«Mussolini Benito Maestro Elementare di grado superiore, licenziato d’onore dalla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, porge alla S.V. Ill.ma rispettosa istanza onde voglia ammetterlo fra i concorrenti ad uno dei due posti di maestro-supplente vacanti nel capoluogo del comune dalla S.V. Ill.ma rappresentato. Predappio, 29 luglio 1901». La garbatissima istanza, trasmessa da un giovane Mussolini al Comune di Legnano, è da poco riemersa dagli archivi della Fondazione Anna Kuliscioff insieme ad altri documenti collegati.
«Riordinando le carte - dice il presidente della Fondazione Walter Galbusera - abbiamo trovato questa domanda che non poteva passare inosservata e che arricchirà la nostra sezione dedicata al Fascismo». Parole vecchie di 125 anni che riportano indietro l’orologio della storia e dell’immaginazione: su uno scrittoio, in quell’angolo di Romagna che si arrampica sull’Appennino, un ragazzo ancora diciottenne che, appena conseguito il diploma magistrale, spulciava bandi e «avvisi di vacanza» in cerca di una cattedra, ancorché precaria. Più a nord, su un’altra e più prestigiosa scrivania (almeno al momento dei fatti: di lì a poco le cose sarebbero cambiate eccome), sedeva l’industriale tessile Antonio Bernocchi, primo cittadino di un operoso centro padano che andava innalzando i suoi simboli: in lontananza, oltre le ciminiere, la sagoma del Monumento al Guerriero, inaugurato nella versione definitiva di Enrico Butti appena un anno prima. Spoileriamo subito: la domanda non avrebbe avuto buon esito, i due posti disponibili furono assegnati ad altri. Ma curiosa è la storia. Dimentichiamoci innanzitutto i concorsi centralizzati e le graduatorie provinciali per le supplenze: all’epoca vigeva la storica Legge Coppino (1877) e le domande andavano inoltrate direttamente ai Comuni che facevano il bello e il cattivo tempo.
Con dovizia di «documenti di rito»: fra le carte troviamo anche copia autentica dell’Atto di nascita, rilasciata dall’Ufficiale dello Stato Civile di Predappio che certificava l’età anagrafica idonea; l’attestato di Buona Condotta, firmato dal Sindaco Paolo Farneti; il Certificato del Casellario Giudiziale del Regio Tribunale Civile e Penale di Forlì, attestante che «nulla risulta a carico di Mussolini Benito»; la pagella di licenza magistrale, da cui emerge il quadro di un alunno-modello, con un punteggio totale di 132 su 150 e voti tra 9 e 10 nelle discipline umanistiche. Non basta: per quel posto da supplente si mosse persino il padre Alessandro, che da Dovia si rivolse all’onorevole repubblicano Gustavo Chiesi, deputato al Parlamento Nazionale e direttore del Tempo: «Le unisco qui i documenti di mio figlio nella certezza che ella farà quanto può a mio riguardo».
La storia andò diversamente, ma il rapporto del futuro Duce con Legnano non finì lì: fu lui, nel 1924, a consegnare il Regio Decreto con cui le si conferiva la Patente di Città (durante la visita inaugurò la nuova sede della Scuola Professionale Bernocchi, dedicata all’uomo che anni prima lo aveva respinto), ed ebbe anche un ruolo cruciale nel rilancio delle rievocazioni del Palio, riprese nel 1935. Ma cosa ci fanno queste carte fra i documenti della «Kuliscioff»? Spiega Galbusera: «A chiederne copia al Comune di Legnano fu, nel 1966, l’assessore Renzo Galeotti, ex operaio tessile e braccio destro del ben più noto Giulio Polotti, antifascista poi deputato Psu che fu tra i fondatori della Uil e diede vita, nel 1992, alla nostra Fondazione».
