Sabato, la Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, a Torino, ha ricevuto la visita di un gruppo di giovani purtroppo poco interessati alla lettura. I ragazzi si erano staccati dal corteo contro il carovita. Dopo aver indossato il passamontagna, le avanguardie rivoluzionarie hanno fatto irruzione in libreria, rovesciando a terra volumi ed espositori. La scelta della vetrina è stata un’involontaria finezza.
Feltrinelli non è un negozio qualunque: è la catena fondata da un miliardario (in lire) morto nel 1972 sotto un traliccio di Segrate mentre cercava di far saltare il sistema.
Mezzo secolo di catalogo militante (i pamphlet terzomondisti, la guerriglia in edizione economica) è stato calpestato da chi sogna ancora la rivoluzione.
Come se i chierichetti prendessero a sassate le vetrate della sacrestia.
Naturalmente i ragazzi non lo sapevano. Per loro la Feltrinelli era una vetrina come un’altra, tra il bar e il binario, e un libro vale l’altro, purché faccia rumore quando atterra sul pavimento. Ora attendiamo l’opinione della sinistra intellettuale, che per decenni ha fatto delle librerie i suoi presìdi e delle presentazioni i suoi riti. Si parlerà di pochi facinorosi e di disagio sociale. Resta il fatto che chi scende in piazza per il pane e se la prende con i libri ha già deciso di quale dei due può fare a meno.
Giangiacomo voleva far saltare i tralicci. I suoi eredi si accontentano di far cadere i tascabili. È la decrescita felice della rivoluzione.
