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Letteratura

Enrico Ruggeri: “Le canzoni hanno confini, nei racconti li ho superati”

Esce oggi la raccolta di dieci storie scritte da Enrico Ruggeri “Personaggi e interpreti”. “Per raffigurarle ho scelto le opere del bravo Remo Rachini”

Enrico Ruggeri live nell'ex Stalingrado. "Anche oggi la musica può salvare il mondo"

Dunque, Enrico Ruggeri, quanto c’è di autobiografico in Personaggi e interpreti, il suo nuovo libro?

«Mah, io sono il narratore di queste storie ed è difficile tracciare una linea di demarcazione precisa tra le storie e la propria storia».

Cioè?

«Talvolta vivi episodi che ti ispirano una storia diversa».

Ogni capitolo ha come titolo una sua canzone non troppo famosa.

«Quello è un vezzo che mi è venuto in corso d’opera».

Come mai?

«Le canzoni sono sempre un recinto nel quale devi considerare tanti aspetti, la lunghezza, la musicalità delle singole parole, eccetera. Nei racconti puoi fare quello che ti pare. Quindi ho pensato che quei titoli fossero di volta in volta ideali per il racconto che avevo scritto».

Non è la prima volta che Enrico Ruggeri pubblica un libro, anzi è la quattordicesima, visto che lui è uno dei cantautori più prolifici in libreria. Ma è la prima volta da ventisei anni che pubblica un libro di dieci racconti, dei quali nove sono inediti (qui sotto ne pubblichiamo un estratto). Insomma Personaggi e interpreti (che esce oggi 20 ottobre per la Nave di Teseo, pagg. 192, euro 18) è una raccolta di bella lettura e di profilo ampio. «Ruggeri è una narratore che sa raccontare storie che parlano di tutti noi», dice Elisabetta Sgarbi, publisher per la Nave di Teseo. E in effetti l’intuizione di Ruggeri è vincente. Su di una sorta di palcoscenico ideale, scorrono dieci storie, ognuna delle quali impreziosita da un’opera di Remo Rachini, 72 anni, uno dei pochi artisti italiani inseriti nel volume 2000 e oltre - Tendenze della contemporaneità. «Ho trovato una incredibile sintonia tra ciò che io avevo scritto e quello che Remo Rachini aveva creato - spiega Ruggeri -. La sua poetica affonda nell’esperienza come disegnatore di reperti archeologici, un’attività che lo ha portato a riflettere sul valore della traccia, sull’umanità e la sua storia».

Nel racconto iniziale, Il matrimonio di Maria, magari c’è qualcosa di autobiografico: si parla di un ragazzo che ha rinunciato alla musica per una vita tranquilla.

«È un racconto generazionale. Mi viene in mente Davide, che mi ha insegnato i primi accordi di chitarra. Lui ha dato retta alla madre, ha smesso con la musica e ora è il mio medico di base».

Lei non ha dato retta ai suoi genitori.

«Mia madre voleva facessi l’avvocato e io ho anche iniziato l’Università ma poi ho lasciato perdere. L’avvocato è un mestiere affascinante, ma ho fatto altro».

Nel Momento della verità c’è una storia da film.

«Si parla di calcio di provincia. Nulla è avvenuto per davvero ma è molto verosimile. Un portiere rimasto in panchina per tutta la vita si ritrova titolare nella partita decisiva e para un rigore decisivo diventando un eroe».

Ruggeri, lei quanti rigori ha tirato in vita sua?

«Diciamo che io sono uno che è sempre andato a tirarli anche a costo di sbagliarli».

C’è una sottile vena di rimpianto?

«In genere gli artisti dicono che rifarebbero tutto. Io sono orgoglioso delle cose che ho fatto ma rivedrei qualcosina. Ad esempio, dopo il secondo Sanremo vinto, cantavo al Palatrussardi di Milano (l’equivalente del Forum di oggi) e poi il giorno dopo a una festa di piazza dall’altra parte dell’Italia. Diciamo che da un punto di vista strategico avrei fatto qualcosa di diverso».