<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title></title><link>https://ilgiornale.it</link><atom:link href="https://ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/vittorio-feltri/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Thu, 23 Jul 2026 11:08:14 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Una gara non è un seminario woke]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/gara-non-seminario-woke-2697027.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/gara-non-seminario-woke-2697027.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Chiunque abbia una minima dimestichezza con lo sport sa che l'abbigliamento sportivo risponde a un criterio fondamentale: la funzionalità]]></description><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 10:17:43 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri,</i></p><p><i>ho letto delle nuove linee guida europee che inviterebbero le emittenti a evitare inquadrature considerate sessualizzanti delle atlete durante le competizioni sportive. A me sembra l’ennesimo tentativo di vedere sessismo anche dove c’è semplicemente sport. Lei condivide queste nuove indicazioni o le considera l’ennesimo eccesso dell’ideologia contemporanea?</i></p><p><i>Valeria De Rosa</i></p><p>Cara Valeria,</p><p>non solo condivido il tuo stupore, ma confesso di provare anche una certa tenerezza nei confronti di chi, nel 2026, riesce ancora a vedere il peccato originale in un paio di pantaloncini da atletica o in un costume da nuoto. Evidentemente c’è chi, invece di godersi una gara, passa il tempo a misurare quanti centimetri di coscia siano stati inquadrati. L’ultima trovata consiste nello stabilire come si debba riprendere un’atleta durante una competizione per evitare la cosiddetta sessualizzazione. Come se il problema dello sport fosse l’inquadratura e non il cronometro, il salto, il gol, la prestazione. Mi domando: questi esperti hanno mai visto una gara? Hanno mai messo piede in uno stadio, in una piscina, in una palestra, su una pista di atletica? Perché chiunque abbia una minima dimestichezza con lo sport sa che l’abbigliamento sportivo risponde a un criterio fondamentale: la funzionalità. Vale per le donne e vale per gli uomini. Anche i calciatori giocano con pantaloncini che lasciano scoperte le gambe. I nuotatori indossano costumi aderenti. I ciclisti pure. Gli sprinter corrono con addosso il minimo indispensabile. E nessuno si sogna di sostenere che tutto ciò sia stato progettato per eccitare il pubblico. Semplicemente, nello sport il corpo è lo strumento della prestazione. Non è un oggetto da occultare. Mi viene anche da sorridere pensando a quando ero ragazzo. All’epoca bastava una gonna un po’ sopra il ginocchio perché qualcuno arrossisse. Oggi viviamo immersi in immagini di ogni tipo. La nudità è ovunque. Davvero dovrei credere che milioni di spettatori seguano una finale olimpica con la speranza di intravedere le chiappe di un’atleta? Mi pare una teoria più comica che credibile. Chi ama lo sport guarda la gara, non il fondoschiena della concorrente. E chi è interessato ad altro, mi permetta, non ha certo bisogno di attendere una competizione internazionale per soddisfare la propria curiosità. Internet offre già qualsiasi cosa immaginabile, senza costringere nessuno a sorbirsi due ore di salto in alto. Il problema, semmai, è un altro. Da anni assistiamo al tentativo di leggere ogni gesto umano attraverso la lente del sessismo. La verità è che questa continua ricerca del sessismo ovunque produce un effetto paradossale: invece di emancipare la donna, la infantilizza.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/Z5VJII2RC5I5FGB2J7EZZ7AHCY.jpg?auth=151fefd79eafd96b7241bbab3eff56448769f289c5c49e7592403480714bec6d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il Giornale diventa più moderno]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/editoria-e-media/giornale-diventa-pi-moderno-2696850.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/editoria-e-media/giornale-diventa-pi-moderno-2696850.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 15:17:38 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_dd68340126df4bf4974e3387e09c86b5_name_thumbnail_1649022_0001.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA[Caro Indro, aiutaci a seminare zizzania]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/cronache/s-2696524.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/cronache/s-2696524.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Sono cinquantadue anni rotti che questo foglio esiste, ed è nato da Montanelli, da una sua ostinazione precisa: dare gli occhi a un popolo che rischiava di restare cieco, in un'Italia che pareva rassegnata a consegnarsi al vincitore]]></description><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 10:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Si chiamava Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli: cinque nomi per un uomo solo, e il più bello è il quarto, Schizogene, che il babbo farmacista gli appioppò pescando dal greco e che significa, più o meno, "seminatore di zizzania". Mai battesimo fu più profetico. Zizzania ne seminò per settant'anni, e la seminò soprattutto dove attecchisce meglio: tra i vezzi dell'alta borghesia di sinistra, piantata in asso nel 1974 con un gesto che ancora le brucia. Venticinque anni fa, oggi, se ne andava, spegnendosi alla clinica La Madonnina di Milano. E io non credo alle combinazioni. Non credo ai casi, non credo alle coincidenze che si dispongono da sole come i soldatini sul tavolo di un bambino; credo alla volontà degli uomini di guardare la realtà e di scoprirvi un significato. Perciò, se questo giornale sceglie proprio la data della morte di Indro per rimettersi in cammino con un volto nuovo, non è distrazione del calendario: è una firma.</p><p>Oggi il Giornale cambia veste. Cambia grafica, cambia taglio, cambia l'aria che si respira sfogliandolo, e lo fa non per rincorrere le mode, ché le mode invecchiano più in fretta di chi le insegue, ma per riprendere fiato; per tornare a respirare col respiro largo della sua vocazione iniziale. Sono cinquantadue anni rotti che questo foglio esiste, ed è nato da Montanelli, da una sua ostinazione precisa: dare gli occhi a un popolo che rischiava di restare cieco, in un'Italia che pareva rassegnata a consegnarsi al vincitore senza nemmeno provare a difendersi. Se ne andò dal Corriere della Sera nel momento esatto in cui il Corriere, il foglio dei salotti buoni e della borghesia che comanda, si voltava a sinistra con la disinvoltura di chi cambia giacca a primavera. Uscì da lì e fondò un giornale per gli italiani che quella stampa non degnava di uno sguardo, gli orfani di una voce. Nacque come atto di resistenza; è rinato, poi, perché certe anime, una volta accese, non si lasciano più spegnere.</p><p>E qui sta il senso della veste nuova. Uno guarda queste pagine fresche e potrebbe pensare al maquillage di un signore attempato che si tinge i capelli per parere quel che non è più. Sarebbe l'esatto contrario. Questa creatura di Montanelli non si trucca da giovane: è giovane. È giovane e fresca come erano freschi gli ideali della nostra gioventù, con la differenza che gli anni, invece di renderla prudente, l'hanno soltanto liberata. Le hanno tolto di dosso gli opportunismi, le cautele, le ipocrisie di chi ha una carriera da difendere e perciò misura le parole col contagocce. A una certa età, se uno è fortunato, dice finalmente quel che pensa, perché non ha più niente da guadagnare tacendo. Questo giornale è arrivato lì: all'età in cui si smette di chiedere permesso.</p><p>Perché il nemico, in cinquantadue anni, non è morto: ha soltanto cambiato guardaroba. Ha smesso la divisa del comunismo che avanzava e ha indossato l'abito buono del pensiero unico, quello che oggi si presenta con mille nomi gentili e pretende però la stessa vecchia cosa: che ci si inginocchi, che si chieda scusa di esistere, che si ringrazi per il permesso di pensarla diversamente. È cambiata la stoffa, non la pretesa. E il nostro mestiere è rimasto identico a quello di mezzo secolo fa: restituire agli italiani gli strumenti per non bersi qualunque predica spacciata per notizia, e difendere il diritto antico, ormai quasi clandestino, di non essere d'accordo.</p><p>La memoria, qui, mi porta a un altro 22 di luglio. Venticinque anni fa dirigevo Libero, e l'indomani della morte di Indro scrissi l'articolo con cui lo celebravo; e su quella stessa prima pagina, perché mi parve il modo più montanelliano di onorarlo, lanciammo una sottoscrizione per Mario Placanica, il carabiniere di leva che a Genova, dentro una camionetta assediata dagli antagonisti, come li chiamano adesso, aveva tentato di difendersi da un assalto in cui Carlo Giuliani impugnava un estintore per fracassarglielo sul cranio. Il titolo era di tre parole: è una legittima difesa. I lettori risposero come rispondono gli italiani quando nessuno li imbroglia: quattrocentomila euro, raccolti spicciolo su spicciolo, per la tutela legale e per la salute di un ragazzo travolto, processato dalla piazza prima che dai tribunali, e la cui vita fu spazzata via lo stesso. Non ho una virgola da correggere, a distanza di un quarto di secolo.