donzelli ieri è tornato a dire che è sì “un’ottima legge per come è uscita e su questo sono perfettamente d’accordo con Forza Italia”, aggiungendo che però “può essere ancora migliorata introducendo le preferenze”. Esattamente il contrario di quanto spiegava sempre ieri Antonio Tajani: “A noi va bene così com’è. Poi vedremo se ci saranno emendamenti degli alleati. Gli esamineremo in serenità e i gruppi decideranno autonomamente”.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/62HZWI5BBFPPPHPEJOSQY6K3S4.jpg?auth=e027eb8a5ef9d1ad28a401efc32f27caa731655f500cd811d514e875708e2456&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Preferenze, Meloni in pressing. L'ok di Tajani e i dubbi dentro Fi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/governo/preferenze-meloni-pressing-lok-tajani-e-i-dubbi-fi-2696635.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/governo/preferenze-meloni-pressing-lok-tajani-e-i-dubbi-fi-2696635.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[A Palazzo Chigi affrontato il dossier flessibilità energetica. Sul tavolo anche la legge elettorale Ieri è stata incardinata al Senato e la premier vuole ripresentare l’emendamento già bocciato alla Camera]]></description><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:00:21 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Difficile credere davvero che il vertice di ieri a Palazzo Chigi tra i quattro leader della maggioranza - Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi - si sia davvero concentrato solo sul dossier energia come racconta il comunicato che ne è seguito. E se magari è vero, come recita la nota, che «particolare attenzione è stata dedicata all'estensione della National escape clause (clausola di salvaguardia nazionale) anche agli investimenti nel settore dell'energia, ottenuta dal governo italiano grazie all'iniziativa promossa in sede europea», è altamente improbabile - forse impossibile - che sul tavolo non siano finiti i dossier che in queste ore più agitano il centrodestra. A partire dalla riforma della legge elettorale, che proprio negli stessi minuti veniva incardinata in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama e di lì a poche ore sarebbe stata oggetto della capigruppo del Senato per decidere le tempistiche dell'esame. D'altra parte, sotto la superficie dei comunicati ufficiali è inevitabile che si muovano tensioni, diffidenze e calcoli in vista di una campagna elettorale che è di fatto già iniziata. Peraltro, non è un mistero che l'obiettivo della premier sia convincere gli alleati a ripresentare l'emendamento sulle preferenze (magari modificandolo per garantire la parità di genere) e riaprire così una partita che nel maggioranza è tutt'altro che archiviata. Un dossier sul quale Meloni avrebbe continuato il pressing, argomentato anche con la necessità di evitare possibili profili di incostituzionalità della legge dovuti all'accoppiata tra liste bloccate e premio di maggioranza senza preferenze. E su cui avrebbe ottenuto uno stentato via libera da Antonio Tajani, con la consapevolezza che non è chiaro fino a che punto i parlamentari di Forza Italia seguiranno le indicazioni di partito. Soprattutto la componente più vicina a Marina Berlusconi. Di certo, c'è che il centrodestra sembra aver archiviato l'ipotesi di uno sprint in Senato con il via libera dell'Aula prima dell'estate come ventilato nei giorni scorsi da qualcuno, soprattutto dall'opposizione. «Escludo un via libera prima della pausa estiva», spiega il presidente del Senato Ignazio La Russa (foto) dopo la capigruppo di Palazzo Madama. L'idea sarebbe quella di un via libera in Commissione nell'ultima settimana di agosto o al più tardi nella prima di settembre. Per poi andare subito in Aula. E, conferma il capogruppo di Fdi in Senato Lucio Malan, «ci sono le premesse per inserire le preferenze». Non è un caso che il timing stia tenendo conto di una terza lettura alla Camera che dovrà dare la doppia conformità per le modifiche apportate a Palazzo Madama. Dove non c'è voto segreto e quindi i senatori riottosi avranno più difficoltà a sottrarsi. Scrutinio segreto che invece ci sarebbe nel nuovo voto finale a Montecitorio. Ma a quel punto far saltare la legge elettorale significherebbe inevitabilmente mandare all'aria il governo, con conseguenze imprevedibili.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UDX4JYOW6FLDVJQEIONTFEBYNQ.jpg?auth=b9e30f0b37610dec9ce7a73c9669a92be6a4ba5db1bf06ae0aae4cbf52654232&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Meloni con Roggero. Maggioranza divisa sulla legittima difesa]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/meloni-roggero-maggioranza-divisa-sulla-legittima-difesa-2695680.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/meloni-roggero-maggioranza-divisa-sulla-legittima-difesa-2695680.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La premier: pena sproporzionata. La Lega: la legge va rivista. Ma Forza Italia dice "no". Tensione con il Colle]]></description><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Il terzo giorno di carcere di Mario Roggero non raffredda la polemica. Anzi, il centrodestra continua a tenere il caso al centro dell'agenda politica. Non solo scende in campo direttamente Giorgia Meloni, ma anche Matteo Salvini torna per la seconda volta in 72 ore al penitenziario di Bollate per una nuova visita al gioielliere piemontese. Nel frattempo, la Lega mette sul tavolo una proposta di legge per ampliare i confini della legittima difesa, su cui invece Forza Italia sembra tirare il freno a mano. D'altra parte, il partito guidato da Antonio Tajani è certamente quello che nel centrodestra subisce meno la competizione a destra di Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Non è un mistero per nessuno, infatti, quanto nella maggioranza sia esplosivo il combinato disposto tra i sondaggi che continuano a dare in crescita il partito dell'ex generale e le elezioni politiche che si avvicinano (in autunno nel caso di showdown al Senato sulla riforma della legge elettorale, ad aprile perché come è noto da tempo la finestra di primavera resta la più probabile o addirittura a settembre 2027 se si arrivasse a scadenza naturale della legislatura).</p><p>Così, dopo gli appelli alla grazia arrivati nei giorni scorsi da diversi big di Fratelli d'Italia, ieri è stata direttamente la premier a prendere le difese di Roggero. "Non si possono dare otto anni a dei pedofili o meno di dieci anni a casi di stupri di gruppo e poi condannare a morire in carcere questo gioielliere, c'è un problema di proporzionalità delle pene", spiega al Corriere della Sera. Ed è anche per questo, aggiunge, che "ho detto di andare avanti" sulla grazia al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Perché "una cosa è il potere di concedere la grazia e nessuno ha mai messo in dubbio che questa prerogativa appartenga esclusivamente al Quirinale, ma ciò non vieta al Guardasigilli di istruire il procedimento". Rispetto alla condanna di Roggero, peraltro, Meloni si dice convinta della necessità di "maggiore considerazione" perché "si possono ravvisare quelle che nella procedura di alcune grazie e nelle assoluzioni di tanta giurisprudenza vengono definite dinamiche dettate da disperazione delle vittime". "Chi è in grado - domanda la premier- di giudicare il dolore, il trauma, lo stress e la paura di quest'uomo? Ma siamo sicuri che in quel momento fosse capace di intendere?".</p><p>Tutte riflessioni, quelle di Meloni, che hanno inevitabilmente come interlocutore anche il Quirinale, a cui è demandato in via esclusiva il potere di grazie e con il quale i rapporti continuano ad essere più che tesi. La Lega, intanto, ha pronto un ddl per allargare la legittima difesa, prevedendo la non punibilità di "qualsiasi reazione" nella immediatezza di una aggressione a mano armata in casa o in negozio, "indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta". Una norma a prima firma del senatore Claudio Borghi, ma che non convince affatto non solo l'opposizione ("la destra fa sciacallaggio", attacca Giuseppe Conte) ma pure Forza Italia. "Leggeremo con attenzione l'annunciata proposta di modifica della legittima difesa, ma - dice il capogruppo azzurro alla Camera Enrico Costa - riteniamo che un legislatore scrupoloso non debba assumere decisioni sull'onda emotiva dei fatti di cronaca. Lo Stato di diritto richiede norme scritte con equilibrio e ponderazione, destinate a durare, e non estemporanee reazioni a vicende di rilievo mediatico". Insomma, "consiglierei di evitare fughe in avanti".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/4SBL72VZTVOF7KLL34ZFXUTDQI.jpg?auth=cfff3a9f6059e6c89d7688004278fea2e7f0a6a7358588bde0e6d63aff3a7df1&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Sulla criminalità una campagna in rotta con il Colle]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/sulla-criminalit-campagna-rotta-colle-2695394.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/sulla-criminalit-campagna-rotta-colle-2695394.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Roggero è ormai diventato un simbolo, che racconta quanto la politica sia oggi legata alla narrazione]]></description><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Le urne sono lontane solo sulla carta, perché il conto alla rovescia che ci porterà alle prossime elezioni politiche è evidentemente già cominciato. Tanto che la vicenda giudiziaria che riguarda Mario Roggero è ormai diventata una bandiera della prossima sfida elettorale, nonostante non sia ancora chiaro se si voterà già in autunno (nel caso di show down al Senato sulla riforma della legge elettorale), ad aprile (come noto da tempo, la finestra della prossima primavera resta la data più probabile) o addirittura a scadenza naturale della legislatura a settembre del 2027.</p><p>Al netto della competizione tutta interna al centrodestra allargato a Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che accende la corsa sui temi più identitari come ordine e sicurezza), il fatto che una vicenda di cronaca giudiziaria sia diventata simbolo di scontro politico è il termometro di quanto la scadenza elettorale appaia solo lontana, ma sia in realtà percepita dalla politica come imminente. Al punto che al netto delle ragioni di Roggero (che all'età di 72 anni è stato condannato per il duplice omicidio di due ladri che hanno svaligiato la sua gioielleria a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo), passa in cavalleria sia la sua condanna definitiva a quasi quindici anni di carcere che il suo precedente del 2005 quando minacciò con la pistola l'allora fidanzato della figlia e i suoi genitori (in quell'occasione finì con un patteggiamento: due mesi convertiti in una multa di 2.280 euro). Un precedente di cui i giudici hanno ovviamente tenuto conto.