Per favore, adesso non chiamateli Robin Hood. Circola da domenica pomeriggio un brevissimo filmato: si vede un gruppo di ragazzi - tute nere, scarpe griffate, cappuccio ben calzato in testa - «regalare» il frutto delle razzie a un senzatetto. Gli lanciano dei vestiti, «Copriti che arriva l’inverno», «Tieni che hai freddo» gli dicono, con quel tono sprezzante di chi si sente sempre un gradino sopra. Un gradino sopra gli altri, un gradino sopra la legge.
L’account instagram «movimento17ottobre» ha rilanciato il video: «Si chiama esproprio proletario.
Redistribuzione della ricchezza», sottolineano. Molti commentano compiaciuti. Ma attenzione, un gesto apparentemente generoso non rende moralmente accettabile la devastazione che lo ha preceduto. Assaltare bar, negozi e supermercati causando milioni di danni non significa redistribuire la ricchezza. Lo dicono i maranza stessi: «Vado e spacco, è tutta roba gratis...». Meglio se all’ultima moda. Nike, Decathlon, Levi’s, Under Armour, Foot Locker, Champion e Arc’teryx: eccolo il guardaroba del maranza di piazza.
E allora, non evocate l’esproprio proletario.
L’espressione appartiene a una precisa stagione della storia politica italiana. Altri tempi, altre situazioni, altre piazze. La sinistra extraparlamentare rivendicava l’appropriazione collettiva dei beni come forma di conflitto contro il sistema economico. Si può discutere quanto si vuole quella stagione, ma appropriarsi oggi senza ragione di quel vocabolario per nobilitare qualsiasi saccheggio significa svuotare le parole del loro significato.
Chi oggi sorride a quel filmato, vede il dito ma non guarda la luna. Vede un presunto buonismo per non guardare alla Milano depredata e sfregiata.
Vede ragazzi che combattono per un ideale (ce ne saranno?) ma non guarda a chi sfascia solamente per avere un video da postare sui social.
Milano non è la foresta di Sherwood, Robin Hood non era un maranza.