</p><p>E oggi come allora la storia si ripete, con la puntualità delle cose che non abbiamo voluto capire: la polizia è stata attaccata di nuovo, stavolta non a Genova ma a Bologna. Cambiano le piazze, cambiano le sigle, non cambia il bersaglio: la divisa, cioè lo Stato, cioè noi. Non apro il capitolo della scuola Diaz, sul quale si sono già pronunciate la magistratura e la storia, che sono due giudici ai quali conviene lasciare l'ultima parola. Mi domando un'altra cosa, più semplice e più utile: che cosa avrebbe detto Montanelli? Lo so con la sicurezza con cui si conoscono gli amici veri. Non sarebbe stato dalla parte dei rivoltosi, né dei rapinatori travestiti da idealisti; avrebbe difeso le forze dell'ordine, avrebbe difeso quel sentimento buono e disarmato della nazione che gli scontri di piazza travolgono per primo, come si travolge un vaso di gerani lasciato sul davanzale quando passa la mandria. Le mandrie, Indro, le riconosceva da lontano.</p><p>Mi lascio prendere, lo confesso, da un filo di nostalgia, e me lo perdonerete. Montanelli, negli ultimi anni, mi diceva che ormai gli amici li aveva quasi tutti al cimitero, o qualcosa del genere, con quel suo modo asciutto di dire le cose tristi senza farne una tragedia. Allora sorridevo; oggi lo capisco fin troppo bene, io che alla mia sposa, Enoe, ho appena dato l'ultimo saluto. Aveva ragione lui, come quasi sempre. Ma il bello di un giornale è che il cimitero non ce l'ha: rinasce. Cambia gli uomini, cambia i caratteri di stampa, e resta se stesso.</p><p>Guidare questa nave ammiraglia controcorrente è una sfida fantastica. Ne ho fatto esperienza in momenti perigliosi, peraltro con qualche successo. Tommaso Cerno, che ne ha preso il timone con brio quasi otto mesi fa, ha concluso il suo catecumenato. Il battesimo è quest'oggi, giorno in cui il Giornale prende la sua faccia, e io alzo il calice con tutti i lettori, vecchi e nuovi. È il modo con cui questo foglio festeggia i suoi venticinque anni senza Indro e i suoi cinquantadue di schiena dritta: non spegnendo una candelina, ma riaccendendo una lampada.</p><p>Buon lavoro a tutti noi. E a te, Indro, seminatore di zizzania che nelle combinazioni non hai mai creduto nemmeno tu: guarda un po' che pagina ti abbiamo fatto.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/MF6ALWE4A5NODBRXMT73BWNQMA.jpg?auth=4f78687a39771f3e7f126c9673660e308ebf86c75072372a4eddfc599869f988&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Chi esagera muore]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/nazionale/chi-esagera-muore-2696449.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/nazionale/chi-esagera-muore-2696449.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 15:47:57 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_2c4d390b30364765a5ccb5007abd95ef_name_thumbnail_1648733_0001.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA[Zero rivoluzioni e più eleganza. Il nuovo Giornale non vi deluderà]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/cronache/zero-rivoluzioni-e-pi-eleganza-nuovo-giornale-non-vi-deluder-2696091.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/cronache/zero-rivoluzioni-e-pi-eleganza-nuovo-giornale-non-vi-deluder-2696091.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Le rivoluzioni le lasciamo volentieri a chi non ha niente da conservare. Noi abbiamo molto: la libertà di giudizio, il gusto del fatto raccontato com'è e non come converrebbe, l'irriverenza verso il potere e la riverenza verso chi ci compra in edicola]]></description><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 09:15:06 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Da domani il Giornale si presenta in edicola con un abito nuovo. Ve lo annuncio oggi, alla vigilia, perché le sorprese vanno bene per i compleanni, non per i giornali: il lettore ha diritto di sapere prima che cosa troverà dopo. E lo dico subito, per tranquillizzare i più affezionati, che sono anche i più sospettosi, e fanno benissimo a esserlo: cambiamo pelle, non anima. Come la Valentina di quella vecchia poesia, vestita di nuovo ma sempre lei, capace di restare sé stessa anche col fiocco fresco di sartoria. Ci siamo rifatti il guardaroba, non il carattere.</p><p>Voi ci ritroverete come sempre, e noi non vi vogliamo diversi da come siete: gente che al mattino pretende di capire il mondo senza che nessuno le faccia la predica. I nostri buoni vecchi valori hanno ancora belle e buone gambe. Sarebbe da sciocchi tenerle nascoste sotto una tonaca: le mettiamo in mostra, perché il vostro occhio abbia il piacere di gustarle e la vostra testa la comodità di servirsene. Saremo più eleganti, di livello più alto: non per darci arie, ma per tenere i piedi meglio piantati a terra. L'eleganza vera è questa, un vestito che non impaccia il passo.</p><p>Di restauri me ne intendo, non per presunzione ma per anagrafe. Nel 1994, quando presi in mano questo giornale, non vendetti lucciole per lanterne. Allargammo lo spazio delle fotografie, portammo il colore, che allora a molti pareva una bestemmia, quasi che la serietà abitasse soltanto nel grigio: ebbene, il quotidiano di Montanelli non perse un grammo della sua identità, della sua eleganza, di quel senso di conservare qualcosa di eterno che è il vero lusso di una testata. I lettori non scapparono: aumentarono. Lo stesso feci poi con Libero, che nacque già vestito a festa. Segno che l'occhio vuole la sua parte, ma il cervello pretende il resto. Noi abbiamo sempre dato tutti e due, e continueremo.</p><p>Qualcuno storcerà il naso: la grafica, roba da estetisti. Sbaglia di grosso. La grafica è molto più della grafica. Da ragazzo, prima di imbrattare carta, facevo il vetrinista: addobbavo negozi, sistemavo vetrine, e ho imparato lì una verità che i professori del design ignorano. La vetrina non serve a stordire il passante con strepiti ed effetti stranianti, serve a rendergli familiare l'ingresso in bottega. Deve dirgli: entra, qui si sta bene, qui trovi quello che cerchi e magari anche quello che non sapevi di cercare. La buona grafica è ospitalità. È la casa resa più bella e più razionale: le stanze al loro posto, la luce dove serve, la poltrona accanto alla finestra. Nessun trasloco, una ripulitura intelligente: titoli che si fanno leggere, pagine che respirano, notizie ordinate secondo una gerarchia onesta, sicché il lettore capisca al primo colpo d'occhio che cosa conta e che cosa conta meno. Chi entra da noi da trent'anni troverà tutto più comodo; chi entra per la prima volta capirà subito di essere arrivato nel posto giusto.</p><p>Alla mia età dovrei diffidare delle novità: gli ottuagenari, si sa, si affezionano perfino alle poltrone sfondate. Invece confesso che questa veste nuova mi mette addosso un'allegria da apprendista. Forse perché non è una novità: è una fedeltà che si è lavata la faccia.</p><p>Perciò non aspettatevi rivoluzioni. Le rivoluzioni le lasciamo volentieri a chi non ha niente da conservare. Noi abbiamo molto: la libertà di giudizio, il gusto del fatto raccontato com'è e non come converrebbe, l'irriverenza verso il potere e la riverenza verso chi ci compra in edicola, che è l'unico padrone davanti al quale ci togliamo il cappello. Tutto questo resta, anzi si vede meglio di prima, perché una cornice pulita giova al quadro. Un giornale serio è come una persona seria: ogni tanto va dal sarto, mai dal chirurgo.</p><p>Il vestito è nuovo. Il corpo è quello. E cammina.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/AZHZN4WMIRJAPATXZ24BNBGMCY.jpg?auth=e5aade0f2148bf0a0fbfb7a58485fec4ce3b8c32b782d1fb996cae08eca1e5d3&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Giù le mani dai gatti]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/attualit/gi-mani-dai-gatti-2695976.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/attualit/gi-mani-dai-gatti-2695976.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Il video commento]]></description><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 15:31:03 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_3ecae8ad16b449cdb909a413bfe7c07e_name_thumbnail_1648398_0001.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA[Il mio appello a Sala: trovi una soluzione per i mici del Castello]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/politica/mio-appello-sala-trovi-soluzione-i-mici-castello-2695697.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/politica/mio-appello-sala-trovi-soluzione-i-mici-castello-2695697.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Animali stupendi, sono un simbolo della città La colonia a rischio. Le istituzioni devono risolvere i problemi burocratici]]></description><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 10:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Premetto un elemento fondamentale: sono un gattolico praticante, che nutre nei confronti dei mici un amore devoto e smodato. Ne ho salvati diversi nel corso della mia vita. Alcuni vivono ancora con me da quasi vent'anni. Altri mi hanno accompagnato per lunghi tratti del cammino e li porto ancora nel cuore. C'è sempre stato un gatto al mio fianco. O anche più di uno. A scandire le varie epoche della mia esistenza e ad accompagnarmi. Questo fin da quando ero bambino, quando adottai Vecjo, un grosso gatto bianco e nero, che ogni sera dormiva con me, rigorosamente sotto le coperte. Perciò conosco bene questi animali straordinari e, proprio perché li conosco in maniera approfondita, li rispetto e direi anche che li stimo, molto più degli esseri umani.