</p><p>Eppure Roggero è ormai diventato un simbolo, che racconta quanto la politica sia oggi legata alla narrazione. Da tutto il centrodestra - Fdi in prima fila, Forza Italia a seguire - rimbalzano appelli alla grazia. Matteo Salvini, invece, fa visita al gioielliere a Bollate e la Lega insiste nel non escludere una sua immaginaria candidatura (giuridicamente impossibile, perché la condanna definitiva lo ha automaticamente interdetto dai pubblici uffici, privandolo dell'elettorato attivo e passivo). Mentre Vannacci si appella nuovamente al Quirinale per un provvedimento di clemenza. Un pressing, quello sul Colle, scomposto. Non perché Sergio Mattarella sia pregiudizialmente contrario, ma perché caricare di tanta attesa (per giunta con uno scontro aperto tra maggioranza e opposizione) quella che è solo una prerogativa del capo dello Stato di certo non aiuta. Non a caso, al Quirinale si registra un certo fastidio per essere stati tirati dentro una questione che viene considerata per nulla giuridica e molto elettorale.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/CGYBHTTSVNKNHBPHQ3YKYL7GSI.jpg?auth=e5fc1c3d76dac20ebaa8cb98ed89f76a9329cd8447934bb0677032f491d024c4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Candidato ma senza diritto di voto. Il paradosso che agita il centrodestra e accende la campagna della Lega]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/candidato-senza-diritto-voto-paradosso-che-agita-2695076.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/candidato-senza-diritto-voto-paradosso-che-agita-2695076.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La contiguità di Roggero a Vannacci preoccupa Fdi e Carroccio. Oggi sit-in di Salvini al carcere]]></description><pubDate>Sat, 18 Jul 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La politica, si sa, ha un debole per i paradossi. E così capita che il primo giorno di carcere di Mario Roggero coincida con il primo giorno della sua immaginaria carriera politica. Nelle stesse ore in cui il gioielliere di Grinzane Cavour varca i cancelli del penitenziario milanese di Bollate, c'è infatti chi promette di candidarlo alle prossime elezioni politiche e lo vede già seduto tra i banchi del Parlamento. Con un piccolo, incidentale dettaglio che rischia di rovinare il finale: la legge. Le condanne alla reclusione non inferiori ai cinque anni, infatti, prevedono in automatico come pena accessoria l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il che significa che Roggero - condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo - è privo del diritto di elettorato attivo e passivo. Non può votare e non può essere eletto. Punto.</p><p>Eppure il tema è stato oggetto di dibattito nel centrodestra. Non solo quello di governo, ma anche quello "allargato" a Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Giorgia Meloni non entra nel merito della vicenda Roggero, ma è evidente che non è affatto casuale il suo post dove rivendica l'ultimo ddl Sicurezza in cui, dice, "introduciamo una regola di buon senso" per cui "chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento". "Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto", scrive la premier. In parallelo, Fdi si muove con una raccolta di firme a sostegno della grazia per il gioielliere piemontese. La Lega si spinge più avanti, tanto che una nota del partito fa sapere che oltre alla raccolta fondi è "al vaglio l'ipotesi di una sua candidatura". "Nel pieno rispetto della legge e qualora ne ricorrano i presupposti normativi", si legge nel comunicato, segno che evidentemente nel Carroccio sono ben consapevoli che la strada non è davvero percorribile. Come pure ce l'ha ben chiaro lo stesso Roggero, tanto che interpellato sul punto mentre entra in carcere, risponde con una sonora risata: "Adesso l'ultima cosa è candidarmi". Poi si rivolge a Sergio Mattarella: "Ha graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone e ha graziato Nicole Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza". Decisamente non il modo più efficace per sensibilizzare un capo dello Stato che nei suoi oltre undici anni al Colle si è sempre mosso con discrezione e riserbo.</p><p>Insomma, al di là delle ragioni del gioielliere e del dramma di un uomo che a 72 anni si vede condannato a quasi 15 anni dopo essere stato vittima di una rapina, la questione è ormai diventata simbolica. Una sorta di battaglia identitaria all'interno del centrodestra e della destra che, storicamente, hanno un elettorato più sensibile a certi temi. Che, peraltro, sono abilmente cavalcati da Vannacci, il cui partito è non solo vicino ma contiguo a Roggero. Nonostante questo, però, l'ex generale ha sì invocato un "atto di clemenza" o almeno "il differimento della carcerazione", ma non si è spinto fino a sostenere una candidatura impossibile. "Cercheremo di supportare Mario in tutti i modi, ma - dice Vannacci - non ritengo che la candidatura in Futuro nazionale sia uno di questi". "Lasciamo alla sinistra queste pratiche, visto che - conclude - ha già sottratto a un tribunale chi ha commesso reati".</p><p>La vicenda Roggero, dunque, è diventata terreno di una battaglia identitaria tra le diverse anime della destra. Non a caso, questa mattina alle 10.30 una delegazione della Lega Giovani - presente anche Matteo Salvini - si ritroverà davanti al carcere di Bollate per manifestare il proprio sostegno al gioielliere.</p><p>La campagna elettorale non è ancora formalmente iniziata, ma è evidente che le urne sono sempre più all'orizzonte. Al di là dell'impossibilità giuridica di una candidatura, infatti, la vicenda Roggero racconta di come forze politiche che parlano allo stesso elettorato stiano iniziando a misurare slogan e iniziative in vista delle prossime politiche. Che, salvo accelerazioni, dovrebbero cadere - come è noto ormai da oltre un anno - nella primavera del 2027, molto probabilmente in aprile.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FASNIAHHDNJWNKTCEGE53YTHQ4.jpg?auth=4591f5cdb99f9d2faeb2f729943704bde4a095eedd7c0aef669bba46201b558a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[I numeri ci sono, ma restano le ombre. Ancora alta tensione tra Fdi e gli alleati]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/parlamento/i-numeri-ci-sono-restano-ombre-ancora-alta-tensione-fdi-e-2694799.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/parlamento/i-numeri-ci-sono-restano-ombre-ancora-alta-tensione-fdi-e-2694799.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Meloni tentata dal riproporre le preferenze. Al Senato ok in Commissione entro l’estate i punti]]></description><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 10:00:41 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>I numeri tornano al loro posto, i sospetti no. Basta infatti scostare lo sguardo dal tabellone elettronico della Camera che conferma il via libera in prima lettura alla riforma della legge elettorale fortemente voluta da Giorgia Meloni e subito riprendono forma le ombre che ormai da 48 ore inseguono la maggioranza. Poco importa che ieri il voto finale sia arrivato a scrutinio segreto (217 sì e 152), ribaltando il fragoroso scivolone di martedì sera sulle preferenze (186 sì e 187 no). Perché i sospetti non si votano e non si contano, ma continuano a muoversi nel Palazzo.</p><p>Eloquenti tre diverse istantanee scattate ieri tra Camera e Senato. La prima racconta l’arrivo nell’Aula di Montecitorio del sottosegretario Nicola Molteni. Il leghista è furibondo, vuole sapere chi lo accusa di non aver votato l’emendamento sulle preferenze pur essendo alla Camera. Lo dice senza giri di parole al ministro Francesco Lollobrigida («ero al Senato»), poi punta il dito verso i banchi di Fdi e nel sedersi sbatte sullo scranno il faldone di carte che ha in mano. É uno dei tanti leghisti accusati di non aver partecipato al voto pur essendo alla Camera, tra loro anche il ministro Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario Federico Freni. E tutti parlano di insinuazioni senza né capo né coda.</p><p>Spostandosi dall’emiciclo alle tribune, arriva la seconda istantanea. Nello spazio riservato ai giornalisti sono infatti presenti cinque persone dell’ufficio stampa di Fdi, accreditati come operatori. La tribuna stampa è infatti posizionata esattamente sopra i banchi di Lega e Forza Italia, il posto perfetto per controllare - smartphone in mano - che i deputati dei partiti alleati non replichino lo scherzetto di martedì. La differenza la fa chi infila nella buca della pulsantiera tutta la mano e chi sceglie di inserire solo il dito indice (in questo caso i più esperti riescono a cogliere se è dal lato del «sì» o da quello del «no»). Un appostamento alquanto inusuale, tanto che l’Associazione stampa parlamentare chiede chiarimenti alla Camera, sottolineando come gli spazi destinati ai giornalisti debbano «restare separati» da quelli utilizzati dai dipendenti dei gruppi.</p><p>Per l’ultimo scatto bisogna invece trasferirsi nell’Aula del Senato. Si votano le quattro pre-intese sull’autonomia differenziata, riforma cara alla Lega, con il senatore di Fdi Francesco Zaffini e il leghista Gian Marco Centinaio, presidente di turno, che non se le mandano a dire. «Ora basta, ti metti sempre a pecorina con le opposizioni», lo attacca il primo. «Come ti permetti? Io non ti dico che tu stai a pecorina, come non ti dico che hai rotto i coglioni durante tutta la seduta... sai quante volte ti avrei dovuto sbattere fuori?», replica il secondo. Uno scontro frontale, con l’opposizione - a partire dal capogruppo del Pd Francesco Boccia - che solidarizza con il leghista.</p><p>Mentre i numeri della Camera celebrano la compattezza ritrovata, il clima nella maggioranza resta dunque incandescente. Non a caso Meloni sta ancora valutando se e come tornare sulle preferenze.