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Letteratura

Hemingway e Conrad per fuggire dai romanzi italiani così provinciali

A Torino, il racconto di “un certo tipo di letteratura”. Quella che amplia i nostri orizzonti e parla di viaggi, fedeltà, onore...

Hemingway, eroe fragile (e inattuale)

Il Circolo dei lettori di Torino mi ha gentilmente invitato a tenere una “lectio” su «una certa letteratura del Novecento» e io ho accettato perché il nome stesso del circolo mi è sembrato un riparo sufficiente a tenere a bada il concetto di lectio, che è un qualcosa che attiene a uno status riconosciuto, come dire, di autorevolezza e di competenza. Per dirla in chiaro, io non ho titoli per dare lectiones di qualsiasi genere, tantomeno, e nella fattispecie, di genere letterario. Non sono un critico, però sono un lettore e fra lettori ci si capisce meglio che fra critici. E ci si annoia di meno.«Una certa letteratura europea del Novecento» è detto nell’invito-presentazione ed alcuni nomi vengono espressamente citati, ciascuno con un aggettivo o un’apposizione a connotarli: «il muscolare Hemingway», «il pallido Céline», «il rosso Malraux», «il nero Drieu La Rochelle», «l’antimoderno Thesiger», «l’aviatore Saint-Exupéry». Fanno parte di un catalogo più ampio che ho cercato di tracciare un po’ in tutti i miei libri, in primis quel Compagni di solitudine che l’editore Bietti ha ristampato qualche anno fa, a vent’anni di distanza dalla sua prima uscita. Vent’anni, ci ha insegnato Alexandre Dumas nel secondo volume della sua trilogia dei moschettieri, Vent’anni dopo, appunto, sono un arco di tempo sufficiente per capire non solo o non tanto se un libro è invecchiato bene o è invecchiato male, ma se i nomi, le idee, i temi in esso proposti funzionano ancora, hanno ancora qualcosa da dire e, soprattutto, parlandone in prima persona, se in essi l’autore ancora si riconosce, gli è rimasto in gran parte fedele, suscitano ancora una emozione e insieme una commozione. Per quel che mi riguarda, la risposta è sì: sono stati nel tempo i miei “compagni di solitudine”, da qui appunto il titolo, ed è grazie ad essi che nel tempo ho continuato a sentirmi meno solo, anche se il tempo per farci ancora e sempre compagnia va facendosi sempre più stretto.Naturalmente, a quei nomi se ne potrebbero aggiungere molti altri, ma mi limiterò a farne soltanto uno che è emblematico perché in qualche modo li riassume e per alcuni di essi, per esempio Hemingway, per esempio Malraux, è stato un maestro e un punto di riferimento: Joseph Conrad. Nei suoi libri c’era e c’è un po’ tutto quello che ha fatto da sottofondo alla mia educazione intellettuale: l’avventura e la giovinezza, i viaggi e l’esotismo, la fedeltà alle amicizie, alla parola data, alle cause perse, a un certo sentimento dell’onore, l’acuta coscienza dell’onore, l’onore smarrito, l’onore da ritrovare, l’onore da difendere...Il lettore, quello del Circolo di cui sarò ospite e quello rappresentativo che lo comprende, potrà sorprendersi per il fatto che fra i nomi citati non ce ne sia nessuno italiano. Qui va fatto un inciso che è tanto biografico quanto generazionale. Io appartengo a una generazione che cominciò a leggere i suoi primi romanzi non quelli considerati per ragazzi per intenderci, o meglio, acconciati, tagliati e ridotti (spesso mal tradotti) perché un ragazzo di undici, dodici anni li potesse leggere (Dickens, Stevenson, Dumas, Cooper, per fare solo alcuni nomi di scrittori che per ragazzi non sono) - ho cominciato a leggere, dicevo, i primi romanzi per grandi alla metà degli anni Sessanta, quando in Italia c’era stata la stagione neorealista, poi il realismo, poi il cosiddetto romanzo industriale-operaio e alla fine