Tutti i libri di Giuseppe Scaraffia sono belli, ma, parafrasando l’Orwell di La fattoria degli animali, alcuni sono più belli degli altri... È il caso di Nostalgia di Parigi (Neri Pozza, pagg. 288, euro 24) che ha per sottotitolo «Il romanzo del Quartiere latino» e che si dipana come una conversazione a più voci dove i protagonisti sono sia di carne e ossa, sia di pietra e cemento: romanzieri, poeti, pittori, intellettuali, ma anche strade, piazze, ponti, palazzi, caffè... L’arco di tempo è circoscritto, gli anni fra le due guerre mondiali che fecero di Parigi la capitale europea e quindi mondiale della cultura. All’indomani del 1945, intatta architettonicamente e un po’ malmessa spiritualmente (c’erano stati l’occupazione tedesca e il collaborazionismo e quanto a resistenza non è che la Francia avesse particolarmente brillato), Parigi si era illusa che tutto sarebbe tornato come prima, ma ormai il potere, politico, economico, culturale, era volato oltre oceano e non sarebbe più tornato. Per certi versi, l’esistenzialismo di Sartre e compagni più che una filosofia fu la campana a morte di quell’antica grandeur.
Negli anni Venti e Trenta, dunque, come ci racconta Scaraffia, a Parigi c’erano andati tutti e tutti prima o poi ci erano tornati, i russi bianchi in fuga dalla rivoluzione rossa d’Ottobre, gli antinazisti in fuga da Berlino e gli antifascisti in fuga dall’Italia, gli americani e gli inglesi in fuga dal moralismo e dall’ipocrisia anglosassoni e forti di un cambio monetario che gli permetteva una vita che a Londra o a New York sarebbe stata per loro impossibile. E comunque, per dirla con un artista del calibro di Wyndham Lewis, «se si deve morire di fame, meglio Parigi che Londra»...
Come racconta con chiarezza il titolo, questo è un libro nostalgico scritto da un nostalgico, uno che utilizza su di sé «la lente affumicata che ci consente di fissare, senza restare abbagliati, il sole nero del passato». Anche i luoghi più consumati e più inflazionati di quella Parigi da lui raccontata sono in grado di lavare «con la marea invisibile della memoria le banalità del presente, riconsegnandoci, ancora umida e intatta, la conchiglia sonora del passato», una poesia più che una frase, viene da dire nel rileggerla...
Il quartiere è chiamato così perché nei secoli passasti, e ancora fino all’epoca scelta da Scaraffia, il latino era una sorta di lingua franca degli studenti. Il primo libro di Robert Brasillach, che fu un brillante alunno del liceo Louis-Le Grand, si intitolava Présence de Virgile...
Il quartiere ruota del resto intorno alla Sorbona, comprende due arrondissements, il V e il VI, ed è incastonato fra Montparnasse e Saint-Germain, anche se i suoi confini sono mobili. Per fare un esempio, due dei suoi più celebri caffè, La Coupole e La Rotonde, sono sì uno di fronte all’altro, ma uno è latino e l’altro montparnassiano...
Come che sia, Nostalgia di Parigi è, come scrive il suo autore, «più che una guida uno stradario, l’evocazione, anche solo per un breve momento, dei fantasmi di chi ha vissuto quelle strade». Uno stradario fatto di teatri, locali notturni, bordelli, librerie, salotti, giardini... I protagonisti dell’ultima grande stagione culturale e artistica di Parigi, nota giustamente Scaraffia, «erano in maggioranza giovani e anche a questo si deve il clima euforico e dinamico di quegli anni».
I nomi e le storie raccontate nel libro sono legione, da Joyce a Pound a Orwell, passando per Malraux e Drieu La Rochelle, Isadora Duncan e Walter Benjamin, Heinrich e Klaus Mann, Joseph Roth, Nina Berberova, Marina Cvetaeva, Henry Miller... Quegli anni fra le due guerre furono del resto anche ad alto tasso ideologico: meeting,
comizi, comitati, raduni, organizzazioni. Il Quartiere latino era il quartier generale della destra, i camelots du roi dell’Action française di Charles Maurras, ma fu anche la sede del Congresso degli scrittori contro la guerra e il fascismo tenutosi alla Maison de la Mutualité in rue Saint Victoir. Al posto di Gorkij, a cui Stalin aveva vietato di partire, Mosca mandò Pasternak, buttato giù dal letto in fretta e furia... Piuttosto che parlare di politica, il congresso pullulava di spie e informatori, sia comunisti e troskisti, che fascisti o nazisti, dal palco degli oratori Pasternak aveva parlato della sua insonnia e invitato i partecipanti ad «andare in campagna e cogliere fiori»...
Se dovessimo scegliere un unico luogo dello stradario di Scaraffia a fare da garante delle centinaia di storie, e di vie e di piazze raccontate, opteremmo per i giardini del Luxembourg. Ci andava Hemingway, quando era del tutto in bolletta. Spingeva la carrozzella con dentro il figlio piccolo, Bumby. In tasca aveva dei chicchi di grano. Quando alle quattro del pomeriggio il gendarme del Luxembourg andava a farsi il suo bicchiere di vino, estraeva i chicchi di grano e li spargeva di fianco a sé, sulla panchina. I piccioni arrivavano a becchettare, lui sceglieva il più grasso e gli tirava il collo. Poi lo nascondeva sotto le coperte del bambino: «Mai una volta che Bumby mi abbia tradito».
Al Luxembourg andava anche Paul Léautaud, che i picconi li odiava. Amava però i gatti randagi. Se gliene piaceva uno in particolare, «lo infilava nel suo cesto e se lo portava a casa»...
Nostalgia di Parigi è il racconto di luoghi eterni eppure nuovi. Lo sapeva bene Charles Trenet, che nel 1968 dedicò loro una canzone, un valzer a tempo di jazz, fuori tempo nel tempo della contestazione. E anche questo è Quartiere latino.