</p><p>Per il momento l’intenzione sarebbe quella di far incardinare subito la riforma della legge elettorale al Senato e di farla approvare in Commissione prima della pausa estiva. Riproporre le preferenze a Palazzo Madama, però, sarebbe una sorta di all in nei confronti degli alleati. Perché è vero che al Senato non c’è il voto segreto e per la doppia conformità a Montecitorio si può mettere la fiducia. Ma va anche detto che a quel punto la Camera dovrebbe nuovamente votare il testo nella sua interezza, quasi certamente ancora a scrutinio segreto. Anche su questo è in corso l’annunciata «riflessione» di Meloni, in attesa di capire come sia passata nell’opinione pubblica la battaglia per reintrodurre le preferenze. Di certo, è che ormai tutti guardano alle elezioni politiche, con la finestra di aprile che resta lo slot più probabile, anche per non andare troppo a ridosso con le comunali. Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna sono partite che il centrodestra considera perse in partenza, ragion per cui è meglio non solo votare prima ma anche evitare l’election day.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UTG3BNXX3VL6ZCBTGSUGT5KORU.jpg?auth=713438cb4a10e46c465fbfaf04cebbebc30a26efb4321094a644109eeb3429d2&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[E Meloni aspetta il voto finale di oggi: se salta la riforma la crisi è inevitabile]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-meloni-aspetta-voto-finale-oggi-se-salta-riforma-crisi-2694126.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-meloni-aspetta-voto-finale-oggi-se-salta-riforma-crisi-2694126.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Fdi vota con Vannacci per "coerenza". "Gli alleati? Potevano pensarci prima"]]></description><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Il day after del fragoroso passo falso della maggioranza sulle preferenze scorre tranquillo, con una lunga sequela di voti segreti che passano l'esame della Camera uno dopo l'altro e senza colpo ferire. Al punto che a metà pomeriggio il ministro Francesco Lollobrigida, uno dei custodi dei numeri dell'Aula per conto di Giorgia Meloni, decide di lasciare Montecitorio: il voto regge.</p><p>È una quiete niente affatto indicativa, perché lo scivolone di martedì brucia ancora e nella maggioranza si rincorrono i veleni del giorno dopo sui 31 franchi tiratori che hanno mandato sotto il centrodestra. Il responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli, ripete in Transatlantico che non è in corso alcuna caccia ai "traditori" e che quanto accaduto non avrà ripercussioni sul governo, ma sa benissimo che il clima è tutt'altro che sereno. A Palazzo Chigi, infatti, gli occhi sono puntati sul voto finale in programma alla Camera questa mattina alle 11.30, quando la maggioranza - ancora una volta a scrutinio segreto - dovrà dire "sì" o "no" alla riforma della legge elettorale. Un passaggio decisivo, perché l'incidente sulle preferenze ha convinto la premier che nella maggioranza ci sia "qualcuno che non vuole Giorgia Meloni a capo del governo" e che "tifa affinché le prossime elezioni si chiudano con un pareggio".</p><p>Ecco, se oggi la riforma non dovesse passare, tutti gli scenari diventerebbero possibile. E lo showdown, ha fatto sapere la premier, sarebbe certamente il più probabile. Con buona pace dei quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato che servono ai parlamentari per maturare il diritto alla pensione. Perché, lo ha ripetuto più volte in privato in queste ore, "non ho intenzione di tirare a campare" né di "farmi logorare".</p><p>È seguendo questa logica che ieri Meloni ha dato mandato ai suoi di appoggiare qualunque emendamento fosse stato presentato a favore delle preferenze, a prescindere dai firmatari. Per ribadire che su questo punto Fdi resta coerente, con buona pace di Forza Italia e Lega che invece avevano dato il loro ok per poi sfilarsi nel segreto dell'urna. E a via della Scrofa gli occhi sono puntati soprattutto sui secondi, perché - fanno notare diversi big di Fdi - più di un leghista ha scelto di non votare pur essendo fisicamente in Aula oppure in Transatlantico. Non un dettaglio considerando che al maggioranza è andata sotto per un solo voto.</p><p>Chi sa se è anche per questo che quando i suoi fanno notare a Meloni che l'emendamento sulle preferenze è quello presentato dalla pattuglia dei cosiddetti vannacciani la premier non si scompone: "Lo so bene, ma ci potevano pensare prima". Insomma, poco importa che - come è poi accaduto - Fdi voti insieme a Futuro nazionale e contro Forza Italia e Lega, che - per ragioni diverse - sono i primi a osteggiare un possibile avvicinamento del partito dell'ex generale alla coalizione di centrodestra. Anzi, ragiona un big di via della Scrofa, se alla scelta di coerenza rispetto alla questione preferenze si aggiunge anche un sonoro schiaffone agli alleati ben venga.</p><p>Il clima, dunque, resta teso. Tanto che Fdi tiene sul tavolo la pistola di un'eventuale ripresentazione delle preferenze quando il testo arriverà al Senato (dovrebbe essere incardinato prima della pausa estiva, ma l'esame in Commissione non inizierà prima di settembre). "Vedremo", si limita a dire Donzelli. Che comunque non lo esclude.</p><p>Non è un dettaglio, perché a Palazzo Madama non c'è il voto segreto e Forza Italia e Lega si troverebbero di fatto costrette a votare "sì". E a quel punto la parte modificata del testo dovrebbe tornare alla Camera per la doppia conformità. Con il governo che potrebbe anche mettere la fiducia. Insomma, si tratterebbe di un vero e proprio redde rationem all'interno alla maggioranza. Uno scenario al momento altamente improbabile, ma non impossibile.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/4SBL72VZTVOF7KLL34ZFXUTDQI.jpg?auth=cfff3a9f6059e6c89d7688004278fea2e7f0a6a7358588bde0e6d63aff3a7df1&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La furia di Meloni contro gli alleati: "Non tiro a campare ora un chiarimento"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/governo/furia-meloni-contro-alleati-non-tiro-campare-ora-chiarimento-2693653.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/governo/furia-meloni-contro-alleati-non-tiro-campare-ora-chiarimento-2693653.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Sapeva bene che sarebbe stata una votazione sul filo, ma questo non basta certo a lenire l’irritazione (per usare un colossale eufemismo) seguita al gigantesco scivolone in cui è incappata ieri la maggioranza.]]></description><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 10:00:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sapeva bene che sarebbe stata una votazione sul filo, ma questo non basta certo a lenire l’irritazione (per usare un colossale eufemismo) seguita al gigantesco scivolone in cui è incappata ieri la maggioranza, con la Camera che ha bocciato per un solo voto (188 a 187) l’emendamento che avrebbe introdotto un sistema soft di preferenze.</p><p>Giorgia Meloni segue i lavori di Montecitorio da Palazzo Chigi e quando sul televisore appare il risultato di quello che è il dodicesimo voto segreto della giornata sbotta. Letteralmente.</p><p>«Sono stanca di andare avanti così, ora tutti si devono assumere la responsabilità politica di quanto è accaduto oggi, perché certo io non ho intenzione di tirare a campare», dice visibilmente alterata a più di un interlocutore.</p><p>Meloni, infatti, era ovviamente consapevole che il voto fosse non scontato, come pure era ben conscia delle avvisaglie che si avvertivano ormai da settimane.</p><p>Ma certo non si aspettava un flop di queste dimensioni, visto che - a conti fatti andare sotto di un voto alla Camera significa che nella maggioranza sono mancati 31 deputati. E questo nonostante i gruppi parlamentari di Forza Italia e Lega avessero dato in mattinata il loro via libera all’emendamento.</p><p>Un’enormità, soprattutto considerando che in Fratelli d’Italia sono assolutamente convinti che la quasi totalità dei franchi tiratori arrivi dalle fila di azzurri e Carroccio, che insieme contano 110 deputati. In verità, anche tra i 117 di Fdi di contrari alle preferenze ce ne sono, non a caso ieri si è presentato in Transatlantico il ministro Francesco Lollobrigida, proprio per cercare di tranquillizzare chi temeva per la sua rielezione. E lo stesso hanno fatto Giovanni Donzelli e Galeazzo Bignami, che hanno vigilato sul voto.</p><p>La premier, dunque, non ha intenzione di nascondersi rispetto a un dato politico che è evidente. E, anzi, è intenzionata a chiedere conto ad Antonio Tajani e Matteo Salvini di quali siano le loro intenzioni per il futuro. Nella Prima repubblica si sarebbe parlato di verifica di maggioranza.</p><p>Non oggi, ma dopo che la legge elettorale uscirà dalla Camera. Quello sulle preferenze, infatti, è solo uno dei 115 voti segreti previsti e la premier è intenzionata a mettere alle strette Forza Italia e Lega. «Si assumano le loro responsabilità», ripete ai suoi. Tutti ragionamenti che avrebbe fatto anche in diversi contatti diretti con Tajani e Salvini.</p><p>Oltre al dato politico, quindi, c’è anche quello tecnico. Perché ad andare sotto non è stato il governo ma la maggioranza. Peraltro su un singolo emendamento e non su un voto di fiducia.</p><p>In questo senso, si potrebbero poi rispolverare diversi precedenti, tra cui quello del 2014 quando sull’Italicum di Matteo Renzi la maggioranza fu battuta con il voto segreto ben tre volte in una sola seduta.</p><p>Dal punto di vista procedurale, dunque, nulla osta ad andare avanti. Tanto che ancora prima che venisse sospesa la seduta, Fratelli d’Italia ha chiesto di mettere al voto la prosecuzione notturna della seduta dalle 21 alle 24. Insomma, per il momento si va avanti. E solo quando la legge elettorale avrà chiuso il suo iter alla Camera si tireranno le somme.</p><p>Certo, ammette Meloni in un post su Facebook, ieri «ha vinto di nuovo la palude». «Noi Ci abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate». «E - continua la premier - abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto».</p><p>Il risultato del voto sull’emendamento per introdurre le preferenze, spiega, «dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro».</p><p>Ma, aggiunge, «anche nella maggioranza sono mancati diversi voti». «Su questo conclude sibillina - serve una riflessione».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/63RGANXDNRINRABK4R65LU57UA.jpg?auth=4af87dade72786280c1da0dd48ef2b62b49c705fb78d0211452a10407c09f42f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il nodo preferenze alla prova dell'Aula. E Meloni teme i franchi tiratori]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/nodo-preferenze-prova-dellaula-e-meloni-teme-i-franchi-2693074.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/nodo-preferenze-prova-dellaula-e-meloni-teme-i-franchi-2693074.