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Arte e Storia

Le stanze e le anime del Lutetia, l’albergo Rive Gauche

La grande borghesia francese, i nazisti e poi i prigionieri che tornavano dalla guerra. In questo palazzo bello come il liberty è passata la storia di Francia. E non solo quella

Parigi, Hotel Lutetia

Nel 1910, quando aprì i battenti, il Lutetia si rivelò una scommessa vinta. Era il primo albergo di lusso, ma a un costo ragionevole, sulla Rive Gauche, era di stile moderno, una via di mezzo fra l’Art déco e l’Art nouveau, rassomigliava a un transatlantico, si chiamava con lo stesso nome della Parigi gallo-romana e portava addirittura lo stesso motto: Fluctuat nec mergitur, in mezzo alle onde, ma senza affondare... Era la risposta novecentesca, fin nelle sue fondamenta, a quelli che erano gli hôtel particulier dell’Ancien Régime trasformati in dimore sontuose, il Crillon, il Meurice, il George V, l’epitome dell’hôtellerie internazionale di stanza e di stazza sulla rive droite.All’angolo di boulevard Raspail e rue de Sèvres, di fronte ai grandi magazzini Bon Marché, il Lutetia ospitava una clientela tanto borghese, avvocati, dirigenti, imprenditori, grand commis di Stato, colonnelli e generali, quanto francese, e lo faceva al centro di quello che era considerato l’arrondissement intellettuale per eccellenza, dove c’erano le case editrici, gli istituti scolatici più prestigiosi, la Sorbona... Aveva un american bar nel seminterrato, una cave à vin e un ristorante di tutto rispetto e, a raggiera, tutti quei locali che facevano la gloria alcolico-letteraria della città; il Select, il Mephisto, il Dingo, la Coupole, la Closerie de Lilas.Stare al Lutetia era stare nel ventre caldo e intellettuale della capitale, senza quegli eccessi proustiani di titoli nobiliari che popolavano l’altra riva della Senna...Durante la Grande guerra, il Lutetia partecipò allo sforzo patriottico: due delle sue sale di ricevimento vennero trasformate in ospedale della Croce Rossa, le camere vennero requisite per ospitare gli alti ufficiali di stanza e/o di passaggio a Parigi, fu teatro di concerti per intrattenere i soldati, di raccolte fondi per l’acquisto di ambulanze.Non fu il solo a subire questa metamorfosi, ma la vicinanza alla Gare d’Orsay e ai palazzi di governo, nonché le sue stesse dimensioni, lo trasformarono nella quintessenza dello sforzo bellico. Gli anni fra le due guerre fecero del Lutetia una sorta di Giano bifronte. Da una parte c’era il suo volto tipicamente francese: raduni dei reduci di guerra, balli annuali degli artigiani, degli ex studenti di questa o quella facoltà, degli ordini professionali e naturalmente i battesimi, le cresime, le feste di laurea, i matrimoni...Dall’altra c’era il suo essere diventato “la Svizzera di Parigi”, nel senso che ospitava le riunioni dei gruppi politici più diversi, un terreno neutro d’incontro, insomma: nel suo Salon President, c’era posto per 250 persone a sedere.Gli anni Trenta a Parigi furono del resto ad alto concentrato quanto a meeting, comitati, congressi internazionali e se il primo dopoguerra si era segnalato per l’emigrazione russa in fuga dal bolscevismo, ora era in atto quella tedesca in fuga dal nazismo.Era insomma il tempo dell’engagement degli intellettuali e per i grandi pontefici dell’epoca, anziani o giovani che fossero, Gide e Malraux per fare solo due nomi, il Lutetia era a un tiro di schioppo dalle case editrici, di cui erano autori, consulenti, direttori di collane o di riviste. Nel 1935 Willi Münzenberg, il più geniale agit-prop comunista dell’epoca, insedierà lì il suo Circolo Lutetia, poi Comitato Lutetia, e sarà lì che verrà tenuto a battesimo, un anno dopo, il Fronte popolare antitedesco, con Heinrich Mann come suo presidente. Due anni più tardi sarà la volta della solidarietà alla Spagna. E, sempre nel 1935, è Münzenberg a organizzare quel Congresso per la Difesa della Cultura che per le sue dimensioni, 200 scrittori da 37 Paesi, da Pasternak a Brecht, da Forster ad Aragon, dovrà essere ospitato nell’enorme sala della Mutualité in rue Saint Victor, un quarto d’ora a piedi dal Lutetia. È lì che uno degli scrittori tedeschi presenti, il comunista Gustav Regler, si dimentica che quello dev’essere un congresso “neutrale” e fa un discorso a braccio così veemente che tutti prendono a cantare l’Internazionale... Il giorno dopo viene richiamato all’ordine dal suo capo-cellula: non spetta a un singolo compagno decidere quando e se cantare l’Internazionale. «Le rivoluzioni non devono essere spontanee» gli viene ricordato.Poi arriva la guerra e con la guerra arrivano i tedeschi al Lutetia, per l’esattezza gli uomini dell’Abwehr, il servizio militare tedesco dell’ammiraglio Canaris. Ci ritorneremo più avanti. Quello che è interessante è che dopo la fine della guerra e almeno sino alla fine del ’900, il Lutetia continuerà lentamente a decadere. Già alla metà degli anni ’50, Pierre Taittinger, quello dello champagne omonimo, lo compra per una cifra irrisoria, ma non lo rinnova, limitandosi a una rispolverata. Fedele al suo antico motto, Fluctuat nec mergitur, continua a galleggiare, ma assomiglia anche a una balena spiaggiata. Non riesce più a essere l’albergo per eccellenza dei francesi, non è più in grado di fare concorrenza ai più illustri e titolati rivali della Rive droite. Rimane un indirizzo per chi, quorum ego, fuori dalla Francia, è rimasto legato a un’idea letteraria di Parigi e ha un penchant per i plateaux di ostriche, che restano un’eccellenza del Lutetia. Nel 2014 l’albergo cambia proprietà e chiude per ristrutturazione. Vanno all’asta i mobili, gli arredi, i pezzi d’arte... Quando anni dopo riapre è tutto all’insegna del superlusso, roba da emiri, da oligarchi russi, da tycoon americani, per capirci. E i prezzi delle ostriche si allineano ai nuovi palati.Facciamo un passo indietro. Torniamo alla guerra e al dopoguerra. Cosa succede? È allora che nasce il successivo germe della decadenza? Una risposta ce la dà Hotel Exile, di Jane Rogoyska, un saggio eccellente quanto a ricostruzione di un’epoca e a cui qui si è largamente attinto (Laterza, traduzione di Alessandro Manna, pagg. 361, euro 22) e il cui titolo se da un lato rimanda alla grande ondata di profughi, politici e no, che negli anni ’30 ebbero Parigi per epicentro, dall’altro, in senso più stretto, ha proprio il Lutetia come riferimento. Se infatti durante l’occupazione, il suo destino è comune a quello dei suoi confratelli di là dalla Senna, lo stato maggiore tedesco al George V, l’alto comando al Majestic, il comando logistico militare al Crillon, Goering e la sua corte al Ritz e così via, è alla fine della guerra che il suo ruolo cambia completamente.Viene requisito per ospitare i cosiddetti Absents, gli assenti, i prigionieri di guerra, i cittadini arruolati per i lavori forzati in Germania, i deportati politici, e i deportati per motivi di razza... Ebrei per la stragrande parte. Secondo i dati raccolti dalla Rogoyska, transiteranno per il Lutetia, fra l’aprile e il settembre del 1945, circa 20mila reduci. È difficile rendere oggi l’impatto di una simile processione di “morti viventi”, è il caso di dire, con il contorno quotidiano di parenti e conoscenti che sostavano al Lutetia sperando di incrociare il “loro” sopravvissuto. Ed è difficile rendere anche il clima, lo stato di tensione fra chi tornava e chi da Parigi non se n’era mai andato e, in un modo o nell’altro, con l’occupante tedesco aveva convissuto, se non collaborato... Per farla breve, se per molti versi il Lutetia si poteva considerare un albergo “redento” dalle colpe della collaborazione grazie a quell’accoglienza, per molti altri era come il simbolo della cattiva coscienza dei parigini in particolare e dei francesi più in generale, riguardo alla guerra e alla sconfitta. Quei deportati, quei reduci, quei “morti viventi” erano anche colpa loro. E quell’albergo glielo avrebbe continuato a ricordare per tanti, troppi anni. Era meglio sceglierne un altro. Magari sulla Rive droite.

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