A Milano ormai tutto è un lusso. Anche invecchiare. Dopo quarant’anni di contributi, sacrifici, accantonamenti certosini di risparmi e magari un mutuo finalmente estinto, arriva la pensione. Ora accompagnata da una domanda che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata assurda: posso ancora permettermi di vivere nella mia città?
Sei milanesi su dieci (58%) (ancora non pensionati) ci hanno già pensato e non hanno difficoltà ad ammettere di essere disposti a trasferirsi non solo in un’altra città ma anche in un’altra regione quando semtteranno di lavorare. Uno su quattro (il 24%) lascerebbe Milano alla ricerca di una migliore qualità della vita. La casina al mare, quella in campagna perrecuperare tempi e ritmi diversi.
Ma molti di più, uno su tre (il 34%) dice che lascerebbe il quartiere dove ha sempre vissuto, i figli, gli amici, la vita di una vita, per una questione puramente economica.
Uno su tre ne fa una questione di soldi, mai abbastanza per questa città sempre più escludente ed esclusiva. Un milanese su tre pensa - e lo fa con anticipo rispetto alla pensione - che proverà a ricercare una zona dove il costo della vita sia più basso, dove l’assegno pensionistico possa pesare un po’ di più, consapevole del fatto che, invece, non è mai abbastanza per corrispondere alla richieste di una città come Milano. Ad evidenziarlo è la nuova ricerca dell’Osservatorio Sara Assicurazioni, uscita proprio in questi giorni. Che sottolinea anche altri dati. Tipo che il futuro previdenziale, nel complesso, preoccupa 6 milanesi su 10, ma sono in molti a non aver ancora attuato alcuna strategia di risposta, e se il 36% dichiara di aver effettivamente provato a valutare soluzioni per renderlo più solido, senza però poi attuarle nella pratica, un altro 24% afferma invece di non averci mai pensato.
È il progressivo impoverimento di una fascia di popolazione che fino a ieri si considerava al riparo. Persone con una pensione, spesso proprietarie di un’abitazione che scoprono come avere un’entrata fissa, frutto di anni di lavoro e anche possedere un immobile ad un certo punto non sia più garanzia per una vecchiaia tranquilla. Perché una casa non paga il riscaldamento, sempre più caro, non salda il condominio e non copre le spese di assistenza. A Milano, si sa, la quotidianità presenta un conto più salato. Secondo l’ultima indagine del Codacons a settembre scorso il capoluogo lombardo è saldamente in testa. È la città più cara d’Italia: per acquistare il «paniere» di 33 beni e servizi, dalla spesa al dentista, dal parrucchiere alla pizzeria servono 693 euro. A Napoli 402, tanto per fare un confronto. Quasi 300 euro al mese per gli stessi acquisti. Perchè a Milano sono soprattutto i servizi a fare la differenza e pesano soprattutto per chi vive di un reddito fisso. Come la pensione che resta sempre la stessa ma cambia parecchio quello che può comprare. Altro dato. Una recente ricerca Fnp-Cisl Lombardia aveva quantificato il costo delle rette delle residenze sanitarie assistenziali: 98 euro al giorno, quasi tremila euro mensili contro circa 60 euro di altre zone lombarde.
Una cifra che mette in crisi anche famiglie con redditi più che dignitosi.
Ecco che quindi viene spontaneo chiedersi a un certo punto se davvero ne valga la pena. Una domanda non facile a cui dare una risposta.
Soprattutto a settant’annni quando lasciare Milano non significa solo cambiare indiÈ il costo del “paniere” di beni e servizi in città: 300 euro in più rispetto a Napoli rizzo. Significa allontanarsi dagli amici, rete indispensabile specie nella vecchiaia, dal medico di sempre, dal bar sotto casa, dai nipoti, da una rete di relazioni costruita negli anni.
Dopo, anzi accanto, ai giovani che se ne vanno perchè non riescono a comprare casa, perchè le giovani famiglie non ce la fanno ad arrivare a fine mese, gli anziani fanno i conti con un’altra forma di espulsione. A Milano il fenomeno si inserisce in una tendenza che già abbiamo raccontato mille volte. I milanesi scappano. A 20 anni per cercare stipendi migliori. A 70 per salvaguare quelli ottenuti. La conferma? Milano è diventata una calamita per i grandi patrimoni internzionali che fanno a gara per accaparrarsi l’attico da milioni di euro nella zona più figa. Di fatto il rischio è che diventi solo la città dove conta solo quanto puoi spendere.