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La legge elettorale arriva alla Camera Emendamento di Fdi, senza Fi e Lega]]></description><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>A meno di dodici dall'arrivo della legge elettorale nell'aula della Camera c'è una sola certezza: quello sulla reintroduzione delle preferenze sarà il primo voto non scontato dell'intera legislatura. Nonostante le ripetute riunioni tra gli sherpa di maggioranza e i contatti diretti tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il centrodestra non è infatti ancora riuscito a trovare una sintesi. Tanto che ieri l'emendamento che introduce una forma soft di preferenze (un capolista bloccato e una lista di sei nomi tra i quali esprimere fino a tre preferenze di genere alternato, sulla falsariga del sistema con cui si vota per la regione Toscana) è stato firmato solo da Fdi, Noi Moderati e Udc. Forza Italia e Lega, invece, si sono prese un supplemento di riflessione e hanno rinviato la decisione alle rispettive riunioni dei gruppi parlamentari in programma oggi alle 12. Un modo per sottolineare come la questione non sia in capo ai leader - cosa che ovviamente non è né potrebbe essere vera - e sia stata demandata direttamente a deputati e senatori. Non è così, tanto che in privato Meloni avrebbe sottolineato a Tajani e Salvini che sulla questione preferenze Fdi deve andare avanti per coerenza: "Ci ho messo la faccia". La premier avrebbe anche lasciato intendere che se davvero nelle prossime ore la maggioranza non riuscisse a muoversi in modo compatto e superare l'ostacolo, si aprirebbe un problema politico di non poco conto. I leader di Forza Italia e Lega, però, almeno fino a ieri sarebbero restati piuttosto freddi. Anche se qualcuno ha interpretato le parole di Salvini ai microfoni del Tg3 come un'apertura. "Sia in Europa che nel comune di Milano - ha detto ieri sera - sono sempre stato eletto con le preferenze. Per quel che mi riguarda non sarebbe un problema". Insomma, un modo per dire che se il tema è davvero dirimente non sarà il segretario leghista a mettersi di traverso.</p><p>Di certo, c'è che l'emendamento nell'occhio del ciclone non cambia di molto le carte in tavola per partiti come Forza Italia e Lega che, con i numeri attuali, solo in pochissime circoscrizioni riusciranno a eleggere chi c'è sotto il capolista. Insomma, il potere di decidere le liste di fatto resterebbe comunque nelle mani dei leader.</p><p>In che modo si dipanerà una matassa davvero ingarbugliata lo si inizierà a capire solo dopo la riunione dei gruppi parlamentari di questa mattina. Da Fdi si attendono un esito nella sostanza positivo, anche nel caso - probabile - di voto segreto. Così fosse, significherebbe che le divisioni di queste ore - il fatto che Forza Italia e Lega non hanno firmato l'emendamento e che Tajani e Salvini hanno demandato ai gruppi ogni decisione - farebbero parte di una precisa strategia per cercare di tenere insieme le esigenze di tutti.</p><p>La palla, dunque, passa all'aula della Camera, che potrebbe essere chiamata a pronunciarsi sulle preferenze già stasera verso le 20. Nel caso - probabile - che l'opposizione chieda il voto segreto, sono possibili defezioni. Soprattutto tra le fila di Fdi (che ha un gruppo parlamentare numeroso dove in molti non hanno dimestichezza con le preferenze) e della Lega (dove gli orfani dei collegi uninominali potrebbero farsi sentire). Il voto, dunque, non è scontato, perché i precedenti insegnano che sulla legge elettorale la disciplina di partito conta fino a un certo punto.</p><p>Per la prima volta in quasi quattro anni, dunque, la maggioranza rischia seriamente di andare sotto. Il dato sarebbe tutto politico e potrebbe portarsi dietro strascichi nel prosieguo della legislatura. Di fatto, però, rispetto al destino della riforma della legge elettorale potrebbe non cambiare molto. Per quanto importante, si tratta comunque di un emendamento. E anche se fosse bocciato sarebbe difficile per la maggioranza non andare avanti con l'approvazione. Uno stop, infatti, significherebbe prendere atto delle divisioni della maggioranza e della sua incapacità a trovare una sintesi su una riforma tanto importante.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/GGAQEXW3HFMRDG7VJTZXTXBFO4.jpg?auth=e114b51fac4c55fd3f8447e44f0f61a7675cca22d5be4760a697eff7150872b7&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La scelta di Palazzo Chigi: nessuna replica. Ma sui lupi solitari l’attenzione resta alta]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/governo/scelta-palazzo-chigi-nessuna-replica-sui-lupi-solitari-l-2692464.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/governo/scelta-palazzo-chigi-nessuna-replica-sui-lupi-solitari-l-2692464.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Solidarietà di La Russa e Fontana. Fidanza: propaganda terroristica]]></description><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 10:00:18 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>La scelta è di non replicare direttamente, anche perché non si farebbe altro che alimentare la propaganda del regime di Teheran. Ma questo non significa che a Palazzo Chigi sminuiscano la potenziale pericolosità della blacklist pubblicata ieri dal giornale iraniano Hamshari, con le foto segnaletiche dei presunti responsabili della morte dell’ayatollah Ali Khamenei, tra cui anche Giorgia Meloni.</p><p>Peraltro, il quotidiano di proprietà del comune di Teheran esce proprio nel giorno in cui viene diffuso il messaggio scritto dal figlio Mojtaba, che minaccia «vendetta» contro gli assassini del padre. Insomma, una sorta di appello a lupi solitari e cellule dormienti. Che poco ha a che vedere con il dato politico reale, visto che come ama sottolineare a più riprese Donald Trump - l’Italia è tra quei Paesi che non hanno messo a disposizione le proprie basi per l’attacco americano e israeliano all’Iran. Ma, d’altra parte, tra le tredici foto in divisa carceraria arancione pubblicate su Hamshari, Meloni è in buona compagnia visto che ci sono anche il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer.</p><p>Immediata la solidarietà dei presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. «Ogni forma di intimidazione, di incitamento alla violenza e di propaganda dell’odio - dice la seconda carica dello Stato- deve essere condannata con la massima fermezza, l’Italia resti unita nel difendere i principi di libertà, democrazia e rispetto delle istituzioni».</p><p>Pieno sostegno arriva anche dai due vicepremier. «Massima solidarietà a Giorgia Meloni, che certamente non si fa intimidire», dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Chi attacca Giorgia Meloni, attacca tutti noi», gli fa eco il titolare delle Infrastrutture Matteo Salvini.</p><p>Intervengono anche diversi ministri, primo tra tutti Tommaso Foti che parla di «meschina modalità volta a diffondere messaggi di odio e di violenza». «A fronte di simili accuse, ci attendiamo la piena solidarietà di tutte le forze politiche italiane», aggiunge il ministro per le Politiche comunitarie. Un appello condiviso anche dal capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami, ma che a tarda sera sembra essere caduto nel vuoto, visto che l’unica solidarietà arrivata dall’opposizione è quello di Osvaldo Napoli di Azione.</p><p>A supporto della premier intervengono anche i ministri Alessandro Giuli (Cultura) e Giuseppe Valditara (Istruzione) e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.</p><p>Parla di «propaganda terroristica pericolosa che non va ignorata» Carlo Fidanza, capo-delegazione di Fdi a Bruxelles e vicepresidente di Ecr. «Questo - aggiunge - ci ricorda la vera natura del regime iraniano, che una certa retorica buonista anti-Trump della sinistra ha finito col sottovalutare».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/4WTHYF7CJJMWPOMJRTG7DS2Y2M.jpg?auth=54c1b69cd5b6feb4d526407446ffe20b9d0e88b25acd160213bb4b784c5b744c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Freddezza di Meloni su tre dossier chiave. "Ma non mi pento, c'erano tante affinità"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/retroscena-2690972.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/retroscena-2690972.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Dubbi su spese per difesa ("restano in Italia") e Iran ("raid vani e niente basi")]]></description><pubDate>Thu, 09 Jul 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>nostro inviato ad Ankara</p><p>Un summit "breve ma intenso", che Giorgia Meloni decide di gestire "in punta dei piedi", muovendosi tra una malcelata freddezza e un faticoso equilibrio. Il destinatario della sua prudenza è ancora una volta Donald Trump, che ieri ha dato l'ennesima conferma di un'imprevedibilità al confine con la follia, visto che dopo una mattinata passata a insultare quasi tutti gli alleati ha deciso di chiudere il vertice della Nato ad Ankara in modalità "peace and love". Non è la prima volta e non sarà l'ultima, ma le delegazioni dei principali Paesi europei riescono a stupirsi ancora di tanta volubilità.</p><p>L'ultimo attacco a Meloni con il post su Truth in cui evocava per la premier un ordine restrittivo è stato però un punto di non ritorno. Raccontato anche dalle immagini a circuito chiuso del summit nella capitale turca, dove si coglie chiaramente come Meloni scelga volutamente di girarsi dall'altra parte quando le passa davanti Trump prima della foto finale. Una freddezza palpabile e che probabilmente sconta anche il timore di nuovi affondi. Ma che va modulata davanti alle telecamere e, dunque, anche durante la conferenza stampa che la premier tiene prima di lasciare Ankara. Così, quando le chiedono un commento sul post incriminato, Meloni non riapre il dossier ("non torno sull'argomento") e rivendica la scelta di aver puntato su Trump e il mondo Maga. "Non mi pento di nulla, io ho fatto un investimento politico per convinzione e dice lo rivendico a 360 gradi". D'altra parte, sottolinea la premier, non è una strategia messa in campo con l'arrivo di The Donald, perché "l'ho fatto con tutti gli interlocutori che ho avuto". Insomma, anche con Joe Biden. Poi, certo, "chiaramente con Trump c'erano delle affinità su alcuni temi della politica, l'immigrazione, la cultura woke" e "per questo ritenevo potesse essere più semplice". Ma, ammette con una certa freddezza, "le cose stanno andando come abbiamo visto".