</p><p>Mi piacciono perché sono creature silenziose, discrete, eleganti, che non compiono mai sforzi vani. Dispongono di una saggezza innata che li induce a distinguere in maniera pragmatica ciò che è utile da ciò che è inutile, affinché non commettano mai l'errore di compiere ciò che non serve, fosse anche un passetto in più. Questo tratto caratteriale, nel corso della storia, è costato loro l'accusa di opportunismo, menefreghismo ed egoismo. Eppure andrebbe rivalutato. Per me si tratta di intelligenza. Inoltre, i gatti hanno carattere. Non si lasciano comandare, non eseguono servilmente, non vivono per compiacere l'uomo, e proprio per questo finiscono per conquistarlo. Sono indipendenti, fieri, orgogliosi. Riescono a trasmettere pace. Chi ha avuto la fortuna di vivere accanto a un gatto sa che la loro compagnia non è mai invadente: è una presenza delicata, quasi meditativa, silenziosa ma allo stesso tempo potente. Un gatto riempie la stanza, pur restando rannicchiato in stato vegetativo in un angolo della poltrona per svariate ore. Come fa, ad esempio, il mio Ciccio. Non ha bisogno di urlare per farsi notare.</p><p>Proprio per questa confessata debolezza nei confronti dei mici, sono rimasto profondamente colpito leggendo la vicenda della colonia felina del Castello Sforzesco di Milano. Quella colonia rappresenta un pezzo della storia della città: i gatti vivono nei fossati del Castello da circa seicento anni. Tanto che nessuno al mondo conosce bene quei luoghi quanto loro. Furono introdotti quando la fortezza aveva ancora una funzione militare, anche per contenere la presenza dei topi nelle aree dove un tempo sorgevano magazzini e prigioni. Da allora sono diventati parte integrante del grandioso edificio, quasi quanto le sue mura. Sono sopravvissuti alle dominazioni straniere, alle guerre, ai bombardamenti, ai cambiamenti urbanistici e pure a quelli climatici, potremmo dire oggi, insomma, a tutte le trasformazioni che ha subito Milano. Eppure rischiano di essere messi in difficoltà oggi. Non da una pestilenza. Non dalla fame. Non da un nemico naturale. Ma dalla burocrazia. I volontari che da anni si prendono cura di loro denunciano una situazione diventata sempre più complicata. Molti lavorano e possono raggiungere il Castello soltanto nelle ore serali, soprattutto durante l'inverno, quando il buio arriva presto. Le limitazioni di accesso ai fossati rendono però estremamente difficile continuare ad assistere quotidianamente gli animali. Ora, io comprendo perfettamente che chi amministra un bene pubblico debba preoccuparsi anche della sicurezza delle persone. Ma amministrare significa trovare soluzioni. Non creare ostacoli. La differenza tra una buona amministrazione e una cattiva amministrazione sta tutta qui.</p><p>Se davvero esiste un problema di sicurezza nei fossati dopo una certa ora, ci si sieda a un tavolo con i volontari e si trovi un compromesso. Si organizzino accessi controllati. Si individuino modalità più sicure. Si autorizzino ingressi in coppia. Si utilizzino sistemi di comunicazione. Si faccia qualunque cosa abbia un minimo di buonsenso. Perché il buonsenso serve esattamente a questo: ad accomodare i problemi senza distruggere ciò che funziona, senza decretare l'estinzione di creature meravigliose per mera sciatteria. Questi volontari non chiedono privilegi. Non chiedono stipendi. Non chiedono finanziamenti milionari. Regalano tempo. Regalano energie. Regalano denaro, perché anche questo serve per campare. Regalano amore. Sono persone che, finite le proprie giornate di lavoro, invece di tornare semplicemente a casa, si dedicano ad animali che non appartengono a nessuno e proprio per questo appartengono un po' a tutti. Meriterebbero gratitudine. Non complicazioni.</p><p>C'è poi un altro elemento che mi addolora. La colonia si sta riducendo rapidamente. Nel giro di pochi anni i gatti sono passati da circa sessanta agli attuali diciotto. È vero, la sterilizzazione è uno strumento importante e civile per evitare sofferenze e randagismo. Nessuno mette in discussione questo principio. Ma proprio perché la colonia non si rinnova più naturalmente, ogni perdita pesa enormemente. E sarebbe davvero un peccato che una presenza secolare, ormai parte dell'identità del Castello Sforzesco, scomparisse nell'indifferenza generale. Scomparisse da quella che è la sua casa da ben seicento anni.</p><p>Le città non sono fatte soltanto di palazzi, musei e monumenti. Sono fatte anche di simboli. Di presenze. Di tradizioni. Di piccole cose che, messe insieme, costruiscono un'identità. I gatti del Castello fanno parte della memoria di Milano. Chiunque frequenti quel luogo li ha visti almeno una volta prendere il sole sui bastioni, passeggiare tra i prati o osservare con la loro aria sorniona il viavai dei turisti. Sono parte del paesaggio. Sono parte della storia. Sono parte dell'anima della città. Per questo rivolgo un appello al Comune. Ascoltate questi volontari. Andate loro incontro. Non trattateli come un problema. Considerateli per ciò che sono: una risorsa. Perché una città veramente civile non è quella che produce sempre nuove regole. È quella che sa distinguere tra la burocrazia sterile e ciò che merita davvero di essere custodito. E quei diciotto gatti meritano di essere protetti. Per loro. Per Milano. E anche per tutti noi, che abbiamo ancora bisogno di credere che il buonsenso possa prevalere sulla carta bollata.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/T5W5AYVWCFPMXPTZEVL63MVY5U.jpg?auth=a5c2043f8403b01aed299b7fe169b2a3d1704ecd9fb23b29a0feb0ce7ecb09bc&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Da cosa si misura una democrazia]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/interni/cosa-si-misura-democrazia-2695527.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/interni/cosa-si-misura-democrazia-2695527.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Quando si diffonde il sospetto che la macchina osservi con più severità chi reagisce che chi aggredisce, nasce qualcosa di peggiore della criminalità: la sfiducia]]></description><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 10:00:57 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C' è un video che in questi giorni ha fatto trentadue milioni di visualizzazioni, e non l'ha girato un partito, non l'ha commissionato un giornale, non c'è dietro nessuna regia se non quella, infallibile, della realtà. Due fotografie affiancate. Nella prima il rapinatore superstite della gioielleria di Grinzane Cavour: quattro anni e dieci mesi patteggiati, oggi in Liguria, al mare, a prendere il sole. Nella seconda Mario Roggero, l'orefice: quattordici anni e nove mesi, il carcere, e per soprammercato la richiesta di tre milioni e tre di risarcimento alle famiglie dei rapinatori. Milioni di italiani hanno guardato quelle due immagini e hanno capito tutto senza bisogno di sottotitoli, perché certe aritmetiche non richiedono la laurea, basta il pallottoliere.</p><p>So già cosa obietterà il giurista, e sul piano tecnico ha pure ragione: la Cassazione non ha condannato Roggero per essersi difeso, ma per aver inseguito e colpito i rapinatori quando il pericolo era cessato. Prendo atto, non sono un avvocato e me ne consolo ogni mattina. Osservo soltanto che pochi minuti prima quell'uomo e la sua famiglia avevano le canne delle pistole addosso, ed era la seconda volta, e la scienza spiega che in quei momenti il corpo entra in assetto di guerra, tachicardia, tunnel visivo, un fiume di adrenalina che non si riassorbe col fischio dell'arbitro. Il diritto pretende che la paura rientri nei ranghi in pochi secondi, come un impiegato alla fine della pausa caffè. La carne, testarda, ha tempi suoi. E comunque il punto non è rifare il processo, né impiccare rapinatori già morti: le sentenze si rispettano, e il problema non sono nemmeno i criminali, che fanno il loro sporco mestiere da che mondo è mondo. Il problema è il sistema. Perché chiedere a chi è stato aggredito di risarcire le famiglie degli aggressori è come pretendere che l'Ucraina rifonda i danni alla Russia: un mondo capovolto in cui la vittima paga il conto del carnefice.</p><p>E mentre il Paese guardava quel video, a Montecitorio si stappava. La maggioranza era inciampata sulla legge elettorale e l'opposizione festeggiava: applausi, risate, pacche sulle spalle. Elly Schlein pareva convinta di aver intercettato il sentimento profondo della nazione. Peccato che la nazione stesse da un'altra parte. Entrate in un bar, in una bottega, in una parrocchia, e chiedete quale sia il primo problema dell'Italia: nessuno vi risponderà «le preferenze», nessuno pronuncerà la parola «collegi». Vi parleranno della sera, delle baby gang, delle saracinesche, della sensazione che lo Stato abbia lentamente smesso di proteggere chi rispetta la legge. A questo punto arriva il professore di turno, alza il ditino e recita che i dati dicono altro, che gli omicidi calano, che l'Italia è tra i Paesi più sicuri d'Europa. Può darsi. Ma il cittadino non abita dentro un grafico dell'Istat: abita sul pianerottolo, attraversa il parcheggio al buio, alza la serranda alle sette del mattino e chiude la cassa la sera domandandosi chi entrerà per ultimo. La sicurezza non è una media statistica, è la certezza che, se ti assalgono, lo Stato starà dalla tua parte e non dalla parte di chi presenta la parcella.