Leggo su Instagram un comunicato stampa in cui si dice che una certa area cittadina - poco importa la città - dopo un certo incidente è stata «messa in sicurezza» e che gli inquirenti stanno ora esaminando le «telecamere di sicurezza».
In tre righe compare due volte la parola «sicurezza. È la parola politica per eccellenza, che nessuno, sia di destra che di sinistra, può ignorare.
Ogni epoca ha le sue parole dominanti. Quando ero più giovane si parlava molto di «cambiamento». Chi cercava consensi in politica doveva usare questa parola il più possibile, perché i più pensavano che si dovesse cambiare tutto. La cosa strana è che, quantomeno in Italia, al tempo in cui bisognava cambiare tutto non si stava poi così male. La vita costava meno, esisteva una classe media, acquistare una casa a Milano era possibile anche per chi non era miliardario. Eppure sentivamo che bisognava cambiare.
Oggi stiamo ben peggio di allora, siamo più poveri, i costi crescono, ciò che era usuale sta diventando proibitivo, e di cambiamento ci sarebbe più bisogno oggi di allora. Il lavoro è sempre più subappaltato, la criminalità conquista sempre più spazi dentro la vita civile, la precarietà e il caporalato dilagano, la scuola sarebbe allo sfascio senza l’eroica sottopagata classe degli insegnanti. Eppure noi non chiediamo più cambiamento, perché il cambiamento adesso ci fa paura.
Chiediamo sicurezza.
Acquistiamo sistemi di sicurezza Verisure, mettiamo in sicurezza la nostra casa (quand’ero giovane le porte blindate non esistevano nemmeno, e non usava chiudere a chiave quando eravamo in casa), ci accertiamo che i prodotti che acquistiamo portino bene in vista data di scadenza, apporto calorico e proteico, percentuale di grassi e di carboidrati. Quando iscriviamo i nostri bambini a scuola ci informiamo sugli insegnanti, sull’utenza, per evitare brutte sorprese. Quando acquistiamo un’auto i sistemi di sicurezza sono il primo requisito che chiediamo: le prestazioni passano in second’ordine, sono materia per appassionati, o per eccentrici.
Insomma, senza farla lunga: tutti chiediamo sicurezza, in un modo o nell’altro, ed è naturale che questa parola occupi un posto privilegiato nell’agenda dei politici. E, come nel meteo si distingue la temperatura reale da quella percepita, così in politica contano di più i pericoli percepiti di quelli reali, quelli piccoli ma vicini più di quelli grandi ma (ancora) lontani. Io posso ridere finché voglio di quelli che hanno più paura dei maranza che della terza guerra mondiale, ma c’è gente che coi maranza ci vive a contatto ogni giorno.
A me, che sono un intellettuale e vivo in una bella zona della città, è facile nutrire buoni sentimenti, ma c’è chi con la piccola delinquenza ha a che fare ogni giorno, chi deve salvare i propri figli dalla deriva umana e sociale e non sa come fare. E non è gente che scrive sui giornali o partecipa ai talk televisivi. Tutte queste persone chiedono giustamente sicurezza, e danno il proprio consenso a chi gliela promette.
Intanto Putin vuole mettere in sicurezza la Russia contro i pericoli esterni, Trump vuole restituire sicurezza agli americani combattendo l’Iran, e l’Europa sposta truppe a est e si va riarmando, sempre per motivi di sicurezza. Non solo: l’Europa del nord si mette in sicurezza anche contro quella del sud (vedi la questione sui migranti). Il risultato è che, a furia di sicurezza, siamo sempre più in pericolo e sempre più insicuri.
Questo è lo stato attuale del mondo civile.
Chi rimane a ricordarci che la sicurezza è una dimensione personale, se non intima? Che ci vuole una fede? Una persuasione profonda e ragionevole, radicata in ciascuno di noi? Solo il Papa ce lo dice, oggi: ci piaccia o no. Che nei suoi messaggi in qualche modo parla anche a nome dei musulmani, dei buddisti, della psicoanalisi, dell’etica kantiana, di tutti coloro che cercano un fondamento reale per le proprie azioni e per le proprie scelte.
L’alternativa è quella di finire in una specie di psicopatologia generalizzata che alimenta la paura. Quando ero giovane i diversi leader dei partiti parlavano tra loro in tv, spesso litigavano, si insultavano; però non mancava il cosiddetto «confronto» (una parola quasi scomparsa dal vocabolario). Una cosa simile appare oggi quasi inimmaginabile: parlare con il mio avversario?, e perché mai? La paura è la grande regina del mondo.
I nuovi quartieri chic delle nostre città, celebrati sulle riviste di architettura, vanno somigliando sempre più a delle specie di compound: a volte di proposito (con tanto di cancelli o di sorveglianza privata), altre volte quasi inconsapevolmente, nel senso che «viene naturale» progettare qualunque cosa - e dunque il mondo - secondo questa linea subliminale. Una linea che, senza particolare crudeltà, tende semplicemente a tenere a distanza tutto ciò che consideriamo «altro», ossia pericoloso: in primis i nostri simili. Noi, che siamo fatti per abbracciarci, per riconoscerci gli uni negli altri.
Dieci anni fa, con un po’ di follia, dedicai a questo preciso argomento un romanzo di ottocento pagine, perché secondo me valeva la pena parlarne. Oggi dovrei aggiungere un nuovo capitolo (cosa che non farò) perché oggi, a differenza di allora, assistiamo all’eterogenesi dei fini, ossia a quel fenomeno per cui una certa posizione, soprattutto in politica, produce il proprio opposto.
E allora eccoci qui, più fragili e impauriti e insicuri che mai. Soggetti, dunque, inadatti alla democrazia, che per sua natura esige anime forti. L’essere umano del 2026 è - questa è, quantomeno, l’immagine prevalente sui mezzi di comunicazione, in primis i social - un essere precario, che in certe circostanze non può far altro che trasformare la precarietà in un effimero valore, lodare la fragilità come tratto amabile, prezioso di una personalità (però pensiamoci: è proprio vero?, anche quelli che strangolano le loro ex-mogli sono persone fragili) e chiede sempre più sicurezza mentre è vittima dello stesso bisogno su scala planetaria.
È una specie di disturbo psichico, come dicevo, un virus culturale, che non fa differenza tra destra e sinistra, e nemmeno tra le diverse condizioni sociali, ed è difficile da combattere anche perché, specialmente dove c’è vero disagio - ossia nella stragrande maggioranza del mondo, dove il futuro di un bambino appare incerto e pericolante fin dalla sua venuta al mondo - il bisogno di sicurezza si nutre di ottime ragioni.
