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Conte smaschera Elly: “Lei ha tagliato la strada a un terzo nome del Pd”

Il leader grillino dopo il niet a Gualtieri come candidato a Palazzo Chigi: “L’ostinazione di Schlein rende tutto più difficile”. I dubbi sulla tenuta della coalizione

Il presidente dei Cinque stelle Giuseppe Conte durante settima edizione della rassegna "Il coraggio della pace" presso l'Unione operaia di colonnata a Sesto Fiorentino, 3 ottobre 2026 Ansa/Claudio Giovannini

Ore 22 di sabato sera. Da qualche ora è andato in scena il primo scontro tra i duellanti del «campo largo», Elly Schlein e Giuseppe Conte. Squilla il telefono e dall’altro capo si materializza la voce del leader dei 5stelle. Cortese e affabile come al solito. Sono due qualità che tutti gli riconoscono e chi non lo fa è in malafede. «Ho visto che mi ha chiamato - esordisce - ma immagino che abbia già scritto il pezzo». Da lì parte una conversazione libera, dato che l’articolo è già in stampa, che ha un nucleo centrale, un dato che l’ex-premier vuole che sia messo agli atti per il futuro: «La cosa che più mi dispiace - spiega - è che qualcuno abbia considerato la mia proposta alla Schlein di fare entrambi un passo indietro, cioè l’idea di un terzo uomo come un esercizio di pura tattica. Non è così: era un proposta reale. Una proposta vera».

Per essere più convincente, per dimostrare all’interlocutore che è sincero l’ex-premier confessa quale sia ora il suo rapporto con Palazzo Chigi. Un desiderio che non è quello di Sméagol/Gollum verso l’Anello: Conte per intenderci non ha l’ossessione di quel Palazzo, non accarezza quel sogno, non lo chiama come il personaggio di Tolkien «il mio tesoro». Probabilmente nelle sue parole c’è furbizia ma anche un tasso di sincerità. «Diciamoci la verità - si confida - dopo aver fatto per due volte il presidente del Consiglio, dopo aver accumulato una quantità di stress che lei neppure immagina anzi bisognerebbe chiederlo alla Meloni che a quanto mi dicono è alquanto provata; e ancora dopo essere uscito da quell’esperienza con il consenso e l’approvazione di tanta gente, le pare che il mio problema sia quello di tornare a Palazzo Chigi. Le assicuro che non è così. Lo dico chiaramente, ho un unico obiettivo: avere una coalizione che sia davvero performante, che sia capace di imporsi nella competizione con la destra e che tenga conto delle peculiarità e dell’identità dei 5stelle». Il primo messaggio, quindi, è che la sua proposta era vera, non era tattica, e magari - chissà cosa deciderà la Consulta sulla legge elettorale - potrebbe esserlo ancora. Sul nome del terzo uomo non dice niente. Ma il suo silenzio nella conversazione sul nome di Roberto Gualtieri, del ministro del Tesoro del suo governo che controfirmò il Superbonus, ha l’intenso sapore dei «sì». Il secondo messaggio lo ritrovi invece in quell’aggettivo: «performante». Non lo dice esplicitamente ma in quel ragionamento si arguisce che non considera la segretaria del Pd una candidata competitiva. Soprattutto, non la immagina rappresentativa dell’intera coalizione. E non è detto che le primarie risolvano il problema: Di Battista lo ha già detto l’altro giorno nella trasmissione «made Il Fatto», «Accordi e Disaccordi». Inoltre Conte ha la mentalità del democristiano, viene dalla terra di Aldo Moro, ha una propensione verso la mediazione, il compromesso. Nella Storia della prima Repubblica sono pochi i segretari di partito che sono diventati direttamente premier dopo una tornata elettorale: solo Fanfani e Craxi. Nella Seconda Berlusconi e Meloni ma il loro partito rappresentava la metà dei voti della coalizione e a volte addirittura il doppio di quelli avuti dagli alleati (il Cav nel 2001). In più si tratta di un’alleanza che va avanti da trent’anni. Ora la nuova legge prevede l’indicazione del premier ma il campo largo - parola di Conte - è una coalizione «inedita» e non c’è un partito che almeno nei sondaggi possa rivendicare la metà dei voti. Certo le primarie possono imporre un nome ma non è detto che poi gli elettori degli altri partiti dell’alleanza lo votino. Tantopiù che i toni dello scontro tra Schlein e Conte da venerdì sono diventati roventi. E la dinamica delle polemiche sembra anticipare una sorta di equazione nella mente dell’ex-premier: se il candidato alla premiership sarà la leader del Pd l’atteggiamento dei 5stelle sarà molto rigido sui punti del programma per salvaguardare la propria identità nella consultazione elettorale; con un altro nome di mediazione, magari sempre del Pd, l’atteggiamento potrebbe essere meno puntiglioso. È l’indicazione che si evince dal terzo messaggio insito nella telefonata di venerdì sera. «La Schlein con le uscite fatte in direzione che erano tutte ad uso interno - osserva Conte - ha reso più complesso il percorso di un’alleanza inedita e complessa. Questa sua ostinazione senza sentire nessuno, senza immaginare un’altra opzione neppure nel suo partito rende tutto più difficile». Un’affermazione che ha un corollario da cui traspare l’astuzia del democristiano, dell’uomo che si muove a suo agio nel movimento «pro Pal», come nelle sacrestie. «La Schelin - sibila - ha tagliato la strada soprattutto a quelli del suo partito, sono loro che sin dall’inizio ha temuto di più». A ben vedere sono più i prolegomeni di una rottura che non di un’alleanza.