Eshkol Nevo parla da Ra’anana, la cittadina dove abita, alle porte di Tel Aviv e a quattordici minuti dal mare. C’è un sole splendente alle sue spalle, ma anche nei suoi occhi, perché una delle sue tre figlie, arruolata nell’esercito, è apparsa a casa, a sorpresa, prima del previsto. In Israele è appena uscito il suo nuovo romanzo,
La notte più lunga, mentre in Italia esce Vita e scrittura (Gramma Feltrinelli, pagg. 304, euro 19), nel suo Paese ancora inedito: è la prima opera di non fiction dopo romanzi molto amati come Nostalgia, La simmetria dei desideri, Neuland, Tre piani e i racconti di Legami. Il libro non è un manuale di scrittura serioso e non è un’autobiografia noiosa: si ride e ci si commuove. Come nella scena dell’incontro con la maestra Adina che, decenni dopo avere umiliato il Nevo bambino sui banchi, lo riconosce per strada; lui si prepara alla richiesta di un autografo, e lei lo gela: «Mi hai deluso».
Eshkol Nevo, la maestra Adina è un personaggio inarrivabile.
«Adina in ebraico significa gentilezza... Non è il suo nome, ma ho pensato a quando il libro sarebbe uscito in Israele: forse è ancora viva e quello che racconto è vero. In questo libro, per la prima volta cerco di rimanere aderente alla realtà, alle storie accadute davvero».
Ha paura di ferire le persone, quando le mette nei suoi libri?
«Sempre. Ma adesso ho un trucco: immagino di pubblicare solo in Italia, che per me è il paradiso, perché posso permettermi una libertà totale. Ferire gli altri è qualcosa che preoccupa molto anche i miei studenti del corso di scrittura, e a loro suggerisco: quando scrivete dovete essere liberi, poi si vedrà».
La libertà non è scontata per gli scrittori oggi?
«I miei colleghi americani si trovano di fronte a molte limitazioni a ciò che possono scrivere. In Israele mi sento totalmente libero, e anche in Italia, ma i miei studenti si pongono spesso il problema se quello che scrivono offenderà qualcuno, e io dico loro che l’essenza dell’arte è proprio scrivere ciò che si sente, e anche disturbare, senza preoccuparsi del politicamente corretto, di quello che la società ritiene sia giusto o sbagliato, o del fatto che la loro opera abbia successo o meno. L’unico freno, per me, è evitare di ferire una persona che conosco. Ma scrivere così oggi è un azzardo; spesso gli studenti non vogliono nemmeno esplicitare certi argomenti: per esempio, quando si tratta di raccontare una scena erotica, molti temono di offendere i compagni religiosi».
Lei come si comporta?
«Dico che nella classe non c’è censura, di portare ciò che vogliono e lo affronteremo; e, in venticinque anni, non è mai uscito uno studente dall’aula».
È un fan delle scuole di scrittura.
«Per me è stato cruciale frequentarne una, perché non provengo da una famiglia di artisti, i miei sono psicologi: per me è stata una rivelazione e una salvezza. Ho aperto la scuola proprio per offrire la stessa sensazione ai miei studenti. Ho insegnato anche alla Scuola Holden di Torino».
Ha notato differenze?
«In Israele viviamo in mezzo a un conflitto costante, in ogni ambito, perciò non devo convincere gli studenti che esso sia parte della vita e necessario in una storia; piuttosto devo dire di insinuarlo nel racconto, di non gridarlo. Invece con gli italiani è l’opposto, perché a volte sono troppo sottili, troppo gentili, e allora dico di non avere paura: senza conflitto non c’è storia».
Ha avuto tre giudici severissimi: le sue figlie.
«Ormai sono stato licenziato: da quando, quattro anni fa, la più piccola ha avuto uno smartphone, non invento più una storia ogni sera per loro, e ne ho molta nostalgia. Però l’ho fatto per quindici anni ed è stata un’esperienza meravigliosa e molto diversa con ciascuna, poiché i racconti erano su misura; e la difficoltà non era solo passare da un genere all’altro: appena la storia non era buona, loro perdevano subito interesse oppure - un insulto ancora peggiore - leggevano dal libro di un altro...».
Come nascono le molte voci dei suoi romanzi, questa specie di democrazia letteraria?
«Non riesco a resistere: quando scrivo, a un certo punto sento che esiste un’altra angolatura da cui sarebbe possibile narrare la storia, un altro modo di considerarla e così, ogni volta, scrivo romanzi democratici. Credo sia legato al modo in cui sono cresciuto: i miei genitori sono completamente diversi e hanno due opinioni opposte su tutto, e queste opinioni diverse hanno sempre avuto lo stesso peso. Sono una coppia bellissima e si amano ancora dopo sessant’anni. Ecco, per me scrivere è stare in una interconnessione multipla con il genere umano, ma non è così per tutti, perché prima di questo libro ho letto Il mestiere dello scrittore di Murakami e ho detto alla mia compagna che non trovavo niente in comune con la mia esperienza, al che lei mi ha incitato: scrivi la tua. E io ho pensato: ma sì, lo faccio, prima che muoia in un attentato terroristico».
Quanto conta il calcio nella sua vita di scrittore?
«Il calcio è una bella storia, è come un romanzo. E poi il calcio mi aiuta con le scadenze, e adesso, per i prossimi Mondiali del 2030, ne ho due: innanzitutto spero di aprire i bigliettini originali, quelli che i miei amici e io abbiamo scritto 32 anni fa, come nella Simmetria dei desideri; e poi ho l’aspirazione di scrivere un sequel del romanzo, anche se mi spaventa. Ma, se non sarà buono, non lo pubblicherò».
La scrittura è disciplina?
«Possiamo parlare di mattina solo perché non sto lavorando a un libro: ho le mie ore in cui devo scrivere, la mia routine e sono rigidissimo, un capo inflessibile di me stesso. Non ti senti bene? Hai divorziato? Chissenefrega, siediti e stai zitto. Dopo il 7 ottobre e l’inizio della guerra, per un po’ di tempo non sono riuscito a scrivere; fino a che ho cominciato il mio Diario da Israele ed è stato così che poi ho scritto Vita e scrittura e il mio nuovo romanzo, ogni mattina per un anno e mezzo, senza mai sgarrare».
Rimpiange di non essere diventato un musicista?
«Non lo rimpiango ma invidio ancora molto i musicisti. Scrivo canzoni e due sono finite in radio in questo periodo, ed è qualcosa di cui vado molto fiero. La musica fa da colonna sonora nei miei romanzi, collaboro con dei musicisti in un tour che si chiama La Soundtrack di Nostalgia, cerco di fare musica con le parole e, ovviamente, scrivo ascoltando musica: per tutta la settimana, la mia hit è stata Graceland di Paul Simon. La musica aiuta anche con il blocco dello scrittore, anche se a volte per uscirne bisogna rivolgersi a un altro testo: è così che sono nati i racconti di Legami, un romanzo dopo l’altro... O magari il blocco è il segno che il testo non è buono: io ho due romanzi e una cinquantina di racconti non pubblicati».
Di Neuland ha scritto 32 versioni.
«Un incubo. Ho cambiato due volte l’intero libro. Ma a volte i romanzi vengono facilmente, a volte con difficoltà, e devi arrenderti al loro modo di svilupparsi. Però Neuland è stato troppo per me: mai più.
