Elly Schlein si «pappa» un altro pezzo dei riformisti del Pd e incassa il plebiscito per la premiership. La segretaria teme sgambetti alle primarie: le opzioni Gori e Gentiloni preoccupano la capa del Pd. Ecco che il fedelissimo Igor Taruffi confeziona l’odg per mettere definitivamente fuori gioco i riformisti. L’assemblea nazionale dei dem approva, a sorpresa, una modifica per blindare la candidatura unica nel Pd di Elly Schlein alle primarie e alle elezioni politiche per la poltrona da premier. Una mossa che passa con una larghissima maggioranza: 578 sì, 26 astenuti e 3 contrari. I riformisti, ridotti a comunità di testimonianza in un Pd schleiniano, protestano: «Una forzatura incomprensibile, nessuno avrebbe mai messo in discussione la candidatura di Schlein alle primarie o come candidato premier. Perché sancirlo con un ordine del giorno? Quando è necessario, si fa un regolamento. Come accadde nel 2012 tra Bersani e Renzi (entrambi del Pd)» ragiona con il Giornale un parlamentare dell’area riformista. Il parlamentare evidenzia un passaggio: «Dopo questa assemblea possiamo dire che nel Pd c’è unità ma non certamente unanimità».
Qualche riformista si è perso per strada? «Il coraggio non è una dote comune» rincara la nostra fonte. In effetti l’ala capitanata dall’ex ministro del Lorenzo Guerini si assottiglia: appena 26 voti. Alcuni si sono accodati alla linea della segretaria. Effetto candidature. C’è una pattuglia (ex riformista) passata nel campo di Schlein. Da Piero De Luca a Debora Serracchiani. L’ex ministro Paola De Micheli rivela di aver votato a favore dell’odg. A nome dei 26 riformisti in assemblea prende la parola Guerini che argomenta il dissenso: «Non metto in discussione la scelta che questo partito sostenga Elly e indichi un impegno corale a sostenerla alle primarie, questo non va messo in discussione. Dico che però le regole hanno un senso e un ordine del giorno non può derogare alla regola.
Prendo atto dell’ordine del giorno e credo che non sia in linea con le previsioni dello statuto e quindi non possiamo votare a favore pur non mettendo in discussione il sostegno a Schlein. Quindi ci asterremo». Più netto Filippo Sensi: «Unità sì. Unanimità no. Il Pd esce sempre più forte dal confronto e dalla pluralità delle idee. Non c’era bisogno di forzature: Schlein si candida alla guida del Paese. Lo faremo insieme, ognuno con la sua voce, ognuno con le sue idee. Nel e per il Pd» rilancia dei profili social.