</p><p>Intendiamoci: la legge elettorale non è il demonio, è un cacciavite. Serve, e va fatta, per garantire a chi vince di governare cinque anni senza ricatti. Ma un cacciavite si giudica dal mobile che monta. Governare per fare cosa? Per rispondere alle tre domande che gli italiani ripetono e che nessuna formula elettorale contiene: posso vivere tranquillo, posso lavorare tranquillo, posso difendere la mia famiglia senza diventare io il sospetto? Su questo, non sui collegi, si giocheranno le prossime elezioni, e su questo il governo Meloni ha il dovere di misurarsi da oggi: prendere lo strumento e usarlo per rimettere lo Stato dalla parte delle persone perbene. La sinistra fa l'esatto contrario, si ubriaca del mezzo e dimentica il fine, esulta per un incidente di procedura mentre milioni di italiani pongono la domanda più antica del contratto sociale.</p><p>Uno Stato, infatti, vive finché i cittadini credono che nel momento decisivo saprà distinguere il bene dal male. Quando si diffonde il sospetto che la macchina osservi con più severità chi reagisce che chi aggredisce, nasce qualcosa di peggiore della criminalità: la sfiducia. Ed è quella la vera insicurezza. Una democrazia non si misura soltanto da come organizza il voto, ma da come protegge gli innocenti. Se fallisce lì, tutte le riforme elettorali del mondo valgono meno della serratura di una porta di casa. E gli italiani, che non sono scemi, la serratura hanno già cominciato a cambiarla da soli.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/XNCHUPTJQFI2ZIWDPLEW3YSLSI.jpg?auth=1cef33852283cf7aca7b58453173c6e0c146268ef3dd22fc82c80fda43023ca3&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La sinistra non spieghi il diritto a Nordio]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/sinistra-non-spieghi-diritto-nordio-2695156.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/sinistra-non-spieghi-diritto-nordio-2695156.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Caro Luca, ogni volta che Carlo Nordio compie un passo, la sinistra si precipita a spiegargli come dovrebbe fare il ministro della Giustizia.]]></description><pubDate>Sat, 18 Jul 2026 10:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri, in questi giorni si è molto parlato del ministro Carlo Nordio e del suo interessamento alla vicenda della richiesta di grazia per Mario Roggero. La sinistra sostiene che avrebbe dimostrato di non conoscere nemmeno le proprie competenze costituzionali e che il Presidente della Repubblica l’avrebbe convocato per spiegargli come funziona l’istituto della grazia. Lei che cosa ne pensa?</i></p><p><i>Luca Cavallari </i></p><p>Caro Luca, ogni volta che Carlo Nordio compie un passo, la sinistra si precipita a spiegargli come dovrebbe fare il ministro della Giustizia. È un copione ormai collaudato: qualunque iniziativa assuma viene trasformata nella prova definitiva della sua presunta inadeguatezza.</p><p>Questa volta il pretesto è la vicenda della possibile grazia a Mario Roggero. Da alcune ricostruzioni giornalistiche sembra quasi che Nordio abbia avuto bisogno di una lezione accelerata di diritto costituzionale impartita dal Presidente della Repubblica. Francamente, è una rappresentazione che trovo poco credibile. Stiamo parlando di Carlo Nordio. Non di un neofita della politica. Non di un parlamentare arrivato ieri. Parliamo di un magistrato che ha dedicato decenni della propria vita allo studio e all’applicazione del diritto, di un giurista che ha costruito la propria autorevolezza ben prima di entrare in politica. Pensare che una figura del genere ignori che la concessione della grazia spetti al Capo dello Stato significa attribuirgli una superficialità che la sua storia professionale semplicemente smentisce. Una cosa è il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica, che nessuno mette in discussione. Un’altra è il ruolo politico e istituzionale del ministro della Giustizia. Il caso Roggero ha suscitato una mobilitazione senza precedenti. Migliaia di cittadini hanno firmato una petizione, il dibattito pubblico è stato acceso, molti italiani hanno espresso la convinzione che quella vicenda meritasse una particolare attenzione. Che cosa avrebbe dovuto fare il ministro?</p><p>Fingere che tutto questo non esistesse? Un ministro non è un notaio chiuso nel proprio ufficio. Governa un settore delicatissimo dello Stato e ha anche il dovere di ascoltare ciò che accade nel Paese.</p><p>Ascoltare, però, non significa decidere. Valutare una vicenda non significa sostituirsi al Presidente della Repubblica. Prendere in considerazione una richiesta proveniente da una parte dell’opinione pubblica non equivale a usurpare prerogative che la Costituzione attribuisce ad altri.</p><p>Mi pare che nel dibattito di questi giorni si stiano confondendo piani completamente diversi. Naturalmente, se tra Quirinale e Ministero vi è stato un chiarimento istituzionale, ben venga. Le istituzioni dialogano anche per definire con precisione i rispettivi ambiti di competenza. Fa parte della fisiologia della Repubblica. Quello che invece non condivido è la caricatura secondo cui Nordio avrebbe avuto bisogno di essere istruito sui fondamenti del diritto costituzionale. Mi permetta di sorridere. Se c’è una persona alla quale difficilmente occorre spiegare la distribuzione delle competenze prevista dalla Costituzione, è proprio Carlo Nordio.</p><p>Possiamo discutere le sue decisioni politiche. Possiamo criticarle.</p><p>Possiamo ritenerle sbagliate. È il sale della democrazia. Ma dipingerlo come un ministro inconsapevole delle più elementari regole costituzionali mi sembra più propaganda che analisi. Il confronto politico è una cosa. La caricatura dell’avversario è un’altra. E troppo spesso, purtroppo, la seconda prende il posto della prima.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/7PYPS66V7ZOKBC3PF3AXMSH7PM.jpg?auth=c49e8958660bf9f036760d537fc1e7dc652c23ddbf3411a6e96b723b04cc1480&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Feltri ringrazia]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/nazionale/feltri-ringrazia-2694913.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/nazionale/feltri-ringrazia-2694913.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Il video commento]]></description><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 11:25:59 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_44d6030793c646c9a204076ccb72b4f5_name_thumbnail_1647564_0003.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA["Enoe era casa e isola di pace. Non posso vivere senza di lei"]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/nazionale/enoe-era-casa-e-isola-pace-non-posso-vivere-senza-lei-2694729.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/nazionale/enoe-era-casa-e-isola-pace-non-posso-vivere-senza-lei-2694729.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Vittorio Feltri: 58 anni di matrimonio, sono stato un marito scombinato e ho temuto mi lasciasse. Nulla mi consolerà]]></description><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 10:00:41 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non sapevo di dover vivere questo momento. Ho sperato con tutte le mie forze che non capitasse. Lo sapevo io, lo sapeva lei, lo sanno i miei figli: non penso di riuscire a vivere senza averla al fianco.</p><p>Non so rivolgermi a lei come fanno tanti, non so parlare ai morti. Non so fingere una speranza che vorrei avere e non ho: quella di saperla felice da qualche parte, protettrice mia, dei nostri figli e dei nipoti. Posso soltanto dire a voi che le voglio bene. Stavo per scrivere che sono felice di averla avuta, ma ho sbagliato parola. La felicità non mi è mai appartenuta, e tanto meno mi apparterrà d'ora in poi. Ho conosciuto momenti di pace, questo sì. Erano tutti legati a lei. In qualsiasi situazione mi trovassi, anche lontano, anche quando sapevo che in quel preciso momento era arrabbiata con me, pensavo: lei è casa. Mi aspettava. Comunque fossi arrivato, avrei trovato la tavola imbandita e due bocconi da mangiare insieme.</p><p>L'ho scritto più volte, i lettori del Giornale lo sanno, e lo sanno quelli che hanno letto le troppe interviste che ho concesso in questi anni: mi ha salvato la vita. Me l'ha salvata in molti sensi. Ha salvato per me la possibilità di esistere, di fare il mestiere che mi è piaciuto, di essere padre e di esserle marito. Marito alla mia maniera scombinata, ma non ho mai pensato di poterla lasciare. Semmai ho avuto timore che mi abbandonasse lei, e ne avrebbe avuto ben ragione. Conoscendo però il suo cuore profondo e il suo amore per me, ho sempre creduto che mi avrebbe accolto. Non dico perdonato: non capisco ancora bene che cosa avesse da perdonarmi. So soltanto che mi perdonava.</p><p>I miei figli li ha cresciuti lei. E mi scusino i lettori se non dico figlie e figlio: sono un tradizionale, per me i figli sono tutti «piezz' 'e core», come scriveva Eduardo. Ma non ha custodito soltanto loro. Ha custodito il focolare, che è una parola antica e non me ne viene una migliore.</p><p>In quest'ultimo anno ho pensato anche alla mia morte, e devo dire che l'ho pensata con stupore. Ho sempre confessato il mio ateismo, forse con una punta di spavalderia. Ultimamente però il morire mi è parso razionalmente quasi assurdo. La condanna all'assurdità, ho imparato, l'hanno sperimentata uomini assai più grandi di me: uno per tutti Camus, lo scrittore che ho molto amato. Lei, con la saggezza delle valli bergamasche, non ha mai voluto dare retta a questi miei discorsi. E adesso mi sembra ancora più assurdo che quello sguardo non ci sia più.