C’è qualcosa di teologicamente interessante nel dito medio di un prete. Per secoli la Chiesa ha indicato il cielo. A Milano, davanti a ragazzi impegnati a devastare la città, un sacerdote ha preferito indicare un’altra direzione. È il progresso della pastorale: dalla mano tesa al dito alzato, un gesto che, pur non figurando nel messale romano, possiede il pregio indiscutibile della chiarezza. Ha scelto una liturgia più breve: un dito, una falange alla volta e un messaggio che non richiede traduzioni dal latino. Certo il gesto non gli avrà fatto guadagnare punti Paradiso ma è stato di terrena efficacia. Il poliziotto con la testa rotta in piazza Duomo e il prete che «dribbla i santi» davanti al portone della chiesa di Sant’Alessandro di Zebedia: c’è un parallelismo tra i due volti di questa rivolta, due figure anacronistiche e detestate dalla sinistra in egual misura. Il gesto del prete è discutibile. Il Vangelo non contempla, fra le beatitudini, quella dedicata a chi manda al diavolo il prossimo. Ma sarebbe curioso se, in una città dove si può devastare lo spazio pubblico in nome del disagio sociale, l’unica cosa a scandalizzare fosse la reazione di chi assiste alla devastazione. Prendersela col termometro per non parlare della febbre. Chi rompe è promosso a interprete di un malessere collettivo, chi reagisce diventa il responsabile della temperatura sociale. Resta poi il paradosso più gustoso. Il dito medio è un gesto orizzontale, terragno, brutalmente umano. Non assolve, non redime, non promette il Regno dei Cieli. Però interrompe il linguaggio paludato con cui si finisce per amministrare l’impotenza. La Provvidenza, del resto, ha vie imperscrutabili. Non è detto che si manifesti sempre attraverso una colomba o una luce dall’alto. Talvolta assume la forma di un dito alzato in una strada milanese. Non proprio un miracolo. Ma, in una città che chiede ai suoi cittadini di porgere l’altra guancia, almeno un segno che qualcuno conserva ancora entrambe le mani.