si discettava apertamente sulla morte del romanzo...Io ero passato, quasi senza colpo ferire, da Salgari e Dumas a Hemingway e l’autore di Fiesta era stato per un ragazzo degli anni Sessanta come me, annoiato di sé stesso e dell’Italia, un incredibile breviario esistenziale. La caccia, la pesca, le ragazze, i buoni vini (io ho imparato che cosa fossero i Bordeaux o la freschezza del Muscadet leggendo lui), le estati pericolose, le Fiesta, Pamplona, i rituali di iniziazione, la paura e la forza di vincerla, i codici di comportamento: cercare di essere all’altezza dell’immagine che si ha di te, che hai dato di te, non barare mai con i sentimenti, le amicizie, i valori.Alla luce di tutto ciò non deve sorprendere che trovassi goffi, rancorosi, invidiosi gli scrittori italiani di quegli anni a petto di uno che all’inizio del decennio si era spiaccicato la testa con un colpo di fucile perché non riusciva più a scrivere. Quei calzolai di Vigevano, quelle vite sagre di provincia, violente di periferia, quegli annoiati dei quartieri alti, psicologie da salotto, nevrosi da boom, corna da condominio e per sottofondo il ron ron di chi non vive, ma si limita a lasciarsi vivere, si interroga, va in analisi, riempie del suo piccolo io il mondo, non vede nulla, non si interessa di niente... Che c’entravo io con quell’Italia? Che ci facevo lì?Sempre per inciso, il romanzo italiano è un prodotto di serra, artificiale si potrebbe dire: non c’è dietro di esso la grande tradizione ottocentesca russa, francese, inglese. Sempre per inciso, la migliore narrativa italiana è quella saggistica, da Mario Praz a Curzio Malaparte, per intenderci e mi fermo qui perché mi sto atteggiando a critico e la cosa non mi piace...Tornando a quell’adolescente di allora, e al ventenne che poi ne sarebbe sbocciato, per spiegare il perché di certe scelte vale la pena guardare un po’ a cosa fosse l’Italia del tempo, dove la contestazione studentesca da un lato, la radicalizzazione della politica dall’altro, la militanza, i cortei, le mobilitazioni, gli scontri, si avviavano a divenire il paesaggio comune in cui muoversi e/o riconoscersi. A me allora interessava la politica, non quella politicante, ma la politica delle idee, delle visioni del mondo. Anche l’avventura, insomma, poteva configurarsi in qualche cosa di ideologico, una rottura degli schemi, un trasversalismo, un alchimia dei contrasti. L’avventura come ideologia e l’ideologia come avventura, per riassumere. Era anche questa una specie di educazione intellettuale al proprio tempo, un modo per dare un senso a sé stessi e alle cose.Ci sono delle antenne nascoste e che però ti mettono in contatto, per un accenno, una nota a piè di pagina, un incontro fortuito, un aneddoto, con chi senti congeniale per scelte tematiche, biografiche, percorsi intellettuali, debolezze e grandezze, fini esemplari. In quei nomi prima citati, e in molti altri che si potrebbero citare, l’anziano che ha preso il posto di quell’adolescente orgoglioso e ombroso, timido e testardo, può tranquillamente riconoscere in filigrana il filo rosso dell’aderire al mondo per scoprire sé stessi. Anche qui, penso a Malraux, penso a Drieu, tutti tentati dall’azione perché a disagio nella quotidianità, tutti in cerca di qualcos’altro perché scontenti di ciò che erano e di ciò che li circondava. Mai appagati e però mai rassegnati. Avventurieri della vita.Ecco questo è quanto cercherò di raccontare al Circolo dei lettori di Torino: una testimonianza e non una lectio: sicuramente di parte e parziale, però sincera e spero non noiosa. Quest’ultimo punto dipende solo da me, ma confido comunque nella tradizionale educazione piemontese.

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