“Qui non esistono giorni di malattia”. E quando un operaio presenta un certificato medico per quattro giorni di riposo, il documento viene strappato davanti ai suoi occhi. A un altro lavoratore che chiede di assentarsi per recarsi in Questura viene prospettato il blocco della pratica per il permesso di soggiorno. E c’è persino chi racconta di aver ricevuto istruzioni precise su cosa dichiarare in caso di controlli: “Mi è stato detto da Jamal che se ci fossero stati controlli avrei dovuto riferire che le mie giornate di lavoro erano di 8 ore non di più”.
È il sistema di sfruttamento ricostruito dalla Guardia di Finanza di Prato e finito al centro del decreto con cui il Tribunale di Firenze, Sezione misure di prevenzione, ha disposto per un anno l’amministrazione giudiziaria di Tessilform Spa, titolare del marchio Patrizia Pepe, e Dixie Srl.
Due importanti realtà della moda italiana che, secondo i giudici, avrebbero colposamente agevolato il sistema di caporalato attraverso rapporti commerciali continuativi con imprese nelle quali venivano sfruttati i lavoratori, senza effettuare adeguati controlli sulla filiera produttiva.
Il sistema di sfruttamento e le società coinvolte
Al centro dell’inchiesta della Procura di Prato ci sono i coniugi di origine albanese Merimando e Marjana Sula, entrambi 43enni, indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Attraverso una rete di società, L’Alba, Re-Stiro, For Service e Noa Group, avrebbero gestito un sistema produttivo fondato sull’abbattimento dei costi della manodopera.
Secondo gli investigatori, dietro le diverse denominazioni societarie, alcune delle quali formalmente intestate a prestanome, si nascondeva un’unica organizzazione imprenditoriale, sostanzialmente riconducibile alla coppia. Le imprese si occupavano di confezionamento e finissaggio dei capi d’abbigliamento destinati anche a marchi conosciuti della moda italiana, impiegando soprattutto lavoratori di origine albanese, pakistana e bengalese.
Paghe da sei euro all’ora e turni fino a dodici ore
Le testimonianze dei dipendenti descrivono condizioni lavorative pesantissime. Paghe di appena sei euro all’ora, talvolta sette, turni che arrivavano fino a dodici ore giornaliere, straordinari non retribuiti, lavoro anche nei fine settimana e mancato riconoscimento di ferie, malattie e trattamento di fine rapporto.
Hossain Md Bilal, lavoratore originario del Bangladesh, ha raccontato di aver lavorato inizialmente dodici ore al giorno, sei giorni alla settimana, per uno stipendio mensile di 1.400 euro. Dopo l’assunzione formale, avrebbe continuato a lavorare nove o dieci ore al giorno, sempre per sei giorni alla settimana, percependo tra 1.100 e 1.200 euro al mese.
Un sistema nel quale le ore effettivamente lavorate, registrate anche attraverso dispositivi di rilevazione delle impronte digitali, non avrebbero trovato corrispondenza nelle retribuzioni.
L’aggressione subita da Bilal nel settembre 2025, durante un picchetto sindacale, è uno degli episodi da cui ha preso avvio l’attività investigativa. L’operaio, che stava manifestando insieme ad altri colleghi, venne colpito con calci e pugni. Le immagini dell’aggressione, diffuse sui social, contribuirono a focalizzare l’attenzione sulle condizioni dei dipendenti e i rapporti tra le società.
Le minacce ai lavoratori e il ruolo dei caporali
Ma lo sfruttamento andava oltre gli stipendi. Il lavoratore Kader Md Abdul ha raccontato che, dopo aver presentato un certificato medico, Marjana Sula gli avrebbe risposto: “Qui non esistono giorni di malattia”. Il marito, Merimando Sula, conosciuto come Armando, avrebbe quindi strappato fisicamente il documento.
In un’altra occasione, quando un dipendente aveva chiesto un giorno libero per recarsi in Questura per questioni legate ai propri documenti, la donna lo avrebbe minacciato di far bloccare la pratica di soggiorno.
A controllare la manodopera erano anche persone di fiducia dei coniugi. Tra queste Shak Jamal, cittadino del Bangladesh, che gli investigatori descrivono come intermediario, reclutatore e controllore dei lavoratori bengalesi e pakistani impiegati nello stabilimento di via Lecce a Montemurlo.
Muhammad Arif lo definisce “il caporale”, mentre Hossain Shadat racconta che Jamal era “capo solo sulla carta”, occupandosi concretamente della sorveglianza degli operai. Sarebbe stato proprio lui, secondo la testimonianza di Sordar Shain, a suggerire ai dipendenti di dichiarare agli ispettori di lavorare solo otto ore al giorno.
Le conversazioni acquisite dagli investigatori documentano inoltre il suo coinvolgimento nel reclutamento della manodopera e nella trasmissione dei documenti dei lavoratori a Merimando Sula, al quale spettava la decisione finale sulle assunzioni.
La gestione delle imprese e il trasferimento della produzione
La gestione delle imprese sarebbe rimasta saldamente nelle mani della coppia albanese anche quando i dipendenti venivano formalmente trasferiti da una società all’altra.
“A gestire tutte le ditte è Marjana”, ha dichiarato il lavoratore Rahman Md Mijanur. La donna, secondo le testimonianze, impartiva gli ordini, stabiliva i turni, assegnava le mansioni e decideva sulla concessione di ferie e permessi. Il marito si occupava invece soprattutto dei pagamenti e dei rapporti economici.
Gli investigatori hanno inoltre ricostruito come, dopo le prime rivendicazioni sindacali, tra marzo e ottobre 2025 parte della produzione fosse stata progressivamente trasferita dagli stabilimenti di Prato ad altre società situate a Montemurlo, formalmente intestate a soggetti diversi ma riconducibili, secondo l’ipotesi accusatoria, alla medesima gestione.
Una strategia che avrebbe consentito di proseguire le attività produttive nonostante le contestazioni dei lavoratori.
I rapporti commerciali con Patrizia Pepe e Dixie
È in questo quadro che emergono i rapporti con Patrizia Pepe e Dixie. La Guardia di Finanza ha documentato una collaborazione commerciale continuativa tra le imprese dei Sula e Tessilform Spa, titolare del marchio Patrizia Pepe.
Tra il 2023 e il 2025, L’Alba ha emesso nei confronti della società 37 fatture per un importo complessivo di oltre 492mila euro. Le lavorazioni comprendevano stiratura, smacchiatura, imbustamento, riparazioni, lavaggi e applicazione dei cartellini.
Anche Dixie aveva intrattenuto rapporti commerciali con le imprese riconducibili alla coppia: 26 fatture emesse da L’Alba e Re-Stiro, per un totale di oltre 449mila euro.
Collaborazioni che, secondo il Tribunale, non possono essere considerate occasionali, ma rappresentavano rapporti economici costanti e significativi.
C’è però un ulteriore elemento che emerge dal decreto. I giudici evidenziano come i coniugi Sula intrattenessero rapporti confidenziali con Michele Antonelli, dipendente di Tessilform, che aveva rapporti commerciali diretti con Merimando Sula.
Nei dispositivi esaminati dagli investigatori sono state individuate conversazioni WhatsApp tra quest’ultimo e un contatto salvato come “Michele P&Pepe”, identificato in Antonelli.
Le accuse dei giudici: controlli insufficienti sulla filiera
Secondo i giudici, Tessilform e Dixie avrebbero continuato a intrattenere rapporti commerciali con le imprese riconducibili ai Sula senza verificare adeguatamente le condizioni nelle quali venivano realizzati i prodotti.
“È fuor dubbio che le società non abbiano mai controllato la catena produttiva”, si legge nel provvedimento. Gli investigatori non avrebbero trovato, tra la documentazione acquisita, verbali di verifiche preventive effettuate dalle due aziende presso i fornitori.
Il Tribunale sostiene che Tessilform, dopo aver omesso per anni le verifiche necessarie, avrebbe cercato di precostituire una prova successiva dell’esistenza di quelle procedure di controllo. Una circostanza che i giudici richiamano espressamente nel valutare le carenze nella vigilanza sulla filiera.
Quanto a Dixie, il decreto parla di un “vuoto assoluto” nei controlli sulle condizioni lavorative dei fornitori, sottolineando come non emergesse neppure una parvenza di verifiche, ma piuttosto la formalizzazione di una clausola di esonero dalla responsabilità della società committente.
Secondo il Tribunale, la rapidità delle lavorazioni, la flessibilità produttiva e i prezzi contenuti avrebbero dovuto indurre le aziende a verificare con maggiore attenzione la reale capacità organizzativa dei fornitori.
Invece, proprio l’assenza di controlli avrebbe consentito alle imprese riconducibili ai Sula di continuare a ricevere commesse, beneficiando di un modello produttivo fondato, secondo l’ipotesi accusatoria, sullo sfruttamento dei dipendenti.
L’amministrazione giudiziaria e la posizione delle aziende
I giudici individuano una responsabilità sul piano dell’agevolazione colposa, derivante dall’inerzia e dalla mancata vigilanza, senza attribuire alle due società una partecipazione dolosa al reato di caporalato.
Tessilform e Dixie non risultano infatti indagate penalmente nell’ambito del procedimento.
L’amministrazione giudiziaria, affidata a Donato Maria Pezzuto per un anno, è una misura di prevenzione finalizzata a correggere le carenze organizzative e a rafforzare i controlli sulla filiera.
Tessilform, da parte sua, ha precisato di aver interrotto da oltre un anno i rapporti con i fornitori coinvolti nell’inchiesta e di aver già avviato autonomamente un rafforzamento delle procedure di controllo.
