Se è vero che gli opposti si attraggono, nella vita come nella letteratura, è difficile trovare nell’una come nell’altra, due vite e due scritture come quelle di André Gide e di Georges Simenon a fungere da sia pur parziale certificazione di quell’assunto. La parzialità sta nel fatto che, se come si evince dal dossier Simenon (Aragno editore, pagg. 85, euro 15; a cura di Alessandro Settimo), scritto dal primo sul secondo, l’attrazione è totale, la storia o meglio, la cronaca ci dice che non era però reciproca. Simenon, naturalmente, stimava Gide, uno che negli anni novecenteschi fra le due guerre era comunque diventato il papa della letteratura francese, ma non per questo lo leggeva. Lo stimava, lo chiamava «Cher Maître», ma era troppo cerebrale per i suoi gusti. Simenon era sanguigno e Gide troppo lambiccato.
Come che sia, fin dal suo esordio, il creatore di Maigret stregò l’autore di L’immoralista e questo in un’epoca in cui Simenon era considerato uno scrittore popolare, da gare, ovvero da edicola ferroviaria, da polar, ovvero il romanzo o il racconto poliziesco, buono per i palati voraci quanto volgari delle masse, ma non per quelli raffinati e selettivi dell’intellighenzia parigina: quella che vendeva poco, ma sentenziava molto.
Il Simenon di Gide consta di due sezioni, la prima di testi, stampati e no, intorno alla sua opera; la seconda di note di lettura: in quest’ultima c’è uno scrittore che passa al microscopio il modo di scrivere del soggetto indagato, mentre nella prima ci sono le considerazioni generali, se si vuole l’enunciazione di un giudizio e poi, ma solo accennata, la sua spiegazione. E dunque: «Io stimo Simenon un grande romanziere, il più grande probabilmente, e il più autentico romanziere che oggi abbiamo in Francia». Il perché sta nella sua «prodigiosa memoria sensuale», nella «mediocrità dei suoi personaggi, ovvero nel sentimento angosciante, atroce ch’essi hanno di tale mediocrità in cui vivono; e lo sforzo, talvolta, che fanno per uscirne; sforzo folle, assurdo, e che, molto spesso, li immerge più a fondo ancora nel malessere».
Sensualità e mediocrità aiutano a spiegare quello che più che uno stile, è un’atmosfera, qualcosa di riconoscibile all’istante e nella quale il lettore si ritrova a colpo sicuro, senza possibilità di errore, l’amaro grigiore di esistenze senza colore e alla ricerca di un soprassalto, una via d’uscita, un’ancora di salvezza che però, quasi sempre, si rivelerà una pietra al collo...
Se lo stile, ovvero l’atmosfera, spicca di luce propria, l’autore, ovvero l’uomo, resta però singolarmente in un’eterna penombra, da cui nemmeno Gide riesce a tirarlo fuori.
Pochi scrittori hanno scritto così tanto, si sono così tanto lasciati intervistare, si sono così tanto raccontati: memorie stampate, memorie dettate al registratore, lettere... Eppure, anche se ci sembra di sapere tutto, il bambino male amato, l’adolescente voglioso di arrivare, il romanziere frenetico, l’amante bulimico, l’autore-imprenditore di sé stesso, il buon padre di famiglia segnato dal suicidio della figlia e dalla pazzia di una moglie, in realtà Simenon resta un mistero, circondato da pudori che potrebbero nascondere tanto o, semplicemente, niente: «Un uomo delle caverne con alcune nevrosi» a detta di un suo critico.
Ottanta pagine al giorno, settanta parole al minuto, 103 inchieste del Commissario, 431 romanzi, una dozzina di pseudonimi... Simenon ha attraversato il Novecento senza accorgersi del surrealismo, del marxismo, dell’esistenzialismo: ha ignorato Kafka, non ha letto Joyce, gli era estraneo Céline. All’impegno di un Drieu o di un Malraux ha contrapposto un anarchismo antistorico. Il suo è un universo senza morale, dove il vizio e il delitto sono considerati senza stupore, frutti della natura umana. Siamo tutti criminali in potenza, in fondo, che cerchiamo di uscire dalla mediocrità attraverso un atto di violenza o di amore, una forma di crimine anche questo, e che ha bisogno di un complice, comincia con un’idea fissa, crea disordini, provoca delle crisi e dei gemiti, termina con l’irrimediabile separazione dei corpi. Non basta Gide per capire Simenon, ci vorrebbe un’inchiesta, con tanto di interrogatorio, lì al primo piano del Quai des Orfèvres...