</p><p>Vorrei dirle: che la terra ti sia lieve. Ma non credo che il suo corpo, là sottoterra, sia lei. So che il suo corpo è là, e non so più che cosa dire. Allora mi confido con voi lettori, e con i contadini delle mie valli, quelli con cui ho parlato tutta la vita, anche di Dio. È un nome bellissimo, e loro lo sapevano pronunciare: gente infinitamente più colta degli eruditi che credono di sapere tutto e non sanno niente, non conoscono il sapore di niente, nemmeno quella capacità di donarsi lavorando che ho imparato nelle mie terre.</p><p>Cinquantotto anni di nozze. Non penso che nulla mi consolerà. Soltanto il pensiero che lei c'è stata. E che insieme abbiamo avuto dei figli che spesso, anche su queste colonne, ho maltrattato, ma che lei ha amato; e loro le hanno voluto un bene immenso, e nonostante tutto vogliono bene anche a me.</p><p>E ora taccio.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/52XUHSDAXNNC5CXYKIODS7YMQI.jpg?auth=b66718a28276ea23890971efef64ad98db2693a5a3926e5134c96569b316c454&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Integrare non è privilegiare il diverso]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/integrare-non-privilegiare-diverso-2694262.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/integrare-non-privilegiare-diverso-2694262.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione che considero profondamente sbagliata: l'idea secondo cui lo straniero debba essere destinatario di un trattamento privilegiato semplicemente in quanto tale]]></description><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 10:00:38 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri,</i></p><p><i>abito a Bologna e in questi giorni si discute molto della decisione della giunta Lepore di introdurre agevolazioni sui mezzi pubblici destinate ad alcune categorie di immigrati. Molti cittadini, invece, continuano a pagare biglietti sempre più cari per andare al lavoro, all'università o in ospedale. Lei cosa ne pensa? È una scelta giusta oppure rischia di creare disparità tra chi vive nella stessa città?</i></p><p><i>Giovanni Fabbri</i></p><p><i>Bologna</i></p><p>Caro Giovanni,</p><p>non è la prima volta che assistiamo a provvedimenti di questo genere e temo che non sarà nemmeno l'ultima. Il punto, infatti, non è il costo di un biglietto dell'autobus. Il punto è il principio che si afferma attraverso scelte come questa. Ogni amministrazione è libera di decidere come impiegare le proprie risorse, ma dovrebbe sempre ricordare che il denaro pubblico appartiene ai contribuenti e che, proprio per questo, dovrebbe essere distribuito secondo criteri di equità. Quando invece si introducono agevolazioni fondate sull'appartenenza a una determinata categoria, inevitabilmente si crea una distinzione tra cittadini che vivono la medesima realtà quotidiana.</p><p>Pensa al pensionato che fatica ad arrivare a fine mese. Pensa allo studente universitario che lavora la sera per pagarsi gli studi. Pensa al dipendente che ogni mattina prende l'autobus per recarsi al lavoro e vede aumentare anno dopo anno il costo dell'abbonamento. Costoro non sono meno degni di attenzione soltanto perché non rientrano nella categoria individuata dall'amministrazione.</p><p>Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione che considero profondamente sbagliata: l'idea secondo cui lo straniero debba essere destinatario di un trattamento privilegiato semplicemente in quanto tale. È una logica che, a mio giudizio, finisce per produrre l'effetto opposto rispetto a quello dichiarato. L'integrazione non consiste nel dire a una persona: Tu sei diverso, quindi per te valgono regole diverse. L'integrazione consiste nel condividere gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri.</p><p>Quando invece si moltiplicano agevolazioni, esenzioni e benefici riservati esclusivamente a una categoria, si trasmette un messaggio discutibile: quello secondo cui l'essere immigrato comporti automaticamente un trattamento speciale.</p><p>È una cultura assistenzialista che rischia di essere diseducativa. Uno Stato, o un Comune, dovrebbe aiutare chi si trova realmente in condizioni di bisogno, indipendentemente dalla provenienza, dal passaporto o dal luogo di nascita. Se due persone hanno il medesimo reddito e le stesse difficoltà economiche, non vedo perché una debba pagare il biglietto e l'altra no.</p><p>La povertà non ha nazionalità. La fragilità non ha colore della pelle.</p><p>Se il criterio diventa la semplice appartenenza a una categoria, anziché la condizione economica o sociale della persona, allora il principio di uguaglianza comincia a incrinarsi.</p><p>Comprendo perfettamente che chi ogni mese fatica a sostenere il costo dei trasporti pubblici possa domandarsi perché lui debba continuare a pagare mentre altri ne siano esentati. Non è egoismo. È una richiesta di equità. E l'equità è il presupposto della coesione sociale.</p><p>Una politica che crea l'impressione di privilegiare alcuni rispetto ad altri rischia, invece, di alimentare risentimento e divisioni. Non perché i cittadini siano diventati improvvisamente cattivi, ma perché percepiscono che le istituzioni non li trattano più con lo stesso metro.</p><p>L'integrazione si costruisce chiedendo a tutti di partecipare alla vita della comunità, di contribuire, di rispettarne le regole e, quando possibile, anche di assumersi gli stessi oneri che gravano sugli altri.</p><p>Le corsie preferenziali permanenti non favoriscono l'integrazione. Rischiano, al contrario, di alimentare l'idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B.</p><p>Ed è proprio questa percezione che una buona amministrazione dovrebbe evitare.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/QX27WEQC7VPZPACZDTK4NUWJXQ.jpg?auth=d7de0b48fd00068a73456c94f157a47f35068cdeb4ad6c6770ce7649888d9119&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Sparare ai ladri]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/interni/sparare-ai-ladri-2693919.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/interni/sparare-ai-ladri-2693919.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Il video commento]]></description><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 13:52:46 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_9d3d65504cb2449a9009d0afdadfb13b_name_thumbnail_1646775_0002.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA[Il caldo va affrontato senza ideologie]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/caldo-va-affrontato-senza-ideologie-2693669.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/caldo-va-affrontato-senza-ideologie-2693669.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Caro Tiberio,  il caldo può uccidere, soprattutto le persone anziane e fragili.]]></description><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 10:00:56 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri,</i></p><p><i>leggo che l’ondata di caldo di fine giugno avrebbe provocato oltre diecimila decessi in eccesso in Europa. Confesso di essere rimasto colpito da questi numeri. Il caldo esiste da sempre, le estati torride non sono certo una novità e ricordo anch’io stagioni in cui le temperature erano insopportabili senza che si parlasse di migliaia di vittime attribuite al clima. È davvero tutto così semplice?</i></p><p><i>Oppure anche su questo tema stiamo assistendo a una lettura sempre più ideologica della realtà, dove ogni fenomeno naturale viene automaticamente ricondotto alla responsabilità dell’uomo e ai cambiamenti climatici?</i></p><p>Caro Tiberio,</p><p>il caldo può uccidere, soprattutto le persone anziane e fragili. Sarebbe sciocco negarlo. Così come sarebbe sciocco ignorare i dati quando mostrano un aumento della mortalità durante un’ondata di calore. La prudenza, però, impone anche di non trasformare ogni statistica in uno slogan.</p><p>Quei numeri descrivono un eccesso di mortalità registrato in un determinato periodo. Stabilire con assoluta certezza quante di quelle persone siano morte esclusivamente per il caldo è un’operazione ben più complessa. L’età avanzata, le patologie pregresse, le condizioni di salute individuali sono fattori determinanti che non possono essere cancellati da una narrazione troppo semplificata.</p><p>Il punto è un altro. Da anni assistiamo a una tendenza che attribuisce qualsiasi evento meteorologico all’azione dell’uomo. Fa caldo? Colpa dell’uomo. Piove troppo? Colpa dell’uomo.</p><p>C’è la siccità? Ancora colpa dell’uomo. Il risultato è che ogni fenomeno naturale diventa immediatamente una conferma di una precisa visione del mondo. Eppure il clima terrestre non è mai stato immobile. La storia del pianeta è costellata di periodi più caldi e più freddi, ben</p><p>prima dell’industrializzazione. Esistono studiosi che attribuiscono un ruolo predominante alle attività umane e altri che ritengono il clima governato soprattutto da cicli naturali di lunghissimo periodo. È un dibattito scientifico reale, non una bestemmia contro la scienza.</p><p>Ciò che mi convince poco è la pretesa di trasformare una questione complessa in un dogma morale. Quasi che l’uomo contemporaneo debba essere considerato colpevole di ogni fenomeno atmosferico. È una narrazione che finisce per assomigliare più a una religione laica che a un confronto scientifico.</p><p>Proteggere gli anziani durante le ondate di calore è doveroso. Rafforzare l’assistenza sanitaria, prevenire la disidratazione e mettere in sicurezza le persone più vulnerabili è un compito concreto dello Stato. Molto meno utile è utilizzare ogni estate torrida per alimentare sensi di colpa collettivi o per trasformare un evento naturale in un processo permanente all’umanità.</p><p>La scienza vive di domande, verifiche e confronto tra ipotesi. L’ideologia, invece, pretende risposte definitive. E quando la seconda prende il posto della prima, il rischio è che si smetta di ragionare e ci si limiti a ripetere slogan.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HXOWW6W4J5IONASZANZ2MYD33U.jpg?auth=616e098e18d1f3933c9046f78b629bac304f572ab778c75d8ab7b9547cd364cd&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ranucci ravana]]></title><link>https://ilgiornale.it/video/interni/ranucci-ravana-2693398.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/video/interni/ranucci-ravana-2693398.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Il video commento]]></description><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 13:03:57 +0000</pubDate><media:content url="https://d1etan7144q81b.cloudfront.net/07-23-2026/t_1eabe92c5db44781bcb0463c92dbb465_name_thumbnail_1646372_0002.jpg" type="image/jpeg"/></item><item><title><![CDATA[La violenza rossa esiste e va prevenuta]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/violenza-rossa-esiste-e-va-prevenuta-2693208.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/violenza-rossa-esiste-e-va-prevenuta-2693208.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[L’Italia ha conosciuto gli anni di piombo, le Brigate Rosse, gli omicidi politici, i sequestri, le gambizzazioni, gli attentati, il tentativo di abbattere lo Stato attraverso la lotta armata]]></description><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 10:00:56 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri, la sinistra protesta contro la partecipazione italiana al vertice promosso dagli Stati Uniti sul terrorismo di estrema sinistra. Ma che cosa ci sarebbe di scandaloso nel confrontarsi con un Paese alleato su una possibile minaccia alla sicurezza? Dovremmo forse interrompere le relazioni diplomatiche con Washington per non urtare la sensibilità delle opposizioni?</i></p><p>Caro Andrea, non soltanto non vedo nulla di scandaloso nella partecipazione italiana a questo vertice, ma ritengo che essa sia opportuna, doverosa e perfino necessaria. Quando uno Stato alleato convoca una riunione internazionale dedicata alla prevenzione della violenza politica, un governo responsabile non si mette a fare il permaloso, non volta le spalle e non diserta per timore delle reazioni isteriche di qualche partito. Partecipa, ascolta, raccoglie informazioni, espone la propria posizione e tutela gli interessi nazionali.</p><p>È questo il significato della diplomazia. Partecipare a una conferenza non significa sottoscriverne preventivamente ogni conclusione, né consegnare la propria sovranità agli Stati Uniti. Significa prendere parte a un confronto tra alleati su un fenomeno che merita attenzione. Chi sostiene il contrario riduce la politica estera a una caricatura infantile: o si approva tutto oppure si interrompono i rapporti. Ma gli Stati non funzionano come una lite tra adolescenti. L’Italia appartiene all’Occidente, è membro della Nato, intrattiene con gli Stati Uniti relazioni strategiche, economiche e militari fondamentali. Immaginare che debba rifiutare un incontro sulla sicurezza perché alla sinistra non piace l’espressione “terrorismo rosso” è semplicemente assurdo. Il terrorismo di estrema sinistra è esistito. Questo non è un giudizio, è storia.</p><p>L’Italia ha conosciuto gli anni di piombo, le Brigate Rosse, gli omicidi politici, i sequestri, le gambizzazioni, gli attentati, il tentativo di abbattere lo Stato attraverso la lotta armata.</p><p>Magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, imprenditori, sindacalisti e servitori delle istituzioni furono colpiti perché considerati nemici del popolo. Negare questa realtà sarebbe come cancellare una parte sanguinosa della storia repubblicana. Eppure, ogni volta che si pronuncia l’espressione “terrorismo rosso”, una parte della sinistra reagisce come se fosse stata personalmente insultata. Ma nessuno sta dicendo che tutta la sinistra sia terrorista. Nessuno sostiene che il dissenso politico sia terrorismo. Nessuno confonde una manifestazione pacifica con un’organizzazione armata. Il problema è un altro: esistono gruppi estremisti che usano il linguaggio della sinistra rivoluzionaria, praticano la violenza, assaltano le forze dell’ordine, incendiano mezzi, devastano città, intimidiscono avversari e considerano legittimo colpire chiunque venga classificato come fascista, capitalista, sionista o nemico del popolo. Parlare di questa realtà non significa criminalizzare l’antifascismo. Significa distinguere la politica dalla violenza.Ed è precisamente questa distinzione che una certa area ideologica rifiuta di fare.</p><p>Quando la violenza viene da destra, giustamente la si denuncia senza attenuanti. Quando viene da sinistra, cominciano invece i distinguo, le analisi sociologiche, le contestualizzazioni e le giustificazioni. Il sasso contro un poliziotto diventa un gesto di rabbia sociale. La molotov diventa una forma esasperata di dissenso. L’aggressione all’avversario viene presentata come reazione comprensibile a una provocazione. E chi osa parlare di estremismo viene accusato di voler reprimere la democrazia. No. La democrazia si difende proprio impedendo che il dissenso si trasformi in violenza organizzata.</p><p>Il rischio di una rinascita di forme di terrorismo politico non consiste necessariamente nella ricomparsa identica delle Brigate Rosse, con la stessa struttura, gli stessi simboli e lo stesso linguaggio degli anni Settanta. La storia non si ripete mai in fotocopia. I fenomeni mutano, assumono nuovi nomi, sfruttano i social, si organizzano in reti più fluide, convergono temporaneamente su singole battaglie e usano cause diverse come terreno di mobilitazione.</p><p>Perciò sì, l’Italia fa bene a partecipare. Fa bene perché è un Paese occidentale. Fa bene perché è alleato degli Stati Uniti. Fa bene perché ha già conosciuto il terrorismo politico. Fa bene perché la collaborazione tra servizi di sicurezza e governi è indispensabile davanti a fenomeni che attraversano le frontiere. E fa bene soprattutto perché uno Stato serio non rinuncia a discutere di una minaccia soltanto perché una parte politica si sente chiamata in causa. Chi non ha nulla a che vedere con la violenza non dovrebbe sentirsi offeso dalla lotta alla violenza. Dovrebbe sostenerla.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JEEJ4CGNDJMTTJMKBXG7MXXBRE.jpg?auth=28260abbcbd17819e0b3fa83ac290c572662d1fad6515e64a6b6663d91ae1c9d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[Immagine di repertorio]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[La sinistra si compiace delle minacce a Meloni]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/sinistra-si-compiace-delle-minacce-meloni-2692710.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/sinistra-si-compiace-delle-minacce-meloni-2692710.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Giorgia Meloni viene accusata di tutto e del contrario di tutto. In Italia è dipinta quotidianamente da una parte della sinistra come una pericolosa estremista, una fascista, una donna autoritaria, una nemica della democrazia]]></description><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:00:52 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri, Giorgia Meloni è attaccata dalla sinistra in patria, criticata da Trump perché l’Italia non ha sostenuto la guerra contro l’Iran e ora inserita dal regime iraniano nella lista dei nemici da colpire. Perché tanto odio contro una donna che cerca soltanto di difendere gli interessi dell’Italia?</i></p><p>Cara Erica, la vicenda è talmente paradossale da sembrare una commedia, se non fosse invece terribilmente seria.</p><p>Giorgia Meloni viene accusata di tutto e del contrario di tutto. In Italia è dipinta quotidianamente da una parte della sinistra come una pericolosa estremista, una fascista, una donna autoritaria, una nemica della democrazia. Negli Stati Uniti è stata rimproverata da Trump perché non ha voluto trascinare l’Italia nel conflitto contro l’Iran e perché non ha concesso che le basi americane presenti sul territorio italiano venissero utilizzate liberamente per operazioni militari contro Teheran. E ora, come ricompensa per questa prudenza, il regime iraniano la inserisce addirittura nell’elenco dei suoi nemici.</p><p>Si capisce poco, se si ragiona con la logica. Si capisce molto, invece, se si osserva il modo in cui funzionano la propaganda, il potere e l’odio politico.</p><p>Meloni non ha dichiarato guerra all’Iran. Non ha offerto il territorio nazionale come rampa di lancio per un attacco. Non ha mai sostenuto che l’Italia dovesse entrare direttamente nel conflitto. Al contrario, ha ribadito che il nostro Paese non intende farsi trascinare in una guerra che non corrisponde agli interessi degli italiani.</p><p>Ha fatto ciò che dovrebbe fare qualsiasi presidente del Consiglio: difendere la sovranità nazionale.</p><p>Le basi militari presenti sul territorio italiano non sono porzioni di territorio sottratte allo Stato e consegnate a una potenza straniera. Il loro utilizzo è regolato da accordi, autorizzazioni e procedure precise. L’Italia non è una colonia e Palazzo Chigi non è l’ufficio periferico della Casa Bianca.</p><p>Meloni ha ricordato esattamente questo. E ha avuto ragione.</p><p>Trump può essere contrariato. Può ritenere che l’Italia avrebbe dovuto sostenere più apertamente l’azione americana. È il presidente degli Stati Uniti e ragiona secondo gli interessi americani.</p><p>Meloni, però, è il presidente del Consiglio italiano e deve ragionare secondo gli interessi italiani. Non è stata eletta per compiacere Trump. Non è stata eletta per compiacere il regime iraniano. Non è stata eletta neppure per compiacere la sinistra italiana.</p><p>È stata eletta per governare l’Italia.</p><p>E questo sembra essere diventato il suo peccato imperdonabile.</p><p>Chi difende con fermezza l’interesse nazionale finisce inevitabilmente per scontentare tutti coloro che vorrebbero piegarlo ai propri interessi. Gli americani vorrebbero maggiore disponibilità militare. Gli iraniani vorrebbero un’Europa muta e remissiva. La sinistra vorrebbe una Meloni eternamente colpevole, qualsiasi cosa faccia.</p><p>Se sostiene gli alleati occidentali, è guerrafondaia. Se rifiuta di entrare in guerra, è sleale verso gli alleati. Se dialoga con Trump, è una sua serva. Se si oppone a Trump, ha tradito l’Occidente. È il solito gioco truccato: la conclusione è già scritta prima ancora dei fatti. Meloni deve avere torto per definizione.</p><p>L’inserimento del suo volto in una lista di nemici pubblicata da un quotidiano vicino al regime iraniano rappresenta comunque un fatto gravissimo. Non è una semplice vignetta politica. È un’intimidazione rivolta al capo del governo italiano e, dunque, alle nostre istituzioni.</p><p>E qui entra in gioco anche un altro elemento che molti fingono di non vedere: Meloni è una donna. Una donna che guida un grande Paese europeo, occidentale, membro della Nato. Una donna che decide, che comanda, che non chiede il permesso, che non si lascia intimidire e che occupa un ruolo tradizionalmente riservato agli uomini. Per un regime profondamente misogino come quello iraniano, questo particolare non è secondario.</p><p>Parliamo di un sistema che da decenni impone alle donne obblighi, divieti, repressione, controllo del corpo e della libertà personale. Un regime che considera la donna subordinata, da disciplinare, da coprire, da punire se disobbedisce.</p><p>Una donna libera, occidentale e al vertice di uno Stato rappresenta esattamente ciò che quel sistema detesta. Eppure da una certa sinistra non sentiremo quasi nulla su questa componente misogina. La stessa sinistra che in Italia riesce a scorgere il sessismo in una battuta, in una parola sbagliata o in uno sguardo, diventa improvvisamente cieca davanti alla misoginia strutturale di una teocrazia.</p><p>Abbiamo visto manifestazioni nelle quali il regime iraniano veniva difeso o giustificato in nome dell’antiamericanismo, dell’antisionismo e della solita retorica contro l’Occidente. Abbiamo assistito a scene grottesche: persone che si proclamano femministe e progressiste finire per stare, di fatto, dalla parte di un potere che perseguita le donne.</p><p>Questa ipocrisia è intollerabile.</p><p>La solidarietà a Meloni non dovrebbe dipendere dall’appartenenza politica. Quando un presidente del Consiglio italiano viene indicato come nemico da un regime straniero, non è la leader di Fratelli d’Italia a essere minacciata. È la rappresentante delle istituzioni italiane.</p><p>La politica interna dovrebbe fermarsi davanti a questo limite.</p><p>Invece temo che qualcuno continuerà persino a compiacersi delle minacce, perché l’odio contro Meloni ha ormai superato ogni razionalità. Ma questo odio, alla fine, dice molto più dei suoi avversari che di lei.</p><p>Meloni viene attaccata da destra e da sinistra, dagli americani e dagli iraniani, proprio perché non si lascia facilmente collocare nel ruolo che gli altri vorrebbero imporle. Non è abbastanza obbediente per Trump. Non è abbastanza remissiva per Teheran. Non è abbastanza colpevole per la sinistra italiana.</p><p>Continua a fare il proprio mestiere. E forse è proprio questo che non le perdonano.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ZL2ZIIK52RK5HIGAAO2THTNWUM.jpg?auth=124b7694abb98d19efc8d1150628f221fcef245269d746336f41ff1bd172707f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Santificato troppo in fretta]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/interni/santificato-troppo-fretta-2692421.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/interni/santificato-troppo-fretta-2692421.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Una ferita alla reputazione non si rimargina perché il presunto feritore è stato colpito da altri. Sarebbe giustizia tribale, un baratto tra torto e dolore. La verità non si sconta in contanti morali]]></description><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 10:00:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dove sono finiti quei magistrati che il 25 ottobre scorso, nell'aula magna della Cassazione, si alzarono in piedi, commossi, per accogliere Sigfrido Ranucci come un reduce dal fronte? Rivedo la scena. L'assemblea generale dell'Anm ritta sull'attenti, l'ovazione interminabile, e l'ospite, l'unico ad aver inquadrato la situazione: «Il più lungo applauso dedicato a un plurindagato», disse, contando le sue oltre duecento querele. Almeno lui rideva. L'attentato era stato appena promosso al rango di Piazza Fontana: si evocavano gli anni di piombo, le bombe contro la libera stampa. Poi il bilancio: due carcasse d'automobile. Gesto orrendo, odioso, sia chiaro: chi piazza un ordigno sotto la casa di un uomo, con la figlia lì accanto, è un delinquente, punto. Ma tra un delinquente e la Storia corre la stessa distanza che passa tra un petardo di Ferragosto e la strategia della tensione.</p><p>E infatti la prima a non prenderla tragicamente sul serio pare la Procura di Roma. Contesta a Valter Lavitola la strage, non tentata, strage e basta, l'ipotesi di reato di Piazza Fontana, e poi lo lascia a piede libero, comodo, a rilasciare interviste al Tg1 come un ministro e a promettere sputi in faccia dalle colonne di Domani a chiunque dubiti di lui. Curioso metro: per l'ipotesi di truffa la stessa Procura ha chiesto e ottenuto i domiciliari di Marione Adinolfi, che infatti si lamenta della disparità, e non ha tutti i torti; con Valterino, invece, si usa la piuma. Tre le spiegazioni possibili. La prima: lo calcolano quale agente provocatore sotto copertura, come nei telefilm americani, e il sospetto, confesso, è venuto persino a me. La seconda: nell'avviso di garanzia è scappata una erre di troppo, volevano scrivere stage, a Masterchef, vista la professione dell'indagato. La terza: stiamo assistendo alle prove generali di uno scherzone da Amici miei, e manca soltanto il conte Mascetti a spiegarci la supercazzola con scappellamento a destra.</p><p>La bomba d'amore, del resto, l'ho battezzata io. L'ho detto al Foglio: tra le ipotesi, quella dell'attentato per affetto, architettato dall'amico per gonfiare la fama dell'amico, mi pare la più verosimile, benché i due abbiano vite talmente incasinate che vai a sapere. E il Foglio, che ha orecchio, ci ha ricamato sopra un affresco da commedia all'italiana: il Cefalù Bistrò di Monteverde, il faccendiere-maître che tra un cocktail di scampi e i ricordi di Craxi sussurrava al giornalista «tu diventerai presidente del Consiglio e io sarò il tuo Gianni Letta», sondaggi alla mano. Al bistrot si è autodenunciato cliente perfino Paolo Mieli, che cavalca come un campione di surf qualunque onda con qualunque clima, dai tempi di Potere Operaio a oggi: il vero amico geniale del terzo millennio. Bravo.</p><p>E il factotum camerunense, quello che avrebbe reclutato i bombaroli, risulta ora in Camerun a trattare crediti di carbonio con i capi tribù. Sceneggiatura respinta da Age e Scarpelli: troppo inverosimile.</p><p>Finito di ridere, però, resta il paradosso, ed è amaro. Ranucci è indagato per diffamazione, con un archivio di querele da record, qualcuna forse pure meritata; eppure si vide circondare da anime belle che proposero di ritirargliele tutte, in segno di solidarietà: il più generoso fu l'amico Storace, ma la logica mi sfugge. Una ferita alla reputazione non si rimargina perché il presunto feritore è stato colpito da altri. Sarebbe giustizia tribale, un baratto tra torto e dolore. La verità non si sconta in contanti morali.</p><p>E poi c'è il doppio binario, il più istruttivo. Provate a immaginare la scena a parti rovesciate: Lavitola, pregiudicato, faccendiere, ricattatore del Cavaliere, amico fraterno non di Ranucci ma del sottoscritto, o di Cerno, o di Porro. Cene quasi quotidiane, famiglie che si frequentano, fotografie al ristorante. Il plotone d'esecuzione morale sarebbe già schierato dall'alba, con Report in prima fila a dirigere il tiro. Invece l'amico è Sigfrido, e allora l'amicizia diventa un dettaglio pittoresco: il moralista ha diritto alle sue debolezze, voi no.</p><p>Il nostro direttore, Tommaso Cerno, ha scritto la cosa più giusta: chiede a Mamma Rai una puntata di Report su Report. Una ricostruzione «impeccabile, terza, algida», con quel montaggio incalzante e quelle pause drammatiche che trasformano ogni faldone in un'apocalisse imminente, capace di spiegarci come mai le indagini sulla camorra che voleva morto Sigfrido siano approdate a casa del suo migliore amico. Sarebbe lo scoop del secolo, e infatti non lo vedremo mai. Alla Rai, intanto, un prezzo qualcuno lo sta pagando: il dirigente Paolo Corsini, sospendendo le repliche estive, sapeva di esporsi ai colpi a tradimento, puntualmente arrivati. Prudenza dovuta, non censura, checché ne strilli l'interessato.</p><p>Io non so come andrà a finire, e mi guardo bene dal fare il giudice: mestiere che, come si è visto in ottobre, comporta troppi applausi. So soltanto che la solidarietà a Ranucci resta intera, perché le bombe fanno schifo anche quando sono d'amore. Ma la santificazione no, quella la restituisca al mittente. In piedi ci si alza per le vittime. Per i santi, prima, conviene aspettare le carte.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NC36OCGKYFNWTJEM2UKQ2YVA7I.jpg?auth=0aba6d66b330a09e64f48da27681bf1a6fc835e23e0ee31294dee6075b8346cd&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Siamo stati sfregiati tutti]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/siamo-stati-sfregiati-tutti-2692101.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/siamo-stati-sfregiati-tutti-2692101.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Perché dovrei credere nella giustizia se vedo che chi viene fermato oggi domani è di nuovo libero?]]></description><pubDate>Sat, 11 Jul 2026 10:00:32 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Gentile Direttore Feltri, </i></p><p><i>il ventottenne algerino irregolare che ha sfregiato con un coltello una ragazza di 23 anni nella metropolitana di Milano era stato arrestato poche ore prima e poi rimesso in libertà. Come è possibile che una persona ritenuta pericolosa fosse già di nuovo in strada? Lei che idea si è fatto di questa vicenda?</i></p><p>Caro Lorenzo,</p><p>questa storia non suscita soltanto rabbia. Suscita qualcosa di ancora più pericoloso: sfiducia. Quando un cittadino apprende che un uomo viene arrestato, rimesso in libertà nel giro di poche ore e, il giorno stesso, sfregia una ragazza scelta a caso mentre aspetta la metropolitana, inevitabilmente si domanda a che cosa serva l’arresto. E, subito dopo, si domanda a che cosa serva la giustizia. È questo il danno più grave.</p><p>Uno Stato vive sulla fiducia dei suoi cittadini. Se quella fiducia si sgretola, non si incrina soltanto il rapporto tra il cittadino e il tribunale: si incrina il rapporto tra il cittadino e le istituzioni, tra il cittadino e la legge, tra il cittadino e lo Stato stesso.</p><p>Perché dovrei credere nella giustizia se vedo che chi viene fermato oggi domani è di nuovo libero? Perché dovrei convincermi che le regole funzionano se chi rappresenta un pericolo evidente continua a circolare indisturbato? Sono domande che sempre più italiani si pongono.</p><p>Ed è qui che nasce il rischio peggiore. Quando la giustizia perde credibilità, qualcuno comincia a pensare che l’unico modo per difendersi sia arrangiarsi da solo. È l’inizio della barbarie.</p><p>È il momento in cui la legge smette di essere percepita come protezione e viene considerata un ostacolo o, peggio ancora, una finzione. Nessuno dovrebbe desiderare una società così. Per evitarla occorre una giustizia che sia certamente garantista, ma che non diventi ingenua.</p><p>Il garantismo tutela gli innocenti, non impone di ignorare la concreta pericolosità di chi ha già dato prova di essere violento.</p><p>Naturalmente ogni magistrato decide sulla base degli atti e delle norme vigenti. Ma ogni decisione produce conseguenze nella vita reale. E se quelle conseguenze diventano sistematicamente incomprensibili agli occhi dei cittadini, il problema non può essere liquidato dicendo che “la legge è questa”.</p><p>Le leggi possono essere cambiate. E anche il modo di interpretarle può essere oggetto di riflessione. Un uomo irregolare, già arrestato poche ore prima, armato di coltello, che il giorno successivo sfregia una ragazza nel cuore di Milano, rappresenta il fallimento di un sistema che, in questo caso, non è riuscito a prevenire un fatto gravissimo.</p><p>La giustizia non deve soltanto essere imparziale. Deve anche riuscire a trasmettere ai cittadini la convinzione che lo Stato sia in grado di proteggerli. Perché quando una ragazza esce di casa senza sapere se tornerà con il volto che aveva al mattino, non è soltanto lei ad essere stata ferita. È la fiducia di un intero Paese ad aver riportato una cicatrice.</p><p>Siamo stati sfregiati tutti.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/GDSJRDKCFJMZNPZMXR5STYYX54.jpg?auth=65e86635eaf5367d0de3a93b36cff1beee143699a6a6db9d317ff7ad6f42540c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Marine Le Pen e l'Europa stanca]]></title><link>https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/marine-pen-e-leuropa-stanca-2691649.html</link><guid isPermaLink="true">https://ilgiornale.it/news/stanza-feltri/marine-pen-e-leuropa-stanca-2691649.html</guid><dc:creator><![CDATA[Vittorio Feltri]]></dc:creator><description><![CDATA[Marine Le Pen è data nettamente in testa alle intenzioni di voto per le presidenziali francesi del 2027 e, soprattutto, cresce di quattro punti in appena due settimane]]></description><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 10:00:32 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><i>Caro direttore, Marine Le Pen, nonostante anni di processi, polemiche e attacchi politici, guida oggi i sondaggi per le Presidenziali francesi del 2027. Secondo lei è il segno che gli elettori stanno cambiando idea sull’immigrazione e sulla sicurezza oppure è soltanto un sondaggio destinato a cambiare?</i></p><p><i>Alessandra Stilo</i></p><p>Cara Alessandra, i sondaggi non sono il Vangelo, ma sono il termometro di una società. E quando un termometro segna una febbre alta, il medico non rompe il termometro: cerca di capire quale sia la malattia. Così dovrebbe fare anche la politica.</p><p>Marine Le Pen è data nettamente in testa alle intenzioni di voto per le presidenziali francesi del 2027 e, soprattutto, cresce di quattro punti in appena due settimane. Non è un dettaglio statistico. È un segnale politico di enorme rilevanza. Significa che qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica francese e, più in generale, europea.</p><p>Da anni una parte consistente delle élite continua a ripetere che chi denuncia i problemi dell’immigrazione incontrollata sarebbe un allarmista, un populista, un estremista. Eppure i cittadini, uscendo di casa, non incontrano le teorie sociologiche: incontrano la realtà. E la realtà, piaccia o meno, è fatta di quartieri degradati, di insicurezza crescente, di criminalità diffusa, di aggressioni, di rapine e di una cronaca che racconta con impressionante frequenza episodi di violenza commessi con coltelli, machete e altre armi da taglio.</p><p>Non è un’invenzione della propaganda. È la cronaca quotidiana.</p><p>I francesi, come gli italiani, come tanti altri popoli europei, hanno la sensazione che le regole sull’ingresso e sulla permanenza nel territorio dell’Unione siano state per troppo tempo applicate con lassismo o, peggio, considerate un fastidioso dettaglio burocratico. Quando un numero crescente di cittadini percepisce che lo Stato fatica a garantire sicurezza e controllo, è naturale che premi chi promette di ristabilire ordine.</p><p>Si può essere d’accordo o meno con le proposte di Marine Le Pen, ma liquidare milioni di elettori come ignoranti o manipolati è il modo migliore per non capire ciò che sta accadendo.</p><p>C’è poi un altro aspetto che trovo interessante. Per anni si è pensato che un’inchiesta giudiziaria, un processo o una campagna mediatica ostile bastassero a distruggere una carriera politica. Oggi assistiamo spesso al fenomeno opposto. Quando una parte dell’elettorato ritiene che un leader venga colpito con un accanimento sproporzionato, può sviluppare un sentimento di solidarietà. Non sempre accade, naturalmente, ma accade sempre più spesso.</p><p>È successo in diversi Paesi. È accaduto anche in Italia. E oggi sembra verificarsi anche in Francia. Più certi leader vengono descritti come il male assoluto, più una parte dell’opinione pubblica si convince che siano vittime di un sistema deciso a impedirne l’ascesa. Così il processo, anziché diventare un deterrente elettorale, rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di consenso.</p><p>Questo non significa che la magistratura non debba fare il proprio lavoro. Significa soltanto che la politica non può pensare di vincere affidandosi ai tribunali o alle campagne di delegittimazione. Le elezioni si vincono convincendo gli elettori, non demonizzando gli avversari.</p><p>La crescita di Marine Le Pen, quindi, non racconta soltanto la vicenda personale di una leader. Racconta la stanchezza di un popolo. E forse racconta la stanchezza di un’intera Europa, che chiede più sicurezza, più controllo delle frontiere, più rispetto delle regole e meno lezioni ideologiche.</p><p>Ignorare queste evidenze sarebbe un errore. Perché i sondaggi possono sbagliare le percentuali, ma raramente sbagliano a segnalare il vento che sta cambiando. E il vento, oggi, soffia in una direzione che fino a pochi anni fa molti ritenevano impensabile.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FJ6MSUU7WNO75IIAO7QF22ZQJA.jpg?auth=9a4ab377ec198d95723c216cbc148dc503cd190d7aab53f531c1c392022a1520&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>