Gogna o verità? Depistaggi o un muro d’omertà che si sgretola? L’ultima verità sulla morte di David Rossi sfuggita alla Procura di Siena arriva dalle rivelazioni di due supertestimoni dall’identità protetta a due ufficiali di Pg (Alessandro Fagnani della Gdf e Adolfo Gregori dei Ris) della commissione che indaga sulla morte del manager Mps, volato dalla finestra il 6 marzo 2013 dopo «un’intimidazione finita male» presuntamente orchestrata secondo i parlamentari dal suo migliore amico - l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari - e dall’ex stella del calcio fiorentino Gabriele Ceccherelli, con un paio di sgherri non identificati, per evitare che lo facesse la mafia.
Nella saletta di Palazzo San Macuto i commissari Ilaria Cavo, Chiara Tenerani, Walter Rizzetto e Simonetta Matone, assieme al presidente Gianluca Vinci (Fdi), invocano «cautela» ma è tardi. Il fango è partito. E Mussari si difende annunciando querele a raffica.
I veleni su Mps, Siena e David Rossi puzzano, colpa di una magistratura incapace di dare risposte (o di farsi domande) e che oggi strattonata per la giacchetta tace. «Di chi è la competenza? Di quale Dda? A chi avete mandato questi verbali? È vero che si parla di politici compromessi coi boss negli omissis?». Domande a cui Vinci risponde con il sorriso di chi sa le risposte ma non vuole darle, perché sarebbero imbarazzanti per la magistratura. Mezza Siena non ci crede e qualche dubbio lo nutrono anche i familiari di Rossi, che invocano la magistratura per «accertare queste verità senza processi di piazza».
Lo scenario tracciato dalla Commissione di un banchiere presunto «mandante di un’azione di intimidazione» per spaventare l’amico David per evitare che lo facesse direttamente la ‘ndrangheta, pensare che questi due mondi incompatibili andassero bellamente a braccetto è un’ipotesi che lascia sconcertati, come l’idea che la star del Calcio fiorentino detto Lo Zena sia un mezzo killer. Entrambi si dicono estranei, mentre il presunto esecutore rimasto nel vicolo vorrebbe farsi sentire subito dalla commissione. Nelle intenzioni il raid doveva essere «un gioco da ragazzi», come entrare e uscire dalla banca senza essere ripresi e andare nell’ufficio di Rossi. A inguaiare Mussari sarebbe stato un imprenditore calabrese in galera a Bologna per altri reati, non connessi con David Rossi, che si dice testimone dell’incarico che Mussari avrebbe dato ai due emissari. L’imprenditore si sarebbe fatto avanti qualche tempo fa con le Iene, tra i pochi a volerci veder chiaro nella morte di Rossi. E, assicura Vinci, «non si conosce» con l’altro testimone. Ecco perché c’è interesse.
C’entrerebbe la cosca Grande Aracri, che dagli anni Novanta ha in mano l’Emilia-Romagna rossa, all’insaputa del Pd, ma nessun boss avrebbe messo in piedi questo pasticcio. Gli interessi c’erano: i «50 milioni alla volta che Rossi spostava con un click», con chiavette Usb e valigette piene di cash, riferisce uno dei testimoni. «Accuse lunari, nessuno può farlo senza allertare i sistemi di controllo», replica Mussari al TgLa7. C’entrano le società sportive finanziate con soldi che le cosche avrebbero dirottato altrove. E si torna a Viadana (Mantova) e ai soldi del prestanome dei Grande Aracri legati a Ge Capital Interbanca, l’istituto in pancia ad Antonveneta che Santander sfilò prima che Mps la comprasse (strapagandola) per 9 miliardi. E si passa da Brescello, sciolto per le infiltrazioni nel post sisma 2015 denunciate da una collaboratrice di Vinci, minacciata sotto casa. Quasi nessuno allora sapeva che cercava anche tutta la verità su David Rossi.
