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Banche

Mps, bocciate da Norges le nozze con Mediobanca

Giovedì la resa dei conti a Rocca Salimbeni. Il fondo norvegese voterà contro Lovaglio anche alla fusione con Piazzetta Cuccia, che rimaneva sul tavolo

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Il destino dell’assemblea degli azionisti di Mps era già largamente segnato, tranne per uno dei cinque punti all’ordine del giorno: la fusione tra Mps e Mediobanca e la scissione parziale di Mediobanca Premier a favore di Widiba. L’amministratore delegato di Rocca Salimbeni, Luigi Lovaglio, avendo incassato l’appoggio - solo per questo punto - dai proxy advisor di Iss e Glass Lewis, confidava di mantenere per lo meno aperta la partita nell’assise dei soci di giovedì. Ieri però il fondo Norges Bank, azionista di Siena con quasi il 3% del capitale a fine 2025, ha sostanzialmente gelato le residue speranze. Il fondo norvegese ha motivato la decisione sul suo sito, sottolineando il suo diniego a tutti i punti all’ordine del giorno che «fusioni, acquisizioni e altre operazioni societarie dovrebbero massimizzare il rendimento per gli azionisti. Nel valutare tali operazioni, prendiamo inoltre in considerazione la presenza di una trasparenza sufficiente a consentire una decisione pienamente informata, l’equo trattamento di tutti gli azionisti e l’assenza di conflitti di interesse non necessari».

Il banchiere lucano, al fine di produrre un piano alternativo a quello di Intesa Sanpaolo, aveva lanciato una doppia operazione pubblica di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, oltre a una maxi cedola da 4 miliardi in azioni Generali e cash in caso di via libera in assemblea di almeno un’operazione. Tuttavia, salvo svolte clamorose, questo suo piano riceverà il no dell’assemblea in tutti i suoi punti. Un percorso difficile fin dall’inizio, dal momento che essendo Mps sotto passivity rule, per ottenere il via libera all’operazione avrebbe dovuto incassare il consenso dei due terzi degli azionisti presenti in assemblea.

Intesa Sanpaolo, al fine di blindare la partita, ha annunciato un rilancio di 0,25 euro per azione portando l’offerta a 31,4 miliardi. Al contempo, l’istituto ha comunicato che avrebbe ritirato la sua offerta in caso di appoggio alle proposte alternative di Lovaglio. Una mossa che ha spinto grandi azionisti come Delfin (17,5%), Caltagirone (13,5%), Benetton (1,4%), Praude (0,7%), Goldstone (1-2%), Fondaco (0,4%) e quattro investitori istituzionali americani a schierarsi contro Lovaglio mettendolo di fatto fuori dalla partita. Come si

diceva, alcuni big (come Delfin) si erano impegnati nel diniego in modo da preservare l’offerta di Intesa Sanpaolo. Non tutti però si erano esposti sulla fusione con Piazzetta Cuccia: un’operazione che non vede favorevole il gruppo guidato da Carlo Messina, il quale ritiene preferibile fare il delisting di Mediobanca ed eventuali integrazioni solo dopo la conclusione dell’Opas. Difficile, quindi, che il pacchetto pro-Intesa si disunisca, ipotesi che comunque rimaneva almeno potenzialmente sul tavolo. Il fatto che un grande fondo come Norges dica no alla fusione, rompendo il fronte degli investitori istituzionali, rende se non impossibile, quanto meno molto improbabile che la fusione con Mediobanca passi.

All’appuntamento con i soci non parteciperà il Mef, titolare di una quota del 4,9% e nei primi giorni della prossima settimana è attesa la decisione di Banco Bpm (3,7%). Sul fronte Intesa Sanpaolo, intanto, in settimana potrebbe arrivare l’ok della Banca centrale europea alla scalata.

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