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Dalle scorte al petrolio: come e perché la Cina si prepara a una guerra prolungata

Il governo cinese sta rafforzando le riserve energetiche e diversificando le rotte del greggio. Pechino sta anche trattando con gli Houthi per proteggere i rifornimenti. Cosa c’è dietro la strategia del Dragone

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La Cina si sta preparando a uno scenario che potrebbe andare ben oltre a una semplice, seppur grave, crisi temporanea del petrolio. Lo spauracchio che terrorizza Pechino coincide con l’ombra di una guerra prolungata in Medio Oriente caratterizzata da interruzioni dei traffici marittimi, prezzi elevati dell’oro nero (e non solo quello) e conseguenze dirette sull’economia mondiale. Il gigante asiatico, che non può permettersi di perdere l’accesso alle forniture energetiche, non intende esporsi completamente alle decisioni di Washington o agli sviluppi militari nel Golfo Persico. Per questo, negli ultimi mesi, il governo di Xi Jinping ha lavorato su più fronti. Ha accumulato greggio e cercato rotte alternative, mantenuto aperti i rapporti con produttori che si trovano su fronti opposti del conflitto e attuato un’intensa diplomazia. L’obiettivo? Assorbire gli shock senza essere costretti a ridurre drasticamente la produzione industriale, i trasporti e i consumi.

Le scorte petrolifere della Cina

Il primo scudo innalzato dalla Cina è rappresentato dalle scorte di “oro nero”. Secondo quanto riportato da Bloomberg le riserve petrolifere cinesi avrebbero superato 1,2 miliardi di barili, offrendo a Pechino un margine di manovra mentre il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz resta esposto ai rischi della guerra. La costruzione di questo cuscinetto non è iniziata con l’attuale crisi. Già nell’ottobre 2025 la Cina prevedeva di aggiungere almeno 169 milioni di barili di capacità di stoccaggio nel biennio 2025-2026.

Quella del Dragone è una politica di lungo periodo che combina riserve strategiche e commerciali. Accumulare petrolio quando l’offerta è abbondante permette infatti di ridurre la dipendenza dagli acquisti immediati durante le emergenze e di evitare che ogni interruzione si traduca automaticamente in una crisi interna.

Rotte commerciali e diplomazia

Molto interessante anche una seconda traiettoria imboccata dalla Cina. Al netto, anzi accanto, all’accumulo di scorte, Pechino ha avviato contatti diretti con gli Houthi yemeniti per consentire alle proprie petroliere di attraversare il Mar Rosso senza essere attaccate. Il passaggio attraverso Bab el-Mandeb è infatti diventato cruciale dopo le restrizioni al traffico nel Golfo Persico.

Non è un caso che lo scorso luglio due superpetroliere, la Xin Long Yang e la Cosnew Lake, abbiano attraversato il suddetto stretto trasportando complessivamente 4 milioni di barili di greggio saudita. Altre navi dirette in Cina hanno seguito rotte analoghe. Bisogna considerare anche un dato politico: Pechino cerca di garantirsi un accesso al petrolio saudita senza rinunciare ai rapporti con Teheran, sfruttando la propria posizione di grande acquirente e interlocutore diplomatico.

La diversificazione di Pechino

Il terzo strumento utilizzato dalla Cina chiama in causa la diversificazione delle forniture, compreso il ricorso a canali commerciali che aggirano le sanzioni. Il petrolio iraniano continua ad avere un ruolo importante, ma le quantità effettivamente consegnate possono cambiare rapidamente. Le spedizioni iraniane arrivate in Cina sono scese da un picco di 1,7 milioni di barili al giorno a marzo a circa 523.000 a luglio. Una parte del greggio viene trasferita da una nave all’altra al largo della Malaysia, prima di proseguire verso i porti cinesi.

Questi meccanismi non eliminano però i rischi. Le petroliere possono essere bloccate, i trasferimenti diventare più costosi e le sanzioni complicare i pagamenti. Per questo, all’inizio di ottobre, alcune raffinerie indipendenti cinesi avevano acquistato tra 15 e 20 milioni di barili di greggio iracheno e qatariota per compensare la diminuzione delle forniture iraniane.

Una guerra di lungo periodo?

Basta unire i punti per capire a cosa punti la Cina. La guerra in corso in Medio Oriente potrebbe durare abbastanza a lungo da modificare gli equilibri energetici e commerciali internazionali e Pechino, primo importatore mondiale di greggio, avrebbemolto da perdere da una crisi prolungata.

Le sue riserve, la capacità di trattare con produttori rivali e il peso delle raffinerie le consentono in ogni caso al gigante asiatico di assorbire parte delle interruzioni e di adattare gli acquisti alla disponibilità effettiva del petrolio. La cautela cinese negli acquisti ha inoltre contribuito a contenere la pressione sui mercati durante alcune fasi della crisi. Resta tuttavia un limite: le scorte non sono infinite e una guerra lunga può colpire contemporaneamente produzione, trasporti e infrastrutture. Questo Xi lo sa molto bene e vorrebbe evitarlo.

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