nostro inviato a Londra
Cesare Cremonini, se pubblica un disco che si intitola Amateur, la prima domanda è: di chi parla?
«L’amateur è chi ha la grande forza di dire no, è uno che non può più morire. Questo per me è come un disco d’esordio come quello dei Lùnapop, e dopo 27 anni di carriera tornare esordienti è un lusso per pochi».
Non fa una piega.
«Grazie ad Amateur qualcosa si è spezzato con il mio passato, nel quale ho fatto tutti errori bellissimi che mi hanno consentito di arrivare fin qui».
Che cosa si aspetta?
«Sono quasi convinto che questo disco diventerà uno dei più grandi fallimenti della musica italiana» (scaramanticamente ride - ndr)
Addirittura.
«Questo disco non era previsto ma ho capito che lo dovevo fare, mi ha aiutato a capire qualcosa in più di me».
In effetti c’è un altro Cesare Cremonini in circolazione. Non solo perché condivide tre brani sugli undici di questo nuovo album con pesi massimi come Salmo (nel brano omonimo), Fabri Fibra (in una versione di Paparazzi migliore di quella che gira in radio) e addirittura Malika Ayane sedici anni dopo la fine della loro storia d’amore (Cose molto piccole è una chicca del disco). È come se Cremonini si fosse liberato dalla mole di aspettative e pressioni che lo pedina da decenni per poter fare finalmente la musica che oggi lo veste alla perfezione. Difficile trovare un’altra rinascita così drastica nella storia recente. E si capisce dal concerto che ieri sera ha tenuto allo Shepherd’s Bush Empire qui nella West London, teatro aperto nel 1903 dove hanno suonato giganti come i Rolling Stones. Sul piccolo palco ci sono sedici musicisti più lui, il mattatore, che canta tutto il disco più qualche cover (ad esempio una straniante versione di Walk on the wild side di Lou Reed condivisa con Malika). Il suono è quello sontuoso dei club inglesi, che lusso. La sberla arriva con Salmo e Fabri Fibra e il loro flow. Tutti, anche il padrone di casa, suonano strumenti che luccicano come fossero d’oro e a dominare il palco c’è un gigantesco teschio. È l’immagine di SIG, il vero deuteragonista di questo show (che debutterà il 24 novembre ad Ancona e poi girerà tutte le arene d’Italia fino ai cinque Forum di Milano, due già esauriti, dal 15 al 21 dicembre).
SIG è un musicista con il teschio che suona in mezzo al palco.
«Non è il mio alter ego, ma rappresenta tutto quell’ego, quell’ambizione, quella fuliggine che mi ha fatto arrivare fin qui. Tutti noi abbiamo un SIG. È la parte di me che non volevo più avere e che rappresento pensando al teschio di Damien Hirst e ai monologhi di Carmelo Bene contro la finzione e la menzogna dell’arte».
Nel disco non c’è uso di Intelligenza Artificiale.
«Qualcuno pensa con piacere a quando i robot lavoreranno al posto nostro. Io no».
Oggi nella musica domina l’algoritmo. Decide che cosa ascoltiamo.
«L’algoritmo è il nuovo karma, ma non ti consente di guardare oltre. In realtà, grazie all’algoritmo, se un brano funziona sulla piattaforme bene, altrimenti sparisce per sempre. E a me non piace l’idea che una canzone non possa rinascere per una seconda o addirittura una terza volta».
Si pensa solo al presente.
«Ci dicevano che il 100% digitale avrebbe liberato la musica. Non è vero. La musica non è mai stata così imprigionata come oggi. L’algoritmo sta facendo il meglio solo per chi ci guadagna».
Qual è la ricetta?
«Tornare ad ascoltare i dischi, che non devono essere degli specchi nei quali riflettersi. Ma delle porte da aprire per entrare in altri mondi. Quando da ragazzo scrivevo Un giorno migliore o 50 Special volevo fare qualcosa che ricordasse ciò che stavo ascoltando. La musica che si fa oggi molto spesso può essere replicata senza problemi, è tutta uguale»:
