Attaccano. Nei teatri di guerra sparano per uccidere. Difendono il territorio. I soldati fanno un altro mestiere. Insomma, lo stop imposto da Mattarella al loro utilizzo con compiti di polizia giudiziaria era più che prevedibile. C’è una linea rossa che non può essere superata: fermare, arrestare, ammanettare, con tutte le difficoltà del caso, perquisire, accompagnare in questura o in caserma: sono compiti che richiedono una preparazione specifica e una mentalità diversa, attrezzata per fronteggiare non il nemico che assalta ma i ragazzi che sfasciano le vetrine e irrompono nei negozi. Non è un cavillo a fare la differenza, non si tratta di alzare scudi forgiati con tecnicismi incomprensibili; no, è che in una società complessa e avanzata esistono competenze e vocazioni che non sono intercambiabili e solo un osservatore distratto le può confondere e mettere in un unico mucchio.
Per carità, siamo dentro una fase emergenziale e dobbiamo imparare a rispondere a onde distruttive che si abbattono gigantesche, non appartengono alla nostra storia e fino a ieri erano sconosciute. Non è facile e dobbiamo prepararci a attraversare una terra ignota, si dovrà lavorare molto sui social, con divieti e limitazioni, certo le semplificazioni - almeno in questo campo - non aiutano. L’illusione di fare presto e subito può alimentare pericolose illusioni. I soldati, che hanno un ruolo fondamentale, quasi sacrale e spesso incompreso, restino in trincea. O, semmai, entrino nelle pattuglie, formate da poliziotti e carabinieri, che provano ad arginare le nuove forme di barbarie sotto casa.
