Se volessimo condensare al massimo l’opera di Ernesto De Martino (1908-65), rischiando anche la semplificazione, potremmo definirla come una ricerca della fragilità più profonda dell’uomo: attraverso lo studio della cultura popolare e del folklore, egli insegue l’istante in cui il lutto, la morte o il crollo dell’orizzonte di senso minacciano di staccarlo dal mondo. Da quell’istante nasce un interrogativo che gli fa attraversare quasi naturalmente discipline diverse quali filosofia, storia delle religioni, etnologia, psicologia e musica. Un metodo che molti colleghi accolsero con sospetto, e con altrettanta perplessità seguirono le sue stagioni intellettuali, dal marxismo allo storicismo crociano e oltre.
Qualunque sia l’approccio resta una domanda: cosa consente di restare nella storia quando tutto sembra venir meno, e quali risposte rituali offre la società? Forse, per metafora, tutto nasce dall’essere figlio di un ingegnere ferroviario e da una famiglia in continuo trasferimento, la cui inquietudine il giovane De Martino trasferisce nella voluttà intellettuale di passare da una disciplina all’altra. Di qui una critica che tende a scandagliare e rincorrere frammenti e settori specifici, senza mai abbracciare l’opera intera.
A tale lacuna rimedia la monumentale biografia di Fabio Dei e Antonio Fanelli - Ernesto de Martino (Carocci, pagg. 940. euro 85) - in cui emerge l’originalità di uno studioso, che non scorge nella religione un semplice sistema di credenze, nella cultura popolare solo un residuo del passato, nella magia l’errore di un pensiero infantile, nel rito una fuga dal mondo, ma altrettanti luoghi in cui si elaborano risposte concrete alle crisi di senso e si salvano le comunità dall’isolamento.
Nato a Napoli nel 1908, si formò con Vittorio Macchioro e Adolfo Omodeo, poi a Roma con Raffaele Pettazzoni, che lo avviò all’etnologia religiosa. Da giovane la sua adesione al fascismo fu convinta e radicale, come attestano gli scritti di allora su varie riviste: lo attraeva un misticismo attraverso il quale poteva strutturarsi una religione civile. Nel dopoguerra, però, quel passato quasi svanì dal ricordo. La svolta antifascista iniziò a maturare con l’avventura d’Etiopia ma soprattutto a Bari, dove dal 1934 al 1948 visse l’ambiente di Laterza e incontrò Croce. Iniziarono allora i primi scritti scientifici. Riparato a Cotignola, bassa Romagna, si trovò sulla linea del fronte e partecipò attivamente alla Resistenza. Iscritto poi al Partito socialista, guidò la federazione di Bari. Risale a quegli anni Il mondo magico (1948), dove la magia non è un sapere imperfetto destinato a cedere alla razionalità moderna, ma una risposta storica alla precarietà, con cui le comunità, tra riti e figure come lo sciamano, si difendono dalla dissoluzione e dall’«angoscia di non esserci più». Il rito non è evasione, ma ritorno al mondo: una maniera di agire sulla realtà anziché subirla. Approccio speculare a quello di Mircea Eliade, che alza lo sguardo al metafisico mentre De Martino lo incunea nella società.
Il Mezzogiorno contadino diede corpo alle sue convinzioni. Iscritto al Pci dal 1950, percorse il Sud in lungo e in largo e vi scoprì tradizioni, riti e luoghi che nessuna biblioteca poteva offrirgli. Sulla scorta di Gramsci e accanto a Carlo Levi e Rocco Scotellaro, intese il folklore come cultura viva, capace di dare forma all’esperienza dei più poveri e insieme interpretare il mondo.
L’impegno pubblico non si spense con i fatti di Ungheria del 1956, come vorrebbe la vulgata che descrive un De Martino disilluso dal comunismo.
Dei e Fanelli lo mostrano attivo per decenni, in dialogo continuo proprio col Pci, pur senza mai lasciare la ricerca. In questo senso, se la varietà delle discipline attraversate fu una ricchezza, il ripiegamento sulla battaglia per l’egemonia culturale fu (e resta) tuttavia un’ipoteca politica troppo pesante.
In Lucania e nel Salento guidò, attorno a un’imponente ricerca sul campo, gruppi di studio che segnarono l’antropologia italiana, riunendo psichiatri, antropologi, storici delle religioni, fotografi come Franco Pinna ed etnomusicologi come Diego Carpitella.
Nell’incontro dei saperi mutò dunque il rapporto tra osservatore e osservato: le comunità contadine, non più mondi estranei, divennero il luogo in cui affioravano questioni universali come morte, sofferenza, memoria e soprattutto ricomposizione dopo una frattura. Ne nacque la trilogia meridionalistica: Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), dove il lamento funebre dà al lutto una lingua condivisa; Sud e magia (1959), dove malocchio, fatture e pratiche ancestrali appaiono una difesa di chi vive ai margini della storia; La terra del rimorso (1961), sul tarantismo salentino, dove musica e danza, offrono alla crisi individuale uno spazio riconosciuto dal gruppo.
Alla qualità degli scritti non corrispose un percorso accademico lineare: la cattedra di Storia delle religioni a Cagliari arrivò solo nel ’59. Negli ultimi anni spostò il focus dalle culture tradizionali alle crisi delle società contemporanee, le «apocalissi culturali», momenti in cui una civiltà vede sgretolarsi il proprio orizzonte di senso. Tornò così alla speculazione filosofica, chiudendo il cerchio aperto in gioventù, quando aveva insegnato nei licei baresi e pubblicato una guida allo studio della filosofia.
L’opera, rimasta incompiuta, uscì postuma nel 1977 con il titolo La fine del mondo.