</p><p>Così, anche in altri passaggi Meloni sembra muoversi con un certo distacco. Sulle spese in difesa, per esempio, la premier ci tiene a dire che l'Italia "vuole rispettare gli impegni", ma "in modo sostenibile e stabilendo tempi, modi e priorità in base al contesto e alle nostre possibilità". Insomma, senza farsi dettare l'agenda da nessuno. Con un corollario. "Se investiamo in difesa, quei soldi dice devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori. Insomma, più lavoro qualificato in casa nostra e non assegni all'estero". Con buona pace di Trump e del programma Purl (un meccanismo per cui i Paesi Nato comprano dagli Usa le armi destinate all'Ucraina). L'unica bussola, dice, è "l'interesse nazionale". E pure sulla presenza di soldati americani in Italia (sono circa 13mila, per un indotto stimato in circa mezzo miliardo di euro l'anno) si muove con cautela. D'altra parte, spiega, è da tempo che nella Nato si discute del cosiddetto "burden shifting", una riduzione della presenza americana nel Vecchio continente a favore di truppe europee. Tanto che Meloni spiega di non aver avuto indicazioni in proposito, ma non si sente di escludere che "entro la fine del 2027" possa iniziare un ridimensionamento della presenza in Italia. Ancora più fredda, invece, è sulla guerra in Iran. Non esita a sottolineare che "finora l'opzione militare non ha portato dei risultati concreti" e ribadisce che "l'Italia non fornirà le sue basi militari neanche in futuro".</p><p>Prima di chiudere, Meloni spiega che lunedì non sarà presente alla riunione dei Volenterosi in programma a Parigi. "E voi ironizza - potete scrivere tutti gli articoli che volete sull'isolamento e il cambio di posizionamento. C'è il disimpegno sull'Ucraina? No, ma neanche me ne posso permettere uno sull'Italia, quindi siccome ho diversi dossier dei quali occuparmi in patria saremo ottimamente rappresentati dal vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani". D'altra parte è un incontro che si è già tenuto molte volte nello stesso formato e che non ha in agenda alcuna decisione. E Meloni, che ha fatto sei vertici internazionali in meno di un mese, preferisce concentrarsi sul fronte interno. A cominciare proprio da lunedì, quando è attesa a Palermo per una cerimonia in memoria di Giovanni Falcone. Il primo di una serie di appuntamenti che nei prossimi mesi Meloni vuole intensificare.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/E2GTDRJJ6FKHPI6ON3T2XBWBGM.jpg?auth=69b778b0276dcdcbebdc10c8cd1d1bc356de4380ee7f821d4a3c7addb0e139ac&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Spionaggio russo, allarme di Crosetto. "Sono dappertutto. E noi non abbiamo gli anticorpi giusti"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/allarme-crosetto-sono-dappertutto-e-noi-non-abbiamo-2690362.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/allarme-crosetto-sono-dappertutto-e-noi-non-abbiamo-2690362.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Il ministro: la penetrazione è a tutti i livelli. E propone un "patto" trasversale in vista delle elezioni 2027. "Lo firmerebbe anche Vannacci". Ma "non è un leader"]]></description><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>nostro inviato ad Ankara</p><p>La minaccia non è più alle nostre porte, ma dentro le nostre case. Con parole diverse, certo. Ma è esattamente questo il senso del ragionamento di Guido Crosetto (nella foto) nel commentare l'arresto di due ex 007 che vendevano informazioni alla Russia. Il ministro della Difesa è appena arrivato ad Ankara insieme al titolare degli Esteri Antonio Tajani per partecipare al vertice Nato. Giorgia Meloni è appena decollata da Roma, tanto che dall'hotel Sheraton Ankara l'ambasciatore italiano in Turchia e una delegazione ristretta si è già mossa per andarla a ricevere all'aeroporto militare Etimesgut. Così, prima di andare a incontrare il suo nuovo omologo britannico Dan Jarvis, Crosetto si sofferma con alcuni giornalisti e commenta l'indagine della procura di Roma. E ammette con candore: "Non abbiamo gli anticorpi per contrastare la penetrazione russa".</p><p>D'altra parte, il problema dell'infiltrazione e della disinformazione di Mosca in Italia, il ministro lo pone da tempo. Tanto che non è affatto sorpreso dagli arresti. "Per nulla", ripete. Perché "sono ovunque" e "non solo nel mio ministero". Non lo dice, ma quello che intende è chiaro: i due arrestati sono da anni al servizio del ministero della Difesa, ma non pensate che altri dicasteri altrettanto importanti non abbiano gli stessi problemi. "La differenza è che nel mio ministero li becchiamo". Crosetto in qualche modo rivendica di essere uno dei primi ad aver posto l'attenzione sul problema della guerra ibrida. "Non sono affatto sorpreso aggiunge - perché sono anni che metto in guardia dal rischio di penetrazione. Fate un'analisi dei bot e ve ne renderete conto. L'aumento c'è stato con i social". Ma l'offensiva è solo di Mosca? "Non solo dei russi. Ma i russi sono i più bravi nello spionaggio". E soprattutto esiste una criticità: l'Italia "non è pronta" a gestire questo allarme, "anche perché quando li becchiamo e veniamo attaccati, non possiamo arrivare fino a loro e fermarli definitivamente".</p><p>Il problema esiste da anni, solo che ormai sta esplodendo ed è a un passo dall'essere fuori controllo. La domanda a Crosetto è d'obbligo: ha timori di condizionamenti in vista delle elezioni del prossimo anno? La risposta è che la criticità esiste e ci "conviviamo da anni" perché "c'è una manipolazione non delle elezioni, ma dell'opinione pubblica". "Guardate in giro per la rete. Guardate aggiunge - anche alcuni opinionisti che preferiscono farsi influenzare da alcuni messaggi piuttosto che dire la verità".</p><p>L'idea, forse, potrebbe essere quella di ipotizzare un patto a tutti i partiti contro queste interferenze? "Lo propongo da sempre. Un accordo per difendere la democrazia. E penso che andrebbe fatto sottoscrivere a tutti", risponde il titolare della Difesa. E lo firmerebbe anche il generale Roberto Vannacci, che esprime spesso posizioni filo-russe. "Credo che lo firmerebbe. Non mi risulta che ci siano mai state segnalazioni su Vannacci", è la risposta ecumenica. Che diventa ben più sarcastica quando la conversazione si sposta sui possibili risultati delle prossime elezioni. E se si ritrovasse a sedere in Consiglio dei ministri insieme a un leader politico come Vannacci? "Sarebbe un governo in cui uno di voi fa il presidente del Consiglio", dice ridendo. E conclude: per Vannacci "non mi riconosco nella parola leader'".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/AATAYVKIHJI5BAO4XX2T6CA7YQ.jpg?auth=8c44be11bf11e4b105fa9561041f2f376452fefc30ae6736a3dc8ee519e9899c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Cena della "tregua" tra  Meloni e Trump (e il resto dell'Ue). "Rapporti cordiali"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/cena-tregua-meloni-e-trump-e-resto-dellue-rapporti-cordiali-2690359.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/cena-tregua-meloni-e-trump-e-resto-dellue-rapporti-cordiali-2690359.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La premier arriva al summit in ritardo. Poi glissa sugli affondi: "Già risposto"]]></description><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>nostro inviato ad Ankara</p><p>Non è il tavolo della pace, né tantomeno della riconciliazione. Perché ci sono casi in cui cerimoniale e protocollo vincono su qualsiasi dissapore tra leader. Fatta questa premessa, non c'è dubbio che la cena offerta da Recep Erdogan e consorte ai trentadue capi di Stato e di governo presenti al vertice Nato di Ankara non passa inosservata. Nello sfarzoso salone del Palazzo presidenziale, infatti, la formazione del tavolo d'onore vede seduti Donald Trump, Erdogan, il presidente francese Emmanuel Macron e consorte, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e consorte, Giorgia Meloni, il premier britannico Keir Starmer e il segretario generale della Nato Marke Rutte. La premier è tra questi ultimi due, con il presidente americano di fronte. Di fatto, dunque, il primo contatto dopo il grande gelo delle ultime settimane. Tanto che nei giorni scorsi in molti avevano supposto che i due si sarebbero tenuti a debita distanza. Non è andata così, al netto del fatto che i tavoli li ha decisi il cerimoniale turco e che in un tavolo a cui sono seduti nove leader, è quasi certo che delle interazioni sui temi in discussione ci siano. Non è un caso che quando alle 23 Meloni rientra in albergo decida di concedersi una sola battuta prima di salire in camera. Come va con Trump? "Rapporti cordiali". E c'è stato un chiarimento? "Vi ho già risposto", dice imboccando l'ascensore. La cena che apre il summit dell'Alleanza serve comunque a mandare un segnale politico. Non certo limitato al complicato rapporto tra Trump e Meloni, quanto più nel complesso. Il presidente americano, infatti, ieri non ha comunque perso l'occasione per affondare nuovamente contro tutti gli alleati europei. Berlino, Londra e Parigi che "ci hanno voltato le spalle" e Roma perché "Meloni mi piace ma non ci aiuta". E con tutti, solo qualche ora dopo, era seduto a tavola.</p><p>Un vertice a cui Meloni è arrivata con un ritardo che in molti hanno definito tattico. Tanto che non ha calcato il tappeto turchese che ha portato tutti i leader all'ingresso del Palazzo presidenziale. L'ultimo ad entrare - immortalato dal circuito chiuso della Nato - è stato proprio Trump, poi il picchetto d'onore ha chiuso le due enormi porte dell'ingresso. La premier è arrivata qualche minuto dopo, in tempo per la foto di gruppo - anche in questo caso non era vicino a Trump e per sedersi al tavolo d'onore. Un timing che ha suscitato qualche dubbio, anche se fonti vicine a Palazzo Chigi lo attribuiscono a un problema di viabilità romana, con la scorta costretta a una sorta di conversione a U in autostrada. Al netto della cronaca, anche le mosse della diplomazia si muovono alla ricerca di una tregua. Ad Ankara, infatti, ci sono anche i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Il primo ha avuto uno scambio a due con il segretario di Stato americano Marco Rubio. Il secondo ha invece molto insistito nel guardare soprattutto il bicchiere mezzo pieno e non quello mezzo vuoto. Parlando con i cronisti nella hall dello Sheraton Ankara hotel, ci ha tenuto a sottolineare che "i rapporti tra Stati continuano anche se due leader discutono". Trump ha detto "Meloni mi piace", quindi "bene", sorride Crosetto. Restano, certo, gli attacchi, durissimi, alla premier. Ma, aggiunge il titolare della Difesa, "non è per Sigonella". Ce l'ha con noi "perché non abbiamo partecipato agli attacchi in Iran". Dunque, per non essere stati belligeranti. Non per questo, però, Crosetto teme che ci sarà una riduzione del numero di militari americani nelle basi italiane.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/I2WVZLAOU5MHRHFUEGU2MODYQA.jpg?auth=8503d2135767edfd34ff46cca4c122a7d66d9526aca9327e7c35c26b80134cd4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Silenzio e irritazione: Meloni teme l'agguato. La rottura è sui soldi in difesa dell'Ucraina]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/silenzio-e-irritazione-meloni-teme-lagguato-rottura-sui-2689831.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/silenzio-e-irritazione-meloni-teme-lagguato-rottura-sui-2689831.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Crosetto: «No al Purl, compreremo le armi per Kiev da operatori italiani e Ue, non Usa»]]></description><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:52:48 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><b>nostro inviato ad Ankara</b></p><p>È circolata per qualche ora l'ipotesi che oggi Giorgia Meloni potesse decidere di arrivare ad Ankara con più calma, magari in serata mentre era già in corso la cena offerta dal presidente turco Recep Erdogan ai leader che parteciperanno al summit della Nato che quest'anno si tiene ad Ankara. Un appuntamento a cui la presidente del Consiglio si presenta dopo i ripetuti affondi di Donald Trump, l'ultimo solo la tarda sera di domenica, quando in un post su Truth il presidente americano ha pubblicato una foto che lo ritrae con la premier e la scritta "restraining order needed", traducibile con "serve un ordine restrittivo". Un'aggressione che sfocia nella misoginia e con cui l'inquilino della Casa Bianca vorrebbe lasciare intendere che Meloni lo sta sostanzialmente stalkerando. L'ultimo atto, forse, di un rapporto che è ormai definitivamente compromesso. Questa volta, a differenza di quanto accaduto dopo il G7 di Évian, la premier decide però di non rispondere. La linea è quella del silenzio, forse anche per non far trasparire un'irritazione che - per usare un eufemismo - è fortissima. E anche perché di fronte a un presidente americano che è ormai fuori controllo - vedi anche l'incredibile scandalo che sta coinvolgendo la Fifa - l'unico modo per non mettersi al suo livello è quello di tacere. Di qui i rumors di una partecipazione più light a un summit che già lo stesso Trump ha completamente depotenziato. Un'ipotesi che non pare più essere sul campo, tanto che ancora ieri sera l'agenda pubblicata sul sito di Palazzo Chigi prevedeva la presenza di Meloni oggi alle 19.15 alla cena. Certo, per la premier la due giorni turca non sarà in discesa. Il timore dell'ennesimo agguato da parte di Trump è concreto ed è evidente, come pure non sarà facile la gestione dei momenti in cui i due saranno a contatto (nonostante la diplomazia italiana pare si sia mossa per evitarlo). D'altra parte, dopo l'ottimismo (certamente eccessivo) che aveva seguito la rielezione di Trump e la partecipazione di Meloni all'Inauguration day a Washington il 20 gennaio del 2025, il rapporto si è andato lentamente incrinando. Gli attacchi a Papa Leone XIV sono stati il primo vero punto di svolta. E a seguire la guerra dissennata all'Iran. Ieri un'informatissima ricostruzione del Wall Street Journal raccontava riunioni riservate dei leader europei a Bruxelles, già da gennaio decisi a lavorare a una de-americanizzazione dell'Ue sul fronte della dipendenza tecnologica, digitale e commerciale, considerando Trump completamente inaffidabile. E dopo l'attacco all'Iran, anche Meloni lo avrebbe definito "non ragionevole". D'altra parte, che ai vertici di Fratelli d'Italia la pensino più o meno tutti così da oltre un anno non è un mistero.</p><p>Ma ad accendere l'ex tycoon sarebbe stata anche la scelta dell'Italia di non aderire a Purl, il programma Nato per l'acquisto di armamenti dall'industria bellica Usa da destinare all'Ucraina. Insomma, non un aiuto "paritario" ma un meccanismo a profitto degli Usa. Per Washington, un danno economico. Ma anche politico, visto che in questo modo di fatto l'Italia - anche se in parte per ragioni di consenso interno - si allinea all'approccio francese dell'autonomia strategica europea. "Il Purl - ha detto ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto - è un aiuto all'Ucraina. Invece di missili di difesa americani, daremo gli Aster prodotti da Mbda, un'azienda italiana e francese. Dal punto di vista della difesa missilistica di Kiev è lo stesso, ma almeno quei soldi rimarranno all'industria italiana ed europea".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/64MIPOYI35J3VHNPATRFZKFEDU.jpg?auth=e1f53ff5c597f6e00b1d533b8b96fc159476c9ed21cda4559b27a6a3b4add7a0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ucraina, da Ue e Canada 70 miliardi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica-estera/ucraina-ue-e-canada-70-miliardi-2688804.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica-estera/ucraina-ue-e-canada-70-miliardi-2688804.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[In vista del summit Nato che si aprirà martedì ad Ankara i fronti caldi sono due.]]></description><pubDate>Sat, 04 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In vista del summit Nato che si aprirà martedì ad Ankara i fronti caldi sono due. Quello più «esterno», cioè il posizionamento dell'Alleanza atlantica rispetto a un Donald Trump che non smette di polemizzare su quanto siano risicati gli investimenti in difesa dei Paesi europei. E quello più «interno», cioè il rapporto tra Giorgia Meloni e il presidente americano, un equilibrio che si è decisamente incrinato dopo il G7 di Évian di metà giugno.</p><p>Sul primo versante, i Paesi europei della Nato e il Canada si sono impegnati a fornire 70 miliardi di euro di aiuti all'Ucraina sia nel 2026 che nel 2027. Insomma, 140 miliari in tutto. Anche se, spiegano da Palazzo Chigi, «l'Italia avrebbe preferito un impegno anno per anno, per scommettere anche sul negoziato e non solo sulla pressione militare». Ma il timore che Trump possa usare</p><p>il palcoscenico di Ankara per l'ennesima piazzata resta. Tanto che i lavori del vertice annuale della Nato sono stati compressi al minimo: «social dinner» martedì, una sola sessione di lavoro mercoledì e conclusioni del summit in una paginetta striminzita. Una scelta condivisa tra Stati Uniti e il resto degli Alleati. I primi non vogliono perdere inutilmente tempo, tanto che la diplomazia americana ha già fatto sapere che Trump vorrebbe far diventare biennale il summit Nato che ormai da quasi una decade è appuntamento annuale fisso. I secondi temono che tempi lunghi possano favorire le uscite fuori controllo dell'ex tycoon.</p><p>Sul secondo versante, invece, fonti diplomatiche italiane fanno sapere che la prossima settimana in Turchia non è in programma alcun faccia a faccia Meloni-Trump. «Ad Ankara staranno per due giorni nella stessa stanza, che però è ben più ampia di quella del G7 di Évian», riferiscono lasciando intendere che Meloni non ha alcuna intenzione di sollecitare un bilaterale. Che potrebbe anche avere ricadute positive sul fronte internazionale, ma che allo stesso tempo - visto quanto è detestato The Donald in Italia - rischia di essere un gigantesco boomerang. È una delle ragioni per cui l'inevitabile riavvicinamento del governo italiano a Washington procede a passi felpati.</p><p>D'altra parte, i sondaggi di via della Scrofa parlano chiaro e raccontano una percezione generalizzata del Paese - e anche dell'elettorato di centrodesrta - in cui sia Israele che gli Stati Uniti sono visti alla stregua di Stati canaglia. Una convinzione che soprattutto nei giovani si va ormai stratificando. Di qui la scelta di Meloni di non essere al ricevimento di villa Taverna, come pure la cautela con cui la diplomazia italiana immagina il summit di Ankara.</p><p>La premier, però, ieri ha sentito personalmente Recep Erdogan, presidente della Turchia che ospita l'imminente vertice Nato ad Ankara, ma anche il principale leader di peso che riesce ad essere contemporaneamente interlocutore affidabile con Mosca, Kiev e Washington. Un buon viatico per approcciarsi a un summit Nato dove l'Italia porta uno 0,71% di spese militari (per un complessivo 2,8% del Pil) su cui sono puntati i riflettori degli Alleati, che sostengono non siano fondi strettamente dedicate alla difesa. Non è un caso che a Palazzo Chigi ci tengano a dire che i 70 milioni per l'Ucraina nel 2027 siano da stanziare pro-quota ma su base volontaria.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JMWF5SN25VOODHF55JXDCN3RGE.jpg?auth=04ef306c0c70e41b6b31804eb7fe1abe75f2468239342fdd5651a397e0c25c7c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Meloni "manda" il governo ma decide di non esserci. La via del disgelo sarà lunga]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/festa-met-2688049.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/festa-met-2688049.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Tajani e Salvini alle celebrazioni Usa. Fertitta: Roma amica di Washington. Al vertice Nato di Ankara l’Italia rivendicherà l’aumento delle spese di difesa, ma teme altri affondi di Trump]]></description><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Va bene dare il via libera ai suoi ministri, elogiare pubblicamente l'ambasciatore Tilman Fertitta e ribadire che il rapporto tra Roma e Washington resta saldo perché è una "storia di cooperazione antica e solida" che "non si cancella per una discussione sui social media". Ma, dopo tutto quello che è accaduto nei giorni successivi al G7 di Évian esserci personalmente sarebbe forse stato troppo. Così, complice anche l'impegno a Padova dove alle 18.00 di ieri è intervenuta al congresso della Uil, Giorgia Meloni ha scelto di non partecipare al tradizionale ricevimento all'ambasciata americana di Roma per celebrare l'Indipendence day. Non è certo un atto politicamente ostile, perché è vero che la premier era presente lo scorso anno (quando si era appena insediato Fertitta) come pure che ha invece scelto di non esserci sia nel 2023 che nel 2024. Però il clima delle ultime settimane deve aver pesato. Non tanto sul fronte diplomatico, perché è vero che relazioni tanto solide non si scalfiscono per una polemica via social, soprattutto con un presidente americano che ha fatto dell'aggressione verbale contro gli alleati la sua cifra negoziale (il così detto "trattamento Zelensky"). Quanto sul fronte personale.