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Renzi lancia l’“opa” sui riformisti di Fi. Ma Tajani chiude: “Il centro siamo noi”

La strategia dell’ex premier per raccogliere i delusi in caso di accordo con Vannacci. Il leader Iv: “Con i 5S ci uniscono tante cose”

Al timone Matteo Renzi, leader di Italia Viva, alla 14esima edizione della Leopolda, cominciata venerdì a Firenze A destra Giuseppe Conte

nostro inviato a Firenze

Facciamo da me o da te? Nel giorno in cui Matteo Renzi chiama a sé riformisti di Forza Italia, Antonio Tajani si affretta a blindare le porte del castello azzurro. È il contraddittorio tra centro democratico e centro popolare, speculari ma diversi. Ieri, dal timone dell’antica stazione fiorentina, l’ex premier ha chiuso la 14esima Leopolda vestendo i panni del tessitore unitario: «Il centrosinistra deve andare unito o la Meloni va al Quirinale». È lo «spettro», per il campo largo, con cui cercare un pizzico di armonia interna. Casa riformista però (è il convincimento renziano) va allargata. Scatta allora l’appello ai riformisti di Fi, più che a quelli del Pd: «Lasciate il centrodestra, quella coalizione non è la vostra». «Non potete stare - incalza - con chi nega l’Europa. Non può farlo chi ha creduto al sogno di Berlusconi». Un appello che nasconde una variabile, e cioè che il centrodestra, in qualche modo, trovi la quadra con Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Una prospettiva a oggi inesistente. Ma Casa riformista, al bisogno, sarebbe pronta ad accogliere i transfughi in difficoltà. Renzi ha già lanciato la scialuppa.

Il ministro degli Esteri replica, pescando la carta Battiato: «Siamo noi il centro di gravità permanente». Il presidente calabrese Occhiuto gioca con lo specchio, recapitando un invito al contrario: «Esponenti come Renzi li vorrei nel centrodestra». Il deputato d’Iv Francesco Bonifazi sostiene che la Leopolda abbia fatto «impazzire molti amici di Fi». Ma la capacità aggregativa dell’ex premier, almeno nel centrosinistra, esiste davvero. Vincenzo De Luca, Giorgio Gori, Matteo Hallisey, Vincenzo Spadafora: alla Leopolda di quest’anno si è intravisto un progetto in grado di superare Italia viva. «Porte aperte» ai riformisti, scandisce allora il padrone di casa. Lui, alle Politiche del 2027, non correrà nel premio di maggioranza. Anche gli altri «centristi» del Campo largo, più centrini in realtà, dovrebbero fare lo stesso: è questa «la condizione» posta. Certo, «gente come Ingroia», che ha da poco sposato la causa di Alessandro Onorato e Ismaele La Vardera, non può vestire la maglietta garantista con Iv. Nello speech di Renzi c’è spazio per la politica estera, con l’afflato anti-trumpiano su Cuba: «Una vergogna di cui nessuno parla». Poi l’Ucraina: «Non si svende, si difende». La questione del «tostapane», la garanzia richiesta da Giuseppe Conte, è già acqua passata. Ma questa volta è il leader Iv a domandare qualche assicurazione: «Mai più Salvini al Viminale, ma più Giorgetti in Consiglio dei ministri e non staremo mai dalla parte di Donald Trump». La notizia è che per l’ex premier le «cose che uniscono» sono più di «quelle che dividono» anche in relazione ai 5 Stelle. Renzi ne ha per Francesca Albanese: «Più estremista dei mediatori di Hamas». La Leopolda 2026, «ritorno a Itaca», si chiude con un appello alla «generazione Telemaco», i più giovani. L’ex premier vuole i trentenni in campo, senza ricerca di garanzie ma con l’ambizione di prendersi quello che gli spetta. La scommessa di Casa riformista passa anche da loro.