Le strappano il figlio e lo affidano al padre violento: "Ha picchiato mamma"

La storia di Giada è l'ennesimo racconto di una madre straziata dalla sofferenza di vedere un figlio strappato dal suo calore con accuse ingiustificate e false relazioni stilate dagli assistenti sociali

“Voglio tornare a vivere con la mamma, con lei era tutto più bello”. Poche parole e un solo desiderio, quello di stare con la persona che gli ha dato la vita. È questo che spera Alessio (nome di fantastia ndr), il bimbo, di soli 13 anni che, in un messaggio colmo di sofferenza, ha riassunto quello che sta vivendo dopo essere stato allontanato da casa dai servizi sociali.

Tutto ha inizio nell’ormai lontano 2010 quando Giada, la mamma del piccolo, dopo l’ennesimo scontro violento con il marito, con il quale convive nella loro casa a Roma, decide di chiedere la separazione. “Erano anni che subivo, non ho mai avuto il coraggio di denunciare, ma Alessio vedeva tutto e la situazione era diventata pesantissima. Così ho deciso di dire basta", ci racconta la mamma con la voce rotta dal dolore. Una decisione, presa per salvare il proprio bambino da quell’inferno, che le costerà un calvario che ancora non vede fine. L’uomo infatti inizierà a minacciarla, promettendole di renderle la vita impossibile ma, sopratutto, di privarla dell’amore più grande della sua vita: suo figlio.

Durante la prima udienza per la separazione infatti, il papà chiederà che Alessio venga affidato a lui, con il supporto del mantenimento economico della madre. Una richiesta che verrà rigettata dal giudice, ma che si rivelerà soltanto il primo tentatativo di vincere una battaglia personale contro la moglie e ai danni del bambino. Il padre, non accettando la decisione presa in tribunale, si rivolge ancora una volta ai giudici e, in corte d’appello, dopo aver denunciato la madre di non essere in grado di accudire il bimbo, chiede che venga messo in una casa famiglia. Il papà era stato bollato come violento e con problemi comportamentali e non sarebbe riuscito, in quel momento, ad ottenere l’affido del minore. Così, pur di toglierlo alla moglie e realizzare la minaccia che le aveva fatto, propone di far vivere Alessio in una casa senza i suoi genitori. La proposta, presentata dai legali del padre, viene accettata dopo che i giudici avranno disposto un CTU per valutare le capacità genitoriali della madre. “Non avevano niente di cui accusarmi. Io ho solo subito negli anni in cui sono stata con lui e il mio bambino, purtroppo, ne è sempre stato testimone.” Racconta, trattendendo le lacrime, Giada. La speranza era che tutto si risolvesse con qualche controllo al quale lei si è subito resa disponibile. Se non fosse che, la consulente tecnica d’ufficio nominata dal tribunale decide di far valutare il profilo psicologico e comportamentale della mamma ad un’associazione in cui la responsabile figurava nella sua stessa persona e il consulente legale era l’avvocato al quale si era rivolto l’ex marito di Giada. In questa situazione di palese conflitto d’interesse arriva la prima batosta. La madre viene giudicata “simbiotica” e le vengono addossati comportamenti inappropriati nei confronti di suo figlio.

Alessio viene prelevato da scuola, senza preavviso, davanti ai suoi compagni. A portarlo via ben 8 persone, tra operatori e polizia. Viene accompagnato in una casa famiglia. “Ero distrutta. Vivevo per trovare il modo di tirarlo fuori da lì", racconta ancora la mamma. Perché Alessio non stava bene e ogni giorno i messaggi che mandava alla madre erano un colpo al cuore per lei. Sfinita dalla sofferenza di non poter far niente. Di sentirsi impotente davanti alla forza dell’ingiustizia. “Non vivo senza di te. Mi manchi. Non faccio altro che piangere.” Scriveva il piccolo.

Dopo sette lunghissimi mesi di battaglie giudiziarie, Giada riuscirà a tirare fuori il suo bambino dalla struttura per minori. Viene portato a vivere con la nonna materna e affidato al padre con “restrizioni” dopo che. l'uomo,era stato giudicato “pericoloso e affetto da disturbi del pensiero” e che aveva proposto di mandarlo in casa famiglia. Giada può vederlo soltanto un’ora a settimana e sempre sotto l’osservazione di un assistente sociale. “Ogni volta che mi costringevano a staccarmi da lui piangevamo a singhiozzi. Era un sofferenza inudita.” Ci spiega la mamma.

I mesi di relazioni stilate dagli assistenti sociali però, fanno rivedere a Giada la luce in fondo al tunnel. Le parole scritte, nero su bianco, sembrano essere un passo verso la verità. Un riscatto nei confronti di tutti gli anni passati a subire le conseguenze delle menzogne. “Il minore racconta che la madre va a trovarlo due volte alla settimana e lui è molto contento di vederla, parlano molto e piangono insieme perché entrambi soffrono molto per questa situazione….a volte la notte non riesce a dormire e si mette a piangere, ripete con insistenza che il suo unico desiderio è quello di uscire dalla casa... ” Scrive uno degli assistenti. Che prende nota anche dell’astio da parte del minore nei confronti del papà: “del padre in questo mese parla (poco) in modo ancora più asciutto e risentito. non lo chiama neppure per nome, ma si riferisce lui come ‘quello’”.

Ma le prove che raccontano la realtà obbligata in cui era costretto a vivere Alessio, in sede di tribunale, non verranno mai prese in considerazione. I verbali dell’educatore non contano. E a dirlo è proprio il giudice che, dopo aver acquisito solo alcune delle documentazioni, dichiara in sentenza che “ (…) rimane superfluo acquisire tutti verbali e le videoregistrazioni degli incontri avvenuti presso il servizio sociale tra madre e figlio”. A niente servirà la scelta di Alessio di scrivere, di suo pungo, una lettera indirizzata al giudice per chiedergli di accogliere la richiesta di tornare a vivere con la sua mamma nella sua casa a Roma e riprendere quella felice e dinamica vita che tragicamente si era interrotta quando il padre ha deciso di collocarlo in casa famiglia.

Nonostante i pianti e le denunce del piccolo, prontamente registrate da Giada durante gli incontri con gli assistenti sociali, in cui racconta di aver visto il papà picchiare la mamma e di detestare il pensiero di dover vedere l'uomo, nell’ultima udienza il piccolo viene affidato al papà. Questa volta senza alcuna restrizione. Adesso vive con lui dal 31 del luglio scorso. Ma nè lui nè la sua mamma si rassegnano a questa decisione e le lacrime di Giada ne sono l’ennesima prova: “Lo sento una volta a settimana e non lo vedo più da agosto, nonostante gli incontri fossero stati fissati ogni quindici giorni. Sono disperata. Le uniche forze che mi restano in tutta questa sofferenza sono quelle per lottare. Devo farlo per lui. Per noi.”

Commenti

mv1297

Dom, 15/12/2019 - 08:48

Credo che in Italia, dopo il 1968, si sia instaurato un regime dittatoriale ben mascherato, a cui tutti i cittadini sono costretti ad obbedire, pena gravi conseguenze. Ovviamente se si è di una certa parte politica, per magia, le conseguenze non ci sono. Parlo perché anch’io vittima.

ginobernard

Dom, 15/12/2019 - 09:44

e si discute ancora? se il figlio vuole stare con la mamma fatelo stare con lei no? ha 13 anni saprà decidere no?

GiovannixGiornale

Dom, 15/12/2019 - 10:30

Concordo con mv1297. È cominciato prima, ma il 68 è stato l'anno decisivo per la svolta demenziale dell'Italia. Viviamo in un modo all'incontrario. Prendiamone atto.

Ritratto di Leonida55

Leonida55

Dom, 15/12/2019 - 11:57

@mv1297 - sostengo anch'io la tua tesi.

scurzone

Dom, 15/12/2019 - 12:09

Questi cattivi assistenti sociali che vogliono male ai bambini! Ma fatemi il piacere. L'articolo omette parecchie verità.

Ritratto di perSilvio46

perSilvio46

Dom, 15/12/2019 - 12:47

Questa tragedia testimonia che assistenti sociali (legati alla sinistra?), giudici (toghe rosse?) e connivenze sospette richiedono un totale repulisti della magistratura e del sistema di assistenza e affido. Queste situazioni generano sofferenze che in un Paese civile come sarà l'Italia SOVRANISTA non potranno essere tollerate. Purtroppo fino ad allora ci sarà ben poco da fare: un'organizzazione così capillare e ispirata ai principi del '68 non può essere smantellata fino a che sono in vigore le "democratiche" divisioni dei poteri che consentono a toghe (rosse?) di "ritenere superfluo acquisire prove". Per recidere questo bubbone dovranno essere applicati i principi del "Manifesto di Pescara": un Capo con i pieni poteri e un partito unico (sovranista)".

ziobeppe1951

Dom, 15/12/2019 - 13:15

METODO BIBBIANO

Ritratto di Lucio Flaiano

Lucio Flaiano

Dom, 15/12/2019 - 13:45

BIBBIANO ovvero da qui all'eternità (from here to eternity)? Servizi talvolta asociali...