</p><p>È questa la ragione per cui chi conosce bene Meloni è convinto che il vertice Nato in programma ad Ankara martedì non scioglierà il ghiaccio. La premier, è il senso dei ragionamenti di chi in Fdi si occupa dei dossier internazionali, si limiterà a rivendicare l'impegno italiano sul fronte degli investimenti in difesa. È vero che l'obiettivo è destinare il 5% del Pil entro il 2035, è altrettanto vero che "la traiettoria è decisamente in crescita" visto che negli ultimi due anni l'Italia è passata dall'1,6 al 2,8% del Pil. Peraltro - stando a quanto ha detto il segretario generale della Nato Mark Rutte (e gli stessi dati circolano all'ambasciata italiana a Washington) - dal summit dell'Alleanza che si è tenuto lo scorso anno a L'Aja fino a oggi gli investimenti fatti e annunciati a livello Nato in materia di difesa ammontano a circa 250 miliardi di dollari. Insomma, l'approccio aggressivo di Trump ha portato i suoi risultati. Che poi è la ragione per cui il presidente americano ancora ieri su Truth menava fendenti. "Gli Stati Uniti - ha scritto sul suo social - spendono per la Nato più di qualsiasi altro Paese, per garantire protezione ma senza trarne alcun vantaggio". E a seguire l'elenco delle spese. "Stati Uniti 999 miliardi di dollari, Regno Unito 90,5 miliardi, Francia 66,5 miliardi, Italia 48,8 miliardi, Polonia 44,3 miliardi. Le cifre degli altri Paesi, inclusa la Germania, sono molte più basse", dice Trump.</p><p>Il summit della Nato in Turchia, dunque, non si annuncia come il vertice del disgelo. L'inquilino della Casa Bianca è infatti pronto ad affondare colpi, mentre Meloni non sembra intenzionata a prestarsi al gioco ed è convinta che la via migliore sia non rispondere alle provocazioni. D'altra parte, i rapporti diplomatici tra Italia e Stati Uniti restano solidi. Lo conferma la presenza in blocco del governo ieri a villa Taverna (i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, molti ministri tra cui il titolare della Difesa Guido Crosetto, oltre al presidente del Senato Ignazio La Russa e al capo della segretaria politica di Fdi Arianna Meloni). Ma anche la missione dei vertici di Ecr che si è conclusa ieri a Washington con Carlo Fidanza, vicepresidente dei Conservatori e capo-delegazione di Fdi in Ue, e Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo di Fdi. Per non parlare di Fertitta, ambasciatore Usa con origini siciliane. "Il rapporto con gli alleati, come l'Italia, costituisce una pietra angolare della forza e della leadership americana", ha detto celebrando i 250 anni dell'indipendenza americana. La sintesi la fa La Russa: "Meloni? C'è con lo spirito".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JBSTCZAOTFKADNVVC7XDY2JUBU.jpg?auth=f709b00e6da9e99afbc35cbc4a7ca9193dc76bb12d106f3185e762cedac4e109&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Legge elettorale, slitta il voto in Aula. Il nodo preferenze e il monito di Fdi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/legge-elettorale-slitta-voto-aula-nodo-preferenze-e-monito-2687410.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/legge-elettorale-slitta-voto-aula-nodo-preferenze-e-monito-2687410.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[Discussione alla Camera il 14 luglio. Rinvio tattico. Obiettivo chiudere prima dell'estate]]></description><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Nel basket si chiama over-time. E il solo fatto di arrivarci è sinonimo di una disputa all'ultimo tiro che ancora non ha un vincitore. Insomma, una battaglia senza esclusione di colpi.</p><p>La politica è tutt'altra cosa. E pure se ieri la conferenza dei capigruppo della Camera ha deciso di far slittare al 14 luglio l'avvio dell'esame in Aula della legge elettorale, questo non necessariamente significa che sia in corso uno scontro all'ultimo canestro.</p><p>Tensione ce n'è, ci mancherebbe. E non è certo quella che si respira nel centrosinistra. Che oggi grida al colpo di Stato, ma che nell'ultimo decennio ha approvato Italicum (governo Renzi) e Rosatellum (governo Gentiloni) a colpi di fiducia e a una manciata di mesi dalle elezioni.</p><p>Lo stesso centrosinistra che oggi punta il dito contro Giorgia Meloni, che ambirebbe ai "pieni poteri" solo perché vorrebbe avere un ruolo nel decidere nel 2029 il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Che, al netto dei voti che i sondaggi attribuiscono a Fdi dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi, è piuttosto scontato. Peraltro, una questione che non è mai stata così dirimente, visto che da quando è nato il bipolarismo - anno domini 1994 - il centrosinistra ha sempre portato al Colle esponenti vicini alla sua area politica. Alcuni (come Sergio Mattarella) hanno saputo rappresentare le sensibilità di un Paese complesso e profondamente diviso, altri (come Giorgio Napolitano) si sono fatti portavoce di una sola parte e hanno contribuito ad alimentare una spaccatura che non si è mai davvero ricomposta.</p><p>Il problema, dunque, è tutto interno alla maggioranza. E si gioca sulla questione preferenze, un tema più di comunicazione all'esterno e di tattica che di merito. Fdi dice di volerle, nonostante enormi criticità tecniche (che riguardano i collegi elettorali) e politiche. Forza Italia e Lega sono decisamente contrarie. Ma il rinvio del voto in Aula alla Camera decisono ieri non dipende tanto da questo. Stando a quanto riferiscono gli sherpa che si sono riuniti martedì per limare i dettagli della riforma (non ci sono solo le preferenze, ma anche il voto dei residenti all'estero e altre tecnicalità) e i big dei partiti di governo, infatti, il clima non è di muro contro muro. Anzi. La sensazione è che Fdi abbia approfittato della decisione del presidente della Camera Lorenzo Fontana di far slittare l'esame in Aula - scelta che, rigorosamente off record, non pare essere stata ben accolta a via della Scrofa - per allungare tempi e continuare a sostenere la necessità di introdurre le preferenze. Sul fatto che il centrodestra riesca a presentare un emendamento condiviso in materia - modello toscano o belga che dir si voglia - in Fratelli d'Italia sembrano ancora ottimisti. Sicuramente Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi avvistato ieri sera mentre entrava a Palazzo Chigi. Ma pure Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera. Non arriva lo stesso feedback da Forza Italia e Lega, ma potrebbe far parte della tattica.</p><p>Anche perché, dai piani alti di via della Scrofa c'è chi lancia messaggi eloquenti. Se si va a votare con la legge attuale - è il senso del ragionamento - né Forza Italia né Lega possono neanche vagamente pensare di prendere gli stessi collegi uninominali che hanno avuto nel 2022. Insomma, è il non detto, o si va avanti con la riforma della legge elettorale oppure con il sistema attuale Fdi pretenderà di avere la gran parte dei collegi uninominali.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/SRVCTM4IP5IM5CU3OJCE2BVG2Y.jpg?auth=9ae37d2b0d73dd1f07201db59b1c93962779e9b60b631709c7674be8057c2846&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Scintille alla Camera sulla legge elettorale. Il nodo preferenze e la prudenza di Fdi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/scintille-camera-sulla-legge-elettorale-nodo-preferenze-e-2685127.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/scintille-camera-sulla-legge-elettorale-nodo-preferenze-e-2685127.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[«Ci lavoriamo, ma insieme agli alleati» Lo scoglio collegi. E Magi si fa espellere]]></description><pubDate>Sat, 27 Jun 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>A fare notizia è lo scontro pubblico a favore di telecamere tra maggioranza e opposizione, anche se il vero nodo della riforma della legge elettorale sta soprattutto nel braccio di ferro sotterraneo tutto interno al centrodestra. Il primo fronte ieri ha avuto ampio spazio anche grazie al segretario di +Europa Riccardo Magi, che si è fatto espellere dall'Aula della Camera evocando il colpo di Stato e mostrando un maxi-facsimile della scheda con la scritta "il tuo voto non conta". Il secondo fronte resta in buona parte dietro le quinte, nonostante il nodo delle preferenze sia certamente il passaggio più difficile da superare per i partiti di governo. Se sul proporzionale con premio di maggioranza l'accordo è infatti chiuso da tempo, sulla reintroduzione delle preferenze Fratelli d'Italia continua a essere favorevole mentre Forza Italia e Lega rimangono fermamente contrarie. E Futuro nazionale di Roberto Vannacci soffia sul fuoco invitando il centrodestra a "metterci la faccia". Non è un caso, insomma, che ieri la legge elettorale sia arrivata all'esame dell'Aula senza che nelle settimane precedenti la commissione Affari costituzionali avesse mai affrontato la questione.</p><p>Il tema resta infatti divisivo, oltre che tecnicamente complesso. E questo nonostante le parole di Galeazzo Bignami che ieri, ospite di SkyTg24, ha provato a smussare. "Insieme agli alleati - ha detto il capogruppo di Fdi alla Camera - stiamo cercando di presentare un emendamento unitario, anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani, come FdI da sempre vuole, di indicare le preferenze". Il che, forse, significa che a via della Scrofa hanno messo da parte l'idea di presentare l'emendamento sulle preferenze in solitaria. Una strada pericolosa, visto che a quel punto l'opposizione sarebbe potuta uscire dall'Aula con il rischio di lasciare la patata bollente alla sola maggioranza. E con Forza Italia e Lega che avevano già fatto sapere che se mai venissero approvate le preferenze al Senato la legge elettorale finirebbe su un binario morto.</p><p>Al di là della distanza sul merito, c'è poi un gigantesco problema tecnico. Gli attuali collegi, infatti, sono grandi e soprattutto non adeguati e si creerebbero degli squilibri tecnici, politici e costituzionali. Ci sono collegi, per esempio, che comprendono più di una provincia, spesso di dimensioni diverse. Magari una vale i due terzi degli elettori e l'altra solo un terzo. È chiaro che i candidati della provincia più piccola (e quindi con un bacino elettorale di fatto ridotto) sarebbero di molto svantaggiati in una sfida sulle preferenze. Insomma, introdurle significa rifare l'intera mappa dei collegi di Camera e Senato. E, dunque, sospendere l'iter della riforma al più tardi dopo l'ok della Camera. Con inevitabili ricadute sulla tempistica e con la quasi certezza che a quel punto non si rispetterebbe l'indicazione del Consiglio d'Europa secondo cui intervenire sulle regole del gioco a meno di dodici mesi dal voto mina la fiducia dei cittadini e la parità di condizioni tra le forze politiche.</p><p>Insomma, è sulle preferenze che si gioca la vera partita. E non certo sullo scontro in Aula tra maggioranza e opposizione. Anche perché, ricorda Angelo Rossi, "nelle scorse legislature il Pd e altri partiti di minoranza hanno depositato diverse proposte di legge elettorale con un premio di maggioranza molto più consistenze di quello in discussione oggi". Ragione per cui, aggiunge il relatore della pdl di Fdi, "rispediamo al mittente le accuse di distorsione del processo democratico".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/R2F6IWQWIJPAHPHEFT7CM2PZCY.jpg?auth=54f0cc80fed35cacc83d5de90962d53ad26506f8559dad534584d7591abe4606&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Lo stupore di Meloni: "Parole insensate. Altrimenti perché Donald ci attacca?"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/stupore-meloni-parole-insensate-altrimenti-perch-donald-ci-2683904.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/stupore-meloni-parole-insensate-altrimenti-perch-donald-ci-2683904.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La premier sente il segretario generale. "Solo attività tecniche, mai operative"]]></description><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>nostro inviato a Berlino</p><p>L'incidente si consuma in tarda mattinata, mentre Giorgia Meloni è a Foggia per le celebrazioni del 252esimo anniversario della fondazione della Guardia di finanza. È proprio in quelle ore, infatti, che via Fox News piomba da Washington quello che sulle prime sia Palazzo Chigi che il ministero della Difesa faticano a derubricare a semplice incidente di percorso. Intervistato dal canale all news conservatore, infatti, il segretario generale della Nato Mark Rutte spiega di comprendere la delusione di Donal Trump, assicura che l'Europa ha dato un contributo a diverse migliaia di missioni di volo con destinazione Iran e aggiunge che "cinquecento aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l'operazione Epic fury".</p><p>Apriti cielo. Quando Meloni legge personalmente le parole di Rutte, rimane - per usare un eufemismo - basita. Trova il tutto "illogico" e "insensato", perché se davvero il governo italiano avesse concesso le basi allora non si capisce la ragione dei ripetuti affondi di Trump degli ultimi giorni. E che il segretario generale della Nato non si renda conto che con un'uscita del genere non fa altro che metterla in difficoltà sul fronte interno è piuttosto curioso. Perché, dunque, quell'intervista a Fox News? Peraltro proprio mentre Rutte è a Washington per incontrare il presidente americano e a poche ore dal vertice E5 in programma nel pomeriggio a Berlino, dove i leader di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Polonia si ritrovano - con Rutte collegato in videoconferenza - per discutere di Ucraina ma soprattutto di Nato, anche in vista del summit annuale dell'Alleanza atlantica che si terrà la prossima settimana ad Ankara.</p><p>Prima di replicare, Meloni ha un contatto diretto con il segretario generale della Nato a cui manifesta tutto il suo disappunto. Poi si coordina con il ministro della Difesa Guido Crosetto. La linea della premier è chiara: "Sono state concesse solo attività tecniche e logistiche, mai operative, e comunque nel rispetto degli accordi in vigore". Insomma, ragiona Meloni, "quando sono arrivate richieste fuori da questo ambito, come è noto, l'Italia ha sempre negato l'autorizzazione". "Del resto aggiunge la premier nelle interlocuzioni che ha con i suoi mentre rientra da Foggia con destinazione Berlino se fosse diverso non si spiegherebbero le accuse di Trump che rimprovera all'Italia di non aver supportato gli Stati Uniti durante la guerra in Iran". L'irritazione privata della premier rimbalza nel comunicato stampa del ministero della Difesa, dove Crosetto non esita a definirsi "sorpreso" dal fatto che Rutte - "che nulla ha a che fare con l'operazione Epic fury" (lanciata dagli Stati Uniti e non dalla Nato) - si avventuri in "una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace, confondendo la tipologia di voli autorizzati". Perché, affonda il ministro, "sarebbe bastato un approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è accaduto". Insomma, "sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell'ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti". E, conclude Crosetto, "non ho problemi a riferire in Parlamento, aereo per aereo, i voli che sono stati autorizzati". Passano poche ore e anche la Nato cerca di porre rimedio all'uscita di Rutte. "Ha solo sottolineato come gli alleati, tra cui l'Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti", minimizza un alto funzionario Nato. Dopo la correzione di rotta, anche Palazzo Chigi getta acqua su fuoco e accredita la versione dello scivolone in buona fede: Rutte voleva dire a Trump che non è vero che l'Europa non ha dato il suo contributo. Anche se il dubbio resta.</p><p>A Berlino, intanto, si apre l'E5. Sulla terrazza della Cancelleria sono solo sorrisi con Friedrich Merz, Emmanuel Macron, il dimissionario Keir Starmer e Donald Tusk. "L'Europa - ribadisce Meloni - deve assumersi le proprie responsabilità in termini di difesa e sicurezza e diventare una componente più forte e solida dell'Alleanza atlantica".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/LWTKNFTITZIKLPLJCU7FI3VTLQ.jpg?auth=e948762b2d1b51c5b83504e3fbeb0eb98e77ba143c8dac42d4ac643bb34b9867&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Meloni a Trump: politica non è Temptation Island. "Tornare alla normalità nel rapporto con gli Usa"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/meloni-trump-politica-non-temptation-island-tornare-normalit-2683411.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/meloni-trump-politica-non-temptation-island-tornare-normalit-2683411.html</guid><dc:creator><![CDATA[Adalberto Signore]]></dc:creator><description><![CDATA[La premier: avanti sulla legge elettorale, la sinistra è "scarsissima" e non la vuole perché punta al pareggio. Vannacci? "Conta la sfida centrodestra-centrosinistra"]]></description><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Roma</p><p>Conferma di essere rimasta "sinceramente colpita" dagli attacchi di Donald Trump, ma ribadisce che non intende continuare ad alimentare il confronto perché "la politica estera non è Temptation Island", Italia e Stati Uniti sono "due sistemi che hanno una storia di cooperazione antica e solida" e "il lavoro bilaterale" con Washington "deve tornare alla normalità". Nella splendida cornice liberty dell'Acquario Romano, Giorgia Meloni chiude la terza edizione de "Il giorno de La Verità" con un'intervista al direttore Maurizio Belpietro. Trentacinque minuti in buona parte dedicati alla politica estera (tra cui Iran, Libano e nuovo regolamento Ue sui rimpatri), con alcuni passaggi focalizzati sul fronte interno e una notazione personale ("ho smesso di fumare dal primo maggio, sto tenendo").</p><h2>Trump e &quot;la normalità&quot;</h2><p>Si parte inevitabilmente dagli ultimi e ripetuti affondi del presidente americano, ma senza tornare sul merito. Una cosa è "una discussione sui social media", altra è la diplomazia. L'Italia, aggiunge, ha fatto bene a cancellare il Business forum Italia-Usa di Miami per "dare un segnale", ma "non cambio idea": la politica estera italiana "resta quella degli ultimi 80 anni e manterremo solido il rapporto Usa-Ue su cui si basa la forza dell'Occidente".</p><h2>Iran, intesa complessa</h2><p>Sui negoziati in corso tra Washington e Teheran, Meloni lascia invece trasparire qualche timore. "Rimango ottimista", dice. Ma ammette che "l'accordo è molto complesso", spiegando che "bisogna guardare a tre elementi fondamentali": il "destino del nucleare iraniano", il fatto che "nessun Paese della regione deve sentirsi minacciato" (vale per Israele come per gli altri del Golfo) e la libertà di navigazione a Hormuz. Perché, spiega, se non venisse davvero garantita rappresenterebbe un "precedente" e ci "troveremmo catapultati" in "un mondo nel quale ogni snodo fondamentale del commercio globale diventerebbe uno strumento di pressione sugli Stati e potrebbe essere utilizzato come un'arma". È per questa ragione che il governo è disponibile a "dare una mano". Così come in Libano, dove "l'Italia ha una storia straordinaria di impegno in prima linea". È uno dei temi, aggiunge, che vuole discutere domani con Macron nel vertice intergovernativo di Antibes: "Italia e Francia possono lavorare insieme".</p><h2>Ue e rimpatri</h2><p>La premier rivendica poi le sue scelte sul fronte immigrazione in Europa, perché "stiamo dimostrando che puoi indicare la rotta e se dici cose sensate un sacco gente ti viene dietro". "Sono molto fiera", aggiunge, del nuovo regolamento europeo sui migranti e "sono fiera che sia stato approvato con una maggioranza che viene definita maggioranza Giorgia". In realtà, spiega, "è una banale maggioranza di centrodestra che va dai partiti di centrodestra fino ai partiti sovranisti" e che "è molto diversa da quella che ha eletto Ursula von der Leyen".</p><h2>Legge elettorale e sinistra</h2><p>Belpietro le chiede poi un commento sulle ripetute critiche dell'opposizione e sulla riforma della legge elettorale. Sul primo punto Meloni ironizza: "Può essere che noi siamo scarsi, ma allora loro sono scarsissimi". E via a elencare i dati su occupazione, immigrazione, spread e "potrei andare avanti venti minuti". Sul secondo punto conferma di volerla cambiare. Non è, aggiunge, "una legge che serve al centrodestra". Ma un proporzionale con il premio di maggioranza per "dare a chi vince le i numeri per governare". In questi anni, dice, per l'Italia la stabilità è stata un valore aggiunto e "tornare indietro sarebbe un segnale devastante". Se la sinistra la avversa, "è perché tifa per un pareggio" che gli consenta di "governare anche se perde le elezioni". Infine un accenno su Roberto Vannacci. "La sinistra ne parla molto - dice - perché non potendo parlare della loro coalizione cercano disperatamente di dire che ha problemi la nostra". "Ma - conclude - quando si andrà a votare varrà solamente una cosa: al governo vuoi il centrodestra o il centrosinistra?".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/MG3GC34MPNLNTOBXYLDOTFZDI4.jpg?auth=844405cbe0c278c6d817e3b2a958874ef8dff1f88d20e6147e28eb53b3c86d42&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>