Rivolta sì, purché non solitaria

Dodici scritti di Albert Camus. Appartengono al periodo tra il ’45 e il ’55, dieci anni che per molti segnano la fase più in ombra dello scrittore francese. Intrappolato nelle cerimonie di una società letteraria a cui non apparteneva, Camus qui dimostra, invece, che il suo essere un «uomo in rivolta» non era un ricordo. Mi rivolto dunque siamo (Elèuthera, pagg. 120, euro 12, trad. Guido Lagomarsino) include «scritti politici» in cui il «cattivo maestro» della New Left americana anni ’60, il rivale di Sartre, respinge i diktat dell’individualismo esasperato e anticipa i nostri tempi (im)mediati. Per farci capire che «non vivendo più ai tempi della rivoluzione possiamo almeno imparare a vivere il tempo della rivolta» e che «quando saremo tutti colpevoli allora sarà davvero la democrazia